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Discussione: Cagliari - Guernica! analogie di guerra ?

  1. #1
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    Cagliari - Guernica! analogie di guerra ?

    Ciao a tutti , chi è cosi abile da riuscire a trovare un collegamento logico e omogeneo riguardo la guerra civile di spagna, Guernica , la seconda guerra mondiale a Cagliari? sto cercando di fare una tesina su questi due argomenti e mi occorrerebbero analogie e collegamenti tra queste due città..

  2. #2
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    Re: Cagliari - Guernica! analogie di guerra ?

    Non in molti sanno che Cagliari è stata la seconda città più bombardata della campagna d ' italia...Guernica è famosa anche per il quadro di Picasso che (se non erro) ne rappresenta il bombardamento, potresti fare un parallelo.

  3. #3
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    Re: Cagliari - Guernica! analogie di guerra ?

    Non c'è nessun parallelo perchè Guernica è una invenzione della propaganda rossa, come dimostra un libro non a caso poco pubblicizzato ma ampiamente documentato e frutto di 40ennali ricerche - libro che potremmo definire storiograficamente "definitivo" - cioè "La verità su Guernica", di Stefano Mensurati.

  4. #4
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    Re: Cagliari - Guernica! analogie di guerra ?

    Citazione Originariamente Scritto da Vexillifer
    Non c'è nessun parallelo perchè Guernica è una invenzione della propaganda rossa, come dimostra un libro non a caso poco pubblicizzato ma ampiamente documentato e frutto di 40ennali ricerche - libro che potremmo definire storiograficamente "definitivo" - cioè "La verità su Guernica", di Stefano Mensurati.
    ...senza parole... anche per, come la definisci? la propaganda rossa....

    RR
    Tutto considerato, un militare non è altro che un uomo rubato alla sua abitazione. (Il buon soldato Sc'vèik)

  5. #5
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    Re: Cagliari - Guernica! analogie di guerra ?

    Ragazzi state calmi. Il post nasce da una richiesta logica da parte di un nostro forummista che deve sviluppare una tesi storica avvallata da testi esistenti e conosciuti per la sua laurea.
    Ogni altro "nostro" uso improprio di aggettivi non lo aiuta di certo.
    Suggeriamo quindi cose concrete e con la relativa bibliografia.
    Soprattutto perchè a laurearsi è lui e non noi.
    sven hassel
    duri a morire

  6. #6
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    Re: Cagliari - Guernica! analogie di guerra ?

    Corretto. In bocca al lupo per la laurea e ... occhio alle fonti!

    Rawa Ruska
    Tutto considerato, un militare non è altro che un uomo rubato alla sua abitazione. (Il buon soldato Sc'vèik)

  7. #7
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    Re: Cagliari - Guernica! analogie di guerra ?

    Grazie sven hassel per il tuo appoggio , sicuramente persone come te si contano davvero sulla punta delle dita , visto che una tesi di laurea non è uno scherzo..

  8. #8
    Utente registrato L'avatar di CHri
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    Re: Cagliari - Guernica! analogie di guerra ?

    Ciao,perché non provi ad andare alla biblioteca militare a cagliari in viale buoncammino! È aperta sempre al pubblico e puoi leggere con calma quel che ti interessa nella sala lettura e naturalmente e tutto gratuito! Hanno libri e materiale dal valore inestimabile che fanno consultare a chi tutto né abbia il piacere! Ti consiglio di farci un salto e in bocca lupo per la tua tesi!

  9. #9
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    Re: Cagliari - Guernica! analogie di guerra ?

    Ciao Chri ! grazie del consiglio detto fatto! ...vorrei un parere da voi esperti del forum su quanto scritto... riscontrate degli errori?

    «Occupiamo la Sardegna»

    Tutti i piani segreti degli Alleati per conquistare l'Isola.
    Yorker, Garotter, Brimstone: sono i nomi dei piani inglesi e americani per attaccare la Sardegna durante la Seconda Guerra mondiale.
    I piani Yorker e Garotter prevedevano l'attacco diretto su Cagliari mentre Brimstone, pianificava la conquista dell'intera isola. Predisposti a partire dal gennaio del 1941 e più volte rinviati in seguito agli avvenimenti bellici e ai contrasti tra gli stessi alti comandi alleati, alla fine furono accantonati per dare il via all'Operazione Husky che portò allo sbarco in Sicilia nel luglio del 1943. La decisione fu presa nel corso del vertice di Casablanca (14 gennaio 1943) tra il generale Eisenhower - comandante in capo delle forze in Europa - ed il premier britannico Churchill che stabilirono di dare la spallata all'Italia,attaccando direttamente dalla Sicilia e poi dal Meridione (con lo sbarco di Salerno). Tuttavia l'ipotesi della conquista della Sardegna non venne esclusa definitivamente e gli uffici strategici degli Alleati continuarono ad aggiornare il Piano Brimstone (conquista di tutta la Sardegna) per essere pronti qualora l'operazione Husky fosse stata abbandonata o piuttosto fallita.
    Tutti Piani segretissimi, di cui erano a conoscenza solo i massimi vertici alleati e alcuni comandi preposti alla definizione delle operazioni. In questo contesto gli anglo-americani misero in atto anche falsi piani di depistaggio per far credere agli italiani e soprattutto ai tedeschi che il vero obiettivo dello sbarco non fosse la Sicilia, ma la Sardegna. Il piano che ebbe maggior successo,in quanto i tedeschi, compreso Hitler, credettero a questa storia, fu battezzato Mincemeat (tritacarne) che vide protagonisti i servizi segreti britannici.

    Ewen Montagu, brillante e giovane ufficiale della marina britannica, ispirandosi a un piano in precedenza ipotizzato per ingannare i tedeschi in Francia, ma non realizzato (il lancio in territorio occupato del cadavere di un paracadutista in possesso di una radio trasmittente che sarebbe stata verosimilmente requisita e usata dai tedeschi per sviare gli inglesi i quali, interpretando le informazioni ricevute al contrario, avrebbero scoperto le vere intenzioni del nemico), riprende l’idea dell’utilizzo strumentale di un cadavere per convincere questa volta i tedeschi che lo sbarco alleato sarebbe avvenuto principalmente in Grecia, con qualche azione di diversione in Sardegna e nella Sicilia occidentale. Secondo Montagu basterà trovare il cadavere di una persona di 30-35 anni morta per annegamento; mascherarlo adeguatamente da ufficiale della Royal Navy, vittima di un incidente aereo e portatore di importantissimi documenti segreti dai quali far emergere che gli Alleati si apprestano a sbarcare in Grecia; far derivare il cadavere verso le coste della neutrale Spagna per farlo finire nelle mani del controspionaggio tedesco.
    Tutti gli uomini di Montagu vengono sguinzagliati per ospedali e obitori alla spasmodica ricerca del cadavere giusto, che viene presto individuato in quello di un uomo di circa trent’anni morto per annegamento nel Tamigi. I familiari accettano di partecipare a quella che viene descritta come un’iniziativa patriottica a condizione tuttavia che l’identità del cadavere non venga mai divulgata. Condizione che Montagu si impegna personalmente a far rispettare tanto che solo di recente, a più di cinquant’anni dagli avvenimenti, si è potuto sapere di chi era il cadavere senza nome.
    Operazione "Mincemeat" (carne tritata).
    Si trattava di un vagabondo gallese di 34 anni, Michael Glyndwyr, analfabeta, figlio illegittimo di un minatore. Affetto da disturbi psichici, Glyndwyr si era tolto la vita il 28 gennaio del 1943 e così era inconsapevolmente entrato nella storia dei servizi segreti britannici.
    L'operazione,che scattò il 30 aprile 1943, per quanto bizzarra, ebbe il successo sperato.I Tedeschi recuperarono il cadavere del finto ufficiale e visionarono i documenti appartenenti al maggiore «William Martin» (questo il nome inventato dagli inglesi riguardo il falso ufficiale) giudicandoli attendibili e credendo così che l’attacco alleato sarebbe avvenuto in Sardegna, precisamente a Cagliari iniziando così i bombardamenti nella città.


    Storia dei bombardamenti
    La seconda guerra mondiale ebbe inizio, per l'Italia, il 10 giugno 1940, quando Mussolini decise di scendere in campo al fianco di Hitler, che aveva già aperto le ostilità invadendo Francia, Belgio, Olanda, Polonia e bombardando l'Inghilterra.
    Dopo un’intensa preparazione psicologica, condotta dall'Unione Nazionale Protezione Antiaerea che era stata costituita nel dicembre del 1934, e i molteplici esperimenti di difesa antiaerea, iniziatisi sin dal 1936, nel mese di giugno del 1940 la città di Cagliari era diventata un avamposto di guerra.


    Infatti, dopo il 10 giugno del 1940, giorno della dichiarazione di guerra, ebbero inizio le incursioni aeree nemiche sulla città. Il pomeriggio del 16 giugno, dalle 16 alle 17.30, una squadriglia di velivoli francesi, forse proveniente dalla Tunisia, bombardava, senza però causare molti danni materiali o vittime alla città, il porto e le navi che vi erano alla fonda.
    Il 17 ottobre del 1941 aerei inglesi, durante una missione bellica esplorativa notturna, fecero un eccezionale lancio di bengala che illuminarono a giorno e per lungo tempo il golfo e la città.
    Fra il 1941 e il 1942, la popolazione conobbe un inverno particolarmente inclemente con temperature gelide, neve, ghiaccio, piogge dirotte e persistenti. La rigida e prolungata stagione invernale rese così ancora più disagiate le condizioni di vita dei cagliaritani, già provati dai tanti sacrifici che la guerra imponeva loro.
    Dal 2 giugno 1942, quasi subito dopo l'ultima visita in Sardegna di Benito Mussolini, le incursioni aeree nemiche diventarono più frequenti, più micidiali e distruttive. La notte fra il 2 e il 3 giugno, dalle 23.30 all'1.30, l'intenso fuoco di sbarramento difensivo delle batterie poste attorno alla città e il fuoco dell'antiaerea delle navi da guerra, ancorate nel porto, fecero si che gli aerei avversari si limitassero a lanciare soltanto alcune bombe di piccole dimensioni lungo il viale San Bartolomeo.
    Morirono un vecchio di 86 anni e la figlia paralitica di 60. La stessa notte venne però lanciata su Cagliari la prima bomba di grandi dimensioni. Era stata caricata ad alto esplosivo e pesava, secondo gli esperti, mezza tonnellata. Cadde sul viale Cimitero, rovinando un tratto delle ferrovie complementari e alcune tombe del cimitero stesso. Lo spostamento dell'aria, per un raggio di un chilometro in linea d'aria, abbattè dei muri, scardinò delle finestre e delle saracinesche, e infranse molti vetri.
    Dalle 23 alle 2 della notte fra il 7 e l'8 giugno, sempre del 1942, aerei inglesi attaccarono Cagliari, lanciando delle bombe sulla via Pola, via Giovanni Maria Angioy, via Sassari, via San Mauro, piazza Garibaldi, largo Carlo Felice, via Sardegna e via Giardini.

    Il Largo Carlo Felice all'angolo della via Baylle
    In via Giovanni Maria Angioy crollò la trattoria "Piemontese", fu danneggiato il "Bazar Sant'Anna" e la facciata del Banco di Napoli rimase sforacchiata dai proiettili. Il cinema "Olimpia" ebbe asportato il muro opposto all'ingresso. Si ebbero 14 vittime.
    In Sardegna il periodo più terribile cominciò l'8 novembre 1942 quando gli Alleati dall'Africa settentrionale decisero di sbarcare in Sicilia per invadere poi l'Europa. I bombardamenti in Sardegna, da febbraio a giugno, servivano a far credere ad un imminente sbarco nell'isola.
    Si intendeva in questo modo diffondere un terrore generalizzato che avrebbe dovuto portare al distacco degli italiani dall'alleato tedesco.
    "Noi abbiamo bombardato i vostri porti e le vostre industrie che lavorano nel solo interesse della Germania. Avete provato il peso delle nostre bombe. Altre seguiranno. E' a voi la scelta tra la voce che noi vogliamo portarvi e la distruzione dei tedeschi ed i fascisti provocano sulle vostre città e su voi".
    Con questo volantino, dall'italiano un po' elementare, si cercava di inviare un messaggio alla popolazione.
    Si intensificarono le azioni sui porti: Cagliari, Olbia, Porto Torres, Alghero, La Maddalena, Arbatax; sugli aeroporti: Elmas, Decimomannu, Monserrato, Villacidro, Milis, Borre, Olbia-Venafiorita, Alghero-Fertilia; quindi sulle città e sui paesi.
    Gli inglesi bombardavano nella notte mentre gli americani sempre di giorno fra l'una e le tre del pomeriggio.
    Ma, ancora più terribili, furono i bombardamenti angloamericani dei mesi di febbraio, marzo, aprile e maggio 1943.
    Dopo il 13 maggio 1943 la città diventò praticamente deserta: migliaia di persone (45.000 secondo alcune stime) abbandonarono la città con ogni mezzo. Con lo sfollamento i cagliaritani e gli abitanti delle altre città cercavano rifugio nei piccoli paesini, in alloggi di fortuna dove, spesso soffrivano la fame, umiliazioni e amarezze.
    A Cagliari circolavano solamente sciacalli che, privi di scrupoli e distribuitisi nei vari rioni, saccheggiarono le poche abitazioni rimaste illese, asportando e barattando le cose trovate nelle macerie.
    La città non aveva rifugi anti-aerei e le grotte naturali, frequentate solo quando si contarono dei morti, erano poche. La vita dei suoi cittadini doveva essere quindi salvaguardata, senza previdenza alcuna, da rifugi costruiti in legname presso alcuni edifici pubblici, in quasi tutte le scuole e nei porticati della via Roma.
    Accortisi troppo tardi che quelle costruzioni in legno, così improvvisate, nulla potevano fare contro l'offesa avversaria, si cercò di predisporre dei solidi rifugi in cemento armato e di scavare gallerie sotterranee.

    Posizione strategica dell'isola
    L'isola assumeva un'importanza nello scacchiere operativo del Mediterraneo. La Sardegna, nella sua posizione, godeva di una posizione strategica invidiabile, poiché poteva disporre sia di importanti basi navali, sia di basi aeree relativamente vicine all'Africa Settentrionale dalle quali i nostri aerei erano in grado di raggiungere facilmente Malta e persino Gibilterra.
    Da Cagliari partivano ogni sera gli aerei da caccia italiani per una regolare ricognizione su Diserta, attraversando nei due sensi un tratto di mare largo circa 250 km, al limite dell'autonomia. Analoga operazione realizzavano gli S79 da bombardamento (sostituiti in un secondo momento dagli S71), che facevano rotta, due volte al giorno, su Malta per verificare aumenti o concentramenti di forze navali nell'isola.
    Da Elmas partirono i bombardieri che il 27 novembre 1940 furono impegnati nella dura e per certi versi sfortunata battaglia aereo-navale di Capo Teulada. La Sardegna disponeva di 15 campi d'aviazione, la metà dei quali a “carattere permanente”, gli altri “campi di manovra”.
    La base principale era Elmas, la sede del comando Cagliari. Nelle vicinanze del capoluogo si trovavano anche gli aeroporti di Monserrato, Decimomannu e Villacidro. Ad Elmas, oltre la brigata aerea "MARTE" era di stanza il 31° stormo bombardieri; a Monserrato i caccia C.R.42; a Decimomannu e Villacidro i bombardieri S.M.79 detti Sparvieri.
    L'isola ospitava inoltre due basi navali: una a Cagliari per sommergibili e siluranti (ma sempre più spesso vi stazionava la settima divisione navale), l'altra alla Maddalena sede dell'ammiragliato. Dal porto di Cagliari il 12 giugno 1942 partirono gli incrociatori "Eugenio di Savoia" (con insegna del comandante superiore in mare ammiraglio Alberto Da Zara), "Monteccucoli" oltre a cinque cacciatorpedinieri; e sempre da Cagliari-Elmas partirono il giorno 14 i bombardieri e gli aerosiluranti impegnati nella famosa e vittoriosa battaglia aero-navale di Pantelleria.
    Inoltre la vastità del territorio (24000 Kmq), la lunghezza delle sue coste (1500 Km circa) la esponevano a massicci e frequenti bombardamenti aerei, tendenti alla distruzione e alla neutralizzazione delle basi marittime ed aeree. I porti di Cagliari, Olbia e Maddalena furono quasi distrutti ed i loro scali resi inservibili.
    In particolare Cagliari che oltre il porto (non solo base navale militare, ma anche punto di approdo per gli approvvigionamenti alimentari di tutta la zona meridionale dell'isola) ospitava l'aeroporto di Elmas, divenne per gli anglo-americani un bersaglio primario, una città da far morire giorno per giorno.
    A seguito poi degli sbarchi americani nelle coste dell'Africa Occidentale (ottobre '42) e della ritirata delle truppe da El Alamein (novembre'42), Cagliari fu sottoposta ad una guerra aerea senza riposo e che purtroppo provocò nel tempo danni ingenti e miserie dolorose.

    Via Roma - La banchina del molo della Sanità

    Cronologia di una tragedia: anno 1943
    Nel Gennaio 1943 ci fu un bombardamento su Elmas con sei morti.
    Il 7 febbraio fecero la loro comparsa gli aerei USA. Il giorno la città fu sottoposta, per ben 5 volte, ad azioni esplorative della ricognizione avversaria ed a spezzonamenti in alcuni quartieri periferici e nel vicino aeroporto di Elmas, attaccato da oltre 50 aerei. I bombardamenti iniziarono nel pomeriggio con attacchi in tre ondate (15.08, 15.10 e 15.40). Seguirono i bombardamenti notturni degli inglesi iniziati alle 23.08.
    Il 17 Febbraio fu la volta di Cagliari con 105 aerei fra B17 (le fortezze volanti) e i Caccia pesanti, Lightening P38 a doppia fusoliera. Alle 2 del pomeriggio, ci fu il prologo della triste storia della città e dei suoi centomila abitanti in guerra. Gli aerei da bombardamento americani piombarono nel centro della città per sganciare a tappeto un gran numero di bombe di medio calibro e di spezzoni incendiari. In via Sant'Efisio, tra la chiesa di Sant'Anna e quella di Santa Restituta, avvenne la maggiore strage. Il bollettino ufficiale parlava di 100 morti e 255 feriti; ma i morti erano quasi 200: 96 a Cagliari, 8 a Quartu, 83 a Gonnosfanadiga, dove un’improvvisa sequenza di spezzoni fece strage di bambini.
    Il 26 febbraio alle 15.30 una ventina di B17 arrivò su Cagliari da Capo Carbonara rovesciando 50 tonnellate di bombe sulla direttrice Bonaria-Castello-Stampace. Il bollettino parlava di 73 morti e 286 feriti. Il Teatro Civico fu sfondato, il Bastione di San Remy, colpito da 3 bombe, perse l'arco con parte delle scale.

    La terrazza del Bastione di San Remy senza l'arco
    In Piazza Costituzione si formò una profonda voragine. In Castello, il palazzo del Villamarina fu sventrato, mentre la chiesa di San Giuseppe, vicino alla Torre dell'Elefante, crollò completamente. Di Sant'Anna rimase in piedi solo la facciata e, in piazza del Carmine, una bomba fece una buca larga 8 metri e molto profonda. Il Municipio conservava solo la facciata. Parecchie costruzioni del Largo, del Corso, della via Sassari, via Maddalena, via Malta e via Caprera diventarono cumuli di macerie.
    Il 28 febbraio era domenica. Alle 12.55 85 aerei buttarono 538 bombe per 123 tonnellate di esplosivo. Le sirene d'allarme, per mancanza di energia elettrica, erano ormai inservibili. L'incursione durò 2 ore: furono distrutti il porto, il Palazzo della Dogana e la Stazione delle Ferrovie dello Stato. Quasi tutta la via Roma andò in rovina. I morti furono 200 secondo le cifre ufficiali e i feriti alcune centinaia. Il giornale d'Italia pubblicò i nomi di tutti i caduti nelle tre incursioni di febbraio: erano 416.
    Il 31 marzo i bombardamenti provocarono gravi danni al porto di Cagliari e molte vittime civili a Monserrato. Il bollettino parlava di 60 morti e 52 feriti. Tra gli edifici colpiti, la Chiesa del Carmine fu completamente distrutta.
    Nel mese di aprile le incursioni subirono un'improvvisa accelerata, Carloforte fu bombardata il 4 aprile (12 morti e 30 feriti); l'aeroporto di Alghero il 17 aprile (18 morti e 50 feriti); il 18 fu la volta di Porto Torres (5 morti); il 22 di Carloforte (2 morti); il 23 aprile Arbatax (12 morti e 6 feriti); il 25 aprile fu bombardata Decimo; il 26 Sant'Antioco; il 27 Villacidro (con 16 morti e 56 feriti).
    Il 10 aprile, nel primo pomeriggio, 84 quadri motori attaccarono gli incrociatori tra La Maddalena e Palau: il Trieste fu centrato in pieno con centinaia di marinai morti.
    Il 13 Maggio, tra le 13.38 e le 14.30, 197 bombardieri e 186 caccia sganciarono 893 bombe su Cagliari: la città fu trasformata in un immenso accumulo di macerie. Durante la notte gli Wellington Inglesi (tra le 22.50 e le 23.07) completarono l'opera con bombe e spezzoni incendiari. Il bollettino parlava di 10 morti e 56 feriti. La città era quasi deserta già da marzo, ma nella sola stazione delle ferrovie dello Stato morirono 17 ferrovieri: il totale era più vicino ai 50.
    Il 14 Maggio tutta la Sardegna era sotto il mirino degli aerei alleati: Olbia con il porto e l'abitato (oltre 20 i morti), la linea ferroviaria e la stazione di Sassari (3 morti), l'aeroporto di Fertilia e la rada diAlghero (6 morti), Porto Torres, Abbasanta, Capo Frasca, Sant'Antioco, Calasetta, Santa Caterina.
    Fra il 17 e il 18 Maggio si contarono 52 morti ad Alghero, 14 morti e 40 feriti in provincia di Sassari. Fino alla fine del mese non c'era giorno o notte senza incursioni.
    Da giugno in poi gli obiettivi erano soprattutto militari: i porti di Olbia (6 bombardamenti), Cagliari (4 volte), Golfo Aranci (3), Alghero e il nodo ferroviario di Chilivani, gli aeroporti di Venafiorita, Decimo, Milis, Fertilia.
    La guerra per la Sardegna volgeva al termine; l'ultimo bombardamento fu il pomeriggio dell'8 settembre sull'aeroporto di Pabillonis. Poche ore dopo Badoglio annunciava alla radio che l'Italia usciva dal conflitto.

    Il quartiere di Villanova, visto dal Bastione.

    Unione Nazionale Protezione Antiaerea
    La protezione antiaerea in città era affidata all'U.N.P.A. (Unione nazionale protezione antiaerea) costituita da volontari delle M.V.S.N. (Milizia volontaria sicurezza nazionale) e da anziani esonerati dal servizio militare.
    Disposizioni dell'U.N.P.A.
    1. L'allarme è dato con sei suoni di sirena di 15 secondi intervallati da pause di uguale tempo. Il cessato allarme un fischio di sirena prolungato per due minuti. In caso di avaria o di mancanza di corrente il suono delle sirene è sostituito da tre colpi di cannone ad intervalli di 5 secondi; nel caso di ulteriore impedimento avrebbero provveduto le macchine della P.S. girando per la città a sirene spiegate.
    2. In caso di allarme aereo correre subito al rifugio più vicino e non attendere gli spari. Non sostare nel mezzo della strada, non circolare. Durante l'allarme massima disciplina.
    3. L'oscuramento deve essere totale nei tempi che saranno comunicati.
    4. I portoni devono restare aperti durante l'allarme.
    5. I cittadini, laddove non sia possibile raggiungere un pubblico ricovero, possono accedere a quelli privati.
    6. La capienza di un ricovero è stabilita nel rapporto di due persone per metro quadrato di superficie.
    7. Si fa obbligo ai proprietari di case e ai condomini di fornire idoneo ricovero ai caseggiati di loro proprietà: all'uopo venivano stabiliti criteri uniformi nell'adattamento dei locali.
    8. I capi fabbricato devono riferire mensilmente al comitato provinciale di protezione antiaerea.

    Una dimostrazione di propaganda bellica organizzata nella piazza Garibaldi dall'UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea)

    I Bunker
    Un bunker è una costruzione militare in cemento armato che ha lo scopo di difendere gli occupanti dagli attacchi nemici: a seconda del tipo di armi cui è destinati a resistere, può avere pareti di diversi spessori, dai 30 cm di quelli antischegge al metro di un bunker anticarro. Durante la Seconda Guerra Mondiale la tecnologia bellica progredì notevolmente, rendendo non solo inutile la contraerea cagliaritana rispetto agli enormi B-17 e B-16, ma addirittura rendendo i bunker dell’arco di contenimento insufficienti per resistere a un attacco, mancando questi di armature di metallo ed essendo costruiti con materiali scadenti per mancanza di risorse.
    Due erano le tipologie di bunker: monoarma, ossia con una sola camera di sparo, con possibilità di sparare su un angolo tra i 360 e i 270 gradi (quest’angolo nel caso della struttura “a toppa di chiave, ossia con un corridoio di entrata sul retro), con una funzione antiuomo, quindi posizionato sul litorale e equipaggiato con armi automatiche leggere come mitragliatrici e fucili mitragliatori da 45.
    Il bunker pluriarma era invece più complesso, con diverse camere da sparo, e adibito anche per la difesa dai mezzi corazzati. Nelle camere laterali l’armamento non differiva da quello di un bunker monoarma, mentre nella camera centrale vi era generalmente un cannone anticarro da 47.
    Generalmente i bunker erano mimetizzati con la roccia tipica del luogo, ma abbiamo anche altri travestimenti: alcuni erano camuffati da nuraghe, altri da casa e alcuni addirittura da chiesa campestre. Caratteristica dei bunker sardi era che mentre le fortificazioni europee erano con progetti omogenei che le rendevano simili, i bunker sardi si adattavano invece alle differenze dell’ambiente, differenziandosi addirittura nello stesso caposaldo.


    Il tipo “ T ” : più comune, monoarma, per fucili mitragliatori o mitragliatrici, erano caratterizzati dalla tipica planimetria a toppa di chiave con il vestibolo quadrangolare e camere di combattimento circolari e feritoie.
    Il tipo “ P ”: meno diffuso, pluriarma, a pianta poligonale, armato con armi automatiche, visibile nell’area di contenimento di Quartu.

    Il tipo “R”: meno diffuso, a pianta rettangolare, può essere monoarmato o pluriarmato, dotato anche di armi automatiche.
    Il tipo “CR”: pluriarma, che venne anche camuffato da nuraghe o da abitazione, con porta e finte finestre. Di queste “casematte” ne vediamo un esempio nella zona delle saline, dietro il Poetto, dove, oltre ad una serie di strutture più o meno uguali ce n’è una “camuffata da casa rurale”. È una delle postazioni più singolari di tutta la Sardegna.

    Sempre lungo le saline possiamo notare un altro fortino a pianta circolare, con braccio allungato verso l’acqua, munito di scalette. Tutte le strutture difensive militari sono adatte a sostenere dei bombardamenti di medio calibro, anche quelle antiaeree, come quella di Cala Fighera e di Tuvixeddu, addossate al fianco del colle,hanno i muri di notevole spessore, con nicchie per il deposito delle cassette delle munizioni in dotazione e spazi protetti, per far riparare i militari, in caso di bombardamento.
    Ogni fortificazione ha una dislocazione peculiare che la rende unica, pur essendo uguale ad altre nel progetto, pensato per costituire un complesso difensivo organico e ben strutturato per la difesa dell’isola.
    La difesa del golfo di Cagliari era affidata a tre opere antinave armate con cannoni di medio calibro da 152/50, aventi una gittata di 18.000 metri. La più vicina a Cagliari era quella dedicata a Roberto Prunas, situata fra Calamosca e Cala Fighera, in un promontorio detto “Murr’e Porcu. Questa batteria incrociava il tiro con altre due batterie: la Carlo Faldi, collocata nella zona Torre Mortorio, a ridosso del posto d’avvistamento aeronavale sito presso il nuraghe Diana, nell’agro di Quartu Sant’Elena; l’altra batteria era la Corrado Baggio, dislocata nella zona di Pula, sulla collina Santa Vittoria. Presso le opere antinave vi erano tre batterie “a doppio compito”, armate con pezzi di piccolo calibro: C.135, a Capo Sant’Elia, che essendo assegnata alla difesa del capoluogo aveva in dotazione il pezzo 102/35; a Pula c’era la C.146; a nuraghe Capitana la C.165, con il pezzo 76/40, uguale a quello montato a Pula.
    Gli interventi bellici venivano diretti dal Comando F.A.M. (Fronte a mare), dalla D.I.C.A.T., e dalla M.I.L.M.A.R.T. (Milizia Artiglieria Marittima). Per la zona di Cagliari-Elmas, la difesa era stata assegnata alla Quarta Legione MILMART.
    Le batterie antiaeree esistenti nella zona di Cagliari-Elmas erano sette.
    Il Gruppo Levante composto da quattro batterie da 102/35, destinate alla difesa della città e del porto, dislocate nei punti strategici della città: a Capo Sant’Elia, a Giorgino, a Monte Urpinu e a Tuvixeddu.
    Le altre tre, gestite dal Gruppo Ponente, erano destinate alla difesa dell’idroscalo di Elmas, ed erano dislocate: alle Saline di Macchiareddu, a Casa Lostia e alla Stazione di Elmas.

    Le centrali di tiro delle batterie di Elmas, Giorgino e Capo Sant’Elia erano dotate anche di apparecchiature costituite da un calcolatore elettromeccanico tipo “gamma”, piuttosto importante per le azioni difensive, in quanto adatto sia al tiro antiaereo che antinave; inoltre, queste postazioni erano fornite anche di uno stereo telemetro San Giorgio da tre metri di base.

    Prima dell’estate 1943, nel timore di uno sbarco delle forze nemiche, furono fatti dei miglioramenti nelle postazioni di difesa a mare a Cagliari e dintorni. Vennero organizzate delle nuove postazioni di artiglieria contraerea, collocate: a Sa Illetta, al Poetto, a Tuvixeddu e a Pirri. Nel marzo 1943 furono aggiunte due batterie da 88 mm. sulla spiaggia di Giorgino e nella zona sottostante la Basilica di N.S.di Bonaria. Nei mesi successivi vennero approntati nuovi miglioramenti nel sistema di difesa dell’isola, ma ormai era troppo tardi, di lì a poche settimane le ostilità sarebbero cessate, in quanto il 3 settembre del ’43 venne firmato, a Cassibile, l’Armistizio fra l’Italia e gli Alleati, e reso noto agli italiani l’8 sera,da parte del Generale Badoglio.












    Gli sfollamenti
    Un tratto distintivo della seconda guerra mondiale è stato lo “sfollamento”: cioè il trasferimento di tutte le comunità che avevano subito un bombardamento, o che temevano di subirlo, verso località considerate più sicure, o comunque meno pericolose. Così lo sfollamento ha riguardato soprattutto le popolazioni delle città e soltanto in misura minore quelle dei paesi.
    In Sardegna lo sfollamento è stato vissuto principalmente, e in maniera drammatica, da Cagliari: dopo i bombardamenti di febbraio decine di migliaia di abitanti abbandonarono la città, lasciando le loro case in una fuga spesso disperata, portando con sè il minimo indispensabile.
    Il bombardamento del 13 maggio, che distrusse tanta parte degli edifici civili della città, fece relativamente poche vittime perchè in realtà la città si era già praticamente svuotata. Altri centri toccati dallo sfollamento furono La Maddalena, Olbia, Nuoro, Oristano, Carbonia, Iglesias, Tempio e Sassari.
    Lo sfollamento mise in contatto i sardi delle città e i sardi dei paesi come mai prima era avvenuto nella storia dell'isola, producendo una sorta di "modernizzazione", se così si può dire, dei villaggi. Per gli sfollati, si trattò in ogni caso di un periodo di sofferenza e di grandi sacrifici.
    Ci furono atteggiamenti di “superiorità” e spirito di rivincita da parte della gente locale nei confronti degli “odiati” cittadini, ma anche numerosi episodi di solidarietà e di generosità, scambi di cultura, nascite di amicizie che rimangono indimenticabili ancora oggi.

    I rifugi.
    I rifugi erano situati prevalentemente nelle grotte, di cui Cagliari è ricca, da Monte Urpinu a Sant’Avendrace, da Sant’Elia a Tuvixeddu , dove gli anfratti naturali permettevano un sicuro riparo. Tra i vari rifugi citati dai testimoni ricordiamo quello dell’ex vivaio comunale; quello sito alle Saline Contivecchi.
    Nei sotterranei di piazza d’Armi, sotto il livello stradale, vi sono delle cavità naturali, in una parte delle quali scorre un corso d’acqua che emana riflessi verdastri, particolarmente suggestivi; in questo luogo, venne allestito fin dal 1942, un rifugio munito di corrente elettrica.
    C’erano altri rifugi dentro l’abitato: uno al Porto, uno nella chiesa di San Domenico, un altro in viale Diaz con l’esterno in cemento armato; uno in via San Paolo; poi c’era quello del Portico de “Is Animas”; fungevano da rifugio anche le gallerie e gli anfratti presenti nella zona di “Is Mirrionis”, oggi adibita ad Ospedale, detto S.S. Trinità, i cui reparti sono stati allestiti negli ex padiglioni e casermette dell’esercito. Poco frequentati erano i rifugi di piazza Tristano, (oggi piazza Kennedy), in quanto scavati nel tufo che si sbriciolava e cadeva addosso alla gente. Altri rifugi molto frequentati, perché facili da raggiungere, erano le cavità dell’Anfiteatro Romano; quelli allestiti nelle grotte dei Giardini Pubblici, dove furono ricavati anche degli spazi-dormitorio, infatti dentro le grotte sono visibili i tagli praticati nella roccia, per inserire delle tavole per giaciglio; altri rifugi si trovavano nelle cavità del viale Regina Elena, (sotto la Scuola “Mereu”), vicino alla sede dell’Unione Sarda; nelle grotte sotto il fosso di San Guglielmo, che, tra l’altro erano abitate da centinaia di persone nullatenenti, le quali continuarono a viverci anche quando la maggior parte dei cagliaritani sfollarono verso i paesi dell’entroterra. Ci furono persone che trovarono rifugio nelle cavità di Buoncammino; altre, nelle ampie grotte dell’Orto dei Cappuccini, in vialeMerello.
    In viale Merello, sotto venti metri circa di roccia, si aprono delle ampie grotte che, in periodo bellico, furono in parte scavate, spianate, tramezzate e sistemate per ricevere l’ Ospedale della C.R.I, ma, che, a causa del protrarsi dei lavori, non fu usato come tale, ma fu adibito a magazzino ed a rifugio antiaereo per la popolazione.
    Un discorso a parte merita il rifugio approntato nella Cripta di Santa Restituta in Stampace, che fu colpita agli spezzoni il 17 febbraio 1943. Il rifugio era sicuro all’interno, in quanto si tratta di un ipogeo naturale che si propaga sotto il livello stradale, per renderlo più sicuro venne costruito un muro paraschegge; purtroppo, il muro non fu fatto con giusti criteri e così, a causa dell’imperizia umana, non riuscirono a mettersi al riparo abbastanza velocemente tutte le persone che in gran numero erano provenute dai dintorni. In quel terribile pomeriggio le sirene suonarono molto tardi, troppo tardi perché tutti potessero mettersi in salvo, i bombardieri arrivarono veloci e seminarono il loro carico di morte: spezzoni, spezzoni a pioggia che cadendo si frantumarono in migliaia di pezzi e ferirono e uccisero centinaia di cittadini inermi, tra cui molte donne e bambini, che si trovavano all’ingresso della Cripta di Santa Restituta, che fu “con ingenua fiducia adibita a rifugio” (come cita la lapide commemorativa rilasciata 50 anni dopo dal Comune di Cagliari).
    Tra viale Merello e la via Sant’Ignazio, in via Don Bosco, sotto undici metri di roccia tra la parte più alta ed il piano di calpestio della strada, c’è un rifugio “particolare” per la struttura e per il modo in cui veniva usato. Questo rifugio si presenta come una lunga galleria, ai lati della quale vi sono delle stanzette semigrezze, scavate nella roccia, ma un gruppo di queste colpiscono l’attenzione dei visitatori per la presenza di cancelli alle porte: infatti, quando suonava l’allarme antiaereo, queste stanzette venivano usate privatamente dalle famiglie abbienti che vivevano nelle ville soprastanti la galleria, nella quale scendevano, direttamente dalle loro abitazioni, e dove stavano insieme ad altri, ma allo stesso tempo separati, chiudendo i cancelletti. Le persone non abbienti potevano entrare nel rifugio, ma dovevano prendere posto nel corridoio, dove vi erano dei sedili in pietra, o in altre stanze, se possibile. Sempre all’interno della galleria di via Don Bosco, vi era un’altra zona privata, situata in una parte alta, riservata agli ospiti dell’Istituto per “ciechi” che, a quel tempo, aveva sede in viale Fra’ Ignazio, così essi tramite una scalinata interna accedevano direttamente al rifugio, pur restando separati dal resto degli altri rifugiati.
    Fra i rifugi ve n’erano certi privati, costruiti nei giardini di grandi ville di Cagliari, come quello di “Villa Scano” in viale Trento, dovuto alla lungimiranza del proprietario, il grande architetto Dionigi Scano. In base a quanto testimoniato dalla figlia, la signora Maria Valeria, sappiamo che all’inizio della seconda guerra, il padre fece costruire, nella zona sottostante i campi da tennis della villa, un rifugio sicuro e capiente, nel quale stavano al riparo i suoi familiari, i suoi parenti stretti, come i Satta, la cui abitazione era a fianco, e anche amici di famiglia, come i Cocco Ortu; inoltre anche le famiglie di alcuni vicini si mettevano al riparo nel rifugio della villa.
    Altri rifugi privati esistevano, probabilmente in altre ville, ma non ci sono testimonianze dirette, come nel caso di villa Scano. Esistevano dei rifugi in via Montello, in via Bainsizza e in via Vittorio Veneto, che il popolo definiva “dei ricchi” in quanto in esse si riversavano tutti gli abitanti delle Ville circostanti.
    In ogni zona era assegnato un capofabbricato, che aveva il compito di far rispettare le norme sull’uso dei rifugi, sull’obbligo per ogni cittadino di recarvisi entro il sesto suono di sirena d’allarme. Se mancava la corrente non era possibile udire il suono delle sirene, e le auto della protezione civile non facevano in tempo a fare il giro di tutta la città, pertanto funzionava il “passaparola” tra le persone: da una casa all’altra, da una strada all’altra; oppure, per le persone che lo possedevano, veniva usato il telefono: la signora Flavia Cocco Ortu ricorda che uno zio, chiamandoli al telefono, avvisava lei ed i suoi familiari degli imminenti allarmi, usando una specie di codice, dicendo “soprabito pesante”.
    Il Capofabbricato doveva controllare che al suono dell’allarme venissero tenuti aperti i portoni, per una veloce evacuazione, non si doveva sostare per le strade onde impedire il flusso delle persone che dovevano andare ai rifugi. I capifabbricato dovevano anche vigilare sul rispetto delle norme sull’oscuramento, era, questa, una norma molto importante, alla quale tutti i cittadini dovevano provvedere: dall’imbrunire all’alba, tutte le finestre delle case dovevano essere ben coperte con drappi pesanti, possibilmente i vetri dovevano essere oscurati col “blu di metilene” e le fessure coperte col nastro adesivo, inoltre, al fine di evitare che filtrassero le luci venivano permesse solo le candele o l’uso dei tizzoni di legno; inoltre venivano spente anche le luci delle strade, specie in prossimità dei rifugi. Dalle testimonianze risulta che, fra la popolazione, vi erano dei traditori che sventolavano bandiere o facevano altre segnalazioni per indicare ai nemici la presenza di un rifugio.
    Venivano adibiti a rifugi anche gli scantinati dei palazzi cittadini, o i piani terra, “con paraschegge addossati agli ingressi di improvvisati rifugi, restringendone gli accessi già pericolosissimi, attraverso i quali si accedeva a vere e proprie trappole per sorci, dalle quali, in caso di crollo, sarebbe stato impossibile uscire. Perfino al liceo Dettori il pianterreno, armato con una selva di travi e pali, fu trasformato in rifugio in cui durante gli allarmi si assiepava la popolazione studentesca che, al caso, sarebbe rimasta sepolta in quel groviglio di legname”; ciò è quanto testimonia Don Paolo De Magistris in “ La guerra, le bombe, la libertà”.
    Anche alla scuola elementare “Riva” si usavano gli scantinati come rifugi antiaerei; quando suonavano le sirene degli allarmi, le maestre accompagnavano gli alunni nei sotterranei, dove i bambini venivano tenuti anche per ore, con assoluto divieto di piangere o lamentarsi, dimostrando di essere dei buoni fascisti. Questi luoghi non erano affatto protetti, ma avevano addirittura la copertura in legno, per cui se fosse caduta una bomba incendiaria sarebbero tutti arsi vivi.

    Un rifugio che ha fatto storia
    Rifugio “Radio Sardegna” di Bortigali

    Radio Sardegna fu la prima radio libera in Italia dopo venti anni di dittatura.
    Nacque a Bortigali nel 1943 ed è stata la prima radio al mondo ad annunciare, il 7 maggio 1945, la fine della seconda guerra mondiale.


    Le premesse
    Dopo che gli alleati ebbero bombardato e distrutto Cagliari, nei mesi di febbraio e maggio del 1943, gli abitanti furono costretti a trasferirsi nei paesini dell'interno Sardegna. L’Isola cadde in un periodo di isolamento, dalla Penisola non arrivavano più le merci necessarie alla sopravvivenza della popolazione ed occorreva inoltre provvedere ai 200.000 soldati rimasti bloccati.
    Il Comando Supremo delle Forze Armate della Sardegna, diretto a quel tempo dal Generale Basso, aveva bisogno di un luogo fisso e lontano dai bombardamenti. Venne scelto Bortigali, piccolo centro del Marghine, situato ai piedi del monte Santu Padre.
    Qualche mese dopo il Comando, vi furono trasferite anche le strutture radiofoniche che rendevano possibile le comunicazioni con le centrali romane e con le truppe sparse nell'isola. La stazione radio, una R6 onde medie, fu posizionata a Birori, un paese vicino a Bortigali.
    A Lei, un paesino a 10 km da Bortigali, fu posizionata la radio R6 onde corte, trasferita da Roma insieme a tutto il personale specializzato del X Raggruppamento Genio, Servizio Trasmissioni. Si voleva potenziare il sistema di comunicazioni del Comando di Bortigali per rafforzare il sistema di difesa dell’isola in vista dell’imminente invasione da parte delle forze Alleate. Queste, attraverso l’Operazione carne tritata, avevano fatto credere ai comandi italo-tedeschi che lo sbarco sarebbe avvenuto in Sardegna.
    Dopo l’armistizio annunciato l’8 settembre 1943 le due R6 vennero trasferite a Bortigali.
    La Radio R6 1942 onde corte (potenza di 3 kw) aveva le dimensioni quasi di un pullman. Era divisa in due scompartimenti: in quello anteriore si trovavano i pannelli della trasmittente, mentre in quello posteriore erano sistemati gli apparecchi riceventi, il tavolo-scrivania del marconista con il “tasto” per le trasmissioni radiotelegrafiche, il tavolo col microfono per le trasmissioni radiofoniche. Il suo equipaggio era costituito da un maresciallo comandante e da una decina di specialisti vari. Al suo seguito viaggiava anche un camion per i servizi necessari al funzionamento.
    La radio R6 onde medie (potenza 1 kw) era di dimensioni un po’ inferiori alla R6 o.c.; funzionava solo per il traffico radiotelegrafico, mancando della parte radiofonica. Al suo interno era collocato un divano per il riposo del marconista nei momenti di pausa, un mobiletto con un telefono, una stufetta, un fornellino e attrezzature varie. Il personale era più ridotto, perché non svolgeva compiti operativi (suo compito era di coprire il traffico telegrafico col Comando Supremo di Roma).
    Le cosiddette “mamme” di Radio Sardegna furono sistemate in un terreno agricolo alla periferia del paese, vennero collegate subito dopo con la "cabina di trasmissione" ricavata in una delle stanze del rifugio antiaereo (la primissima cabina era stata proprio la R6 o.m. quando si trovava ancora a Birori).
    Il Rifugio venne fatto costruire dal Comando militare nella primavera del 1943, scavando un banco di trachite posto nelle immediate adiacenze della sede del Comando stesso. È formato da un lungo corridoio e da cinque stanze per complessivi 125 m². Una di queste stanze venne adibita a "cabina di trasmissione" (i microfoni, per evitare le interferenze, dovevano essere collocati lontano dalle radiotrasmittenti) dopo che le due radio furono trasferite in uno spiazzo agricolo alla periferia del paese.
    Ancora oggi si notano le tracce arrugginite del vecchio impianto elettrico. Il comune lo ha di recente ristrutturato, e dovrebbe diventare sede di un museo che ricordi quei giorni del 1943 in cui Bortigali era in qualche modo "capitale" della Sardegna.



    Debutto
    Radio Sardegna entrò in funzione successivamente all'8 settembre, dopo che il tenente Bertini aveva spostato da Lei la R6 o.c., parcheggiandola in un oliveto alla periferia di Bortigali. L'idea iniziale di utilizzare le due radio "inoperose" fu del Cap. Pio Ambrogetti, spalleggiato dal S.Ten. Walter Vannini, entrambi ex dipendenti dell'EIAR, che ebbero il permesso dal ten. Bertini. Lo scopo iniziale era quello di permettere il collegamento tra i soldati rimasti bloccati in Sardegna e i loro familiari, non essendo disponibili altri tipi di comunicazione.
    Qualche settimana dopo intervennero come responsabili il capitano del Genio Emanuele Caddeo e il vicecapo di Stato Maggiore Enrico Cocco.
    Ci fu un periodo di trasmissioni “ufficiose”, poi, il 2 ottobre, iniziarono le prove vere e proprie, prove che servirono per prepararsi al debutto ufficiale avvenuto, col beneplacito del Comando militare, il 3 ottobre, alle ore 13.15, quando Radio Sardegna inizia ufficialmente le sue trasmissioni.
    Il quotidiano sassarese “L'Isola” scrive:
    «Oggi inizia l'attività la nuova stazione Radio Sardegna.»
    Il Comando delle Forze Armate diramò un comunicato per spiegare lo scopo di questa nascita:
    «Radio Sardegna si propone, mediante i proprio notiziari, di integrare l'opera della stampa quotidiana dell'Isola. Libera da qualsiasi influenza straniera, Radio Sardegna, autentica voce d'Italia, si ispira fedelmente alle direttive e ai principi che guidano l'opera del governo della Maestà del Re. Radio Sardegna, proponendosi anche uno scopo di assistenza morale, farà giungere in continente la propria voce trasmettendo regolarmente notizie di militari e civili in stanza in Sardegna alle rispettive famiglie. Infine Radio Sardegna intende contribuire, nei limiti del suo campo d'azione, alla valorizzazione delle possibilità dell'Isola in ogni campo (industriale, commerciale, economico) tenendo di mira, fin da ora, la meta di tutti gli italiani: la ricostruzione delle fortune e dei destini della Patria.»
    In realtà il segnale iniziò ad essere nitido solo intorno al 10 ottobre.
    Augurio finale del cronista il primo giorno di trasmissione:
    «E' certo che dopo l'esperienza della prima trasmissione le condizioni di ricezione miglioreranno ancora e da ogni remoto angolo della Sardegna gli uditori, con cuore intento e commosso, accoglieranno la voce della loro terra.»

    Trasmissioni
    Iniziavano in questo modo: il Marconista Armando Migliorini dava due o tre giri di manovella al grammofono, faceva partire le prime note dell'Inno Sardo, poi rialzava il braccio con la puntina e pronunciava la sigla: "Qui Radio Sardegna, libera voce d'Italia fedele al suo Re, ascoltatela...". Quindi Walter Vannini iniziava il suo notiziario radiofonico.
    La prima trasmissione era formata solo da 3 notiziari, dalla durata di 15 minuti ciascuno (13.15, 17.15, 22.00), ma dal 17 ottobre i notiziari si ridussero a due e si aggiunsero due trasmissioni intitolate “Notizie da casa”.
    Dal 15 novembre il tempo di trasmissione si ampliò e si infittì, i notiziari divennero 5, la trasmissione “Notizie da casa” divenne “Messaggi da e per il continente” (occupava 3 spazi da 15 minuti l'uno) e furono introdotte due trasmissioni musicali rese possibili da dischi raccolti fra i militari e fra gli stessi abitanti di Bortigali. In tutto si avevano 150 minuti di trasmissione.

    Arrivo degli americani a Bortigali
    Quando gli americani sbarcarono in Sardegna, vennero a sapere delle trasmissioni della Radio. Appena scoprirono il luogo di provenienza, inviarono sul posto alcuni membri della commissione di controllo del PWB sotto le direttive del "maggiore" Guido d'Agostino.
    In un primo momento ebbero il sospetto che la radio servisse a trasmettere messaggi in codice ai fascisti sardi; per questo pensarono di chiuderla, anche perché con l'armistizio dell’8 settembre si era stabilito che nessuna radio potesse trasmettere senza la loro supervisione. Ma si limitarono a mettere al servizio della Radio del personale di loro fiducia (tra cui Jader Jacobelli e il primo direttore di Radio Sardegna Armando Rossini) e a chiudere la R6 a onde corte.

    Trasferimento della Radio a Cagliari
    Dopo l'arrivo degli americani e la conseguente chiusura della trasmittente a onde corte, Radio Sardegna passò un periodo non facile, in quanto ormai il segnale si sentiva solo in Sardegna e il servizio di collegamento tra militari continentali bloccati in Sardegna e le proprie famiglie fu interrotto.
    Il fatto anche di trovarsi in una posizione marginale portò alla decisione di trasferire Radio Sardegna a Cagliari nel gennaio del '44, utilizzando una trasmittente più potente, da 5 kw.
    Dopo il bombardamento Cagliari era caduta in uno stato di apatia, ma l'arrivo della Radio fu un segno di ripresa.
    All'inizio le apparecchiature furono collocate in tre grotte del quartiere di “Is Mirrionis”, precedentemente servite come rifugi antiaereo.
    Il cosiddetto “carrozzone” della R6 fu situato nella piazza d'Armi, in un edificio malandato che venne chiamato “il casermone”. Al piano superiore furono sistemati gli alloggi dei militari e gli studi.
    I giornalisti erano gli stessi che avevano lavorato a Bortigali.
    Più in avanti, il ruolo di direttore della Radio, precedentemente occupato dal maggiore Rossini, passò in mano al capitano Carlo Sequi, poi al giornalista Mino Pezzi ed infine ad Amerigo Gomez che decise di ampliare i programmi e di assicurare un flusso regolare di finanziamenti in modo da rendere fattibili i progetti in corso.
    A Cagliari la Radio crebbe sempre di più, ospitando diverse trasmissioni musicali (uno degli interpreti fu il noto Fred Buscaglione, a quei tempi militare a Sassari), politiche, religiose (la domenica il Cappellano Militare don Paolo Carta teneva le “prediche dal pulpito”). Dal 1944 Radio Sardegna trasmise tutti i giorni.
    Nel maggio del 1945 l'emittente venne trasferita in una nuova sede, con locali moderni e spaziosi, in Viale Bonaria 124.
    A Roma però si pensava di chiudere quella Radio autonoma; infatti, già da prima del famoso 7 maggio, arrivarono notizie sulla sua possibile soppressione.
    Si presentò il problema del personale che, con la fine della guerra, si ridusse in seguito alla partenza dei militari continentali. Ci fu un indebolimento del segnale, la lunghezza d'onda diminuì, ci furono scioperi del personale. Radio Sardegna divenne "Radio Cagliari", fino ad arrivare al 1952 anno in cui la Radio perse la sua autonomia.






    Annuncio di Fine Guerra
    È il 7 maggio del 1945 quando Radio Sardegna annuncia per prima al mondo la fine della seconda guerra mondiale.
    Alfred Jodl, Capo di Stato Maggiore del governo Donitz, aveva firmato la resa della Germania.
    Sono le 14/14.15, uno dei marconisti della Radio, Quintino Ralli, intercetta la trasmissione di una radio militare di Algeri nella quale si parla della resa dei tedeschi. Chiama il direttore Amerigo Gomez, il quale, sentito anche lui l'annuncio, corre nella cabina di trasmissione assieme all'annunciatore Antonello Muroni, strappa letteralmente di mano il microfono a Franco Roberto (giovane annunciatore di turno in quel momento) e grida: ”La guerra è finita... la guerra è finita! A voi che ci ascoltate, la guerra è finita!”.
    Quell'annuncio non era stato ancora diramato da nessun'altra radio. Radio Londra ne darà testimonianza solo venti minuti più tardi. Le normali trasmissioni quel giorno subiscono dei cambiamenti e la notizia viene ripetuta ogni dieci minuti per tutta la sera, ogni volta con qualche particolare in più intercettato dai telegrafisti.
    Nonostante tutto questo, il giorno dopo nessun giornale racconta il primato di Radio Sardegna.






    Cagliari una città distrutta
    Quando con l’Armistizio dell’8 settembre 1943 i bombardamenti aerei sulla Sardegna ebbero termine, la zona centrale di Cagliari era ridotta ad un desolante ammasso di rovine.
    Dei 4500 fabbricati che prima della guerra costituivano il patrimonio edilizio della città, 720 erano rasi al suolo, 540 gravemente danneggiati e 2300 privi di infissi a causa degli spostamenti d’aria. Oltre agli edifici residenziali, le bombe avevano colpito anche le sedi delle istituzioni, i bastioni spagnoli, l’Ospedale Civile, il Teatro Civico e molte chiese, di cui S. Caterina, S. Domenico, S. Agostino e quella della Madonna del Carmine erano andate distrutte.
    Quanto al porto, era quasi inagibile per le gravi condizioni in cui versavano le scogliere di posa di moli e banchine e la distruzione tanto delle strutture di servizio che delle attrezzature fisse.
    Cagliari, era una larva di città pressoché disabitata e invivibile, anche per mancanza di acqua potabile e di elettricità, la cui popolazione, in larga parte malamente alloggiata nei paesi dell’interno, contava non meno di 40mila senzatetto.
    Tali furono gli esiti di queste incursioni che gli stessi alleati coniarono il neologismo “Cagliarized”, per definire, molto espressivamente, la soluzione finale inferta ad una città.

    Piazza Garibaldi - Le scuole elementari del Riva


    Medaglia D’oro

    " Capoluogo dell'isola Nobile e generosa,
    scolta invitta d'Italia al centro del Mediterraneo,
    sopportò per anni, con indomita fierezza della sua gente, lunghe, terrificanti ed assillanti distruzioni di guerra recate dalla intensa offesa aerea.
    Fiera del suo destino, accolse con fierezza ogni prova dolorosa.
    Dilagata, stroncata e ferita a morte non smentì mai le sue alte e civiche virtù e la fama gloriosa acquisita nei secoli dal suo popolo eroico, sublime in ogni sacrificio per l'amore della patria".
    Con questa motivazione il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi conferiva in data 12.5.1950 la medaglia d'oro al valor militare alla città di Cagliari, che in tre anni di guerra aveva dovuto subire i terribili danni provocati dai terrificanti bombardamenti del febbraio-giugno del 1943.
    Queste parole sono scolpite su di una lapide dell'aula consiliare del Civico Palazzo proprio alle spalle degli scranni riservati al Sindaco ed ai componenti la Giunta Municipale.
    La Sardegna si trovò "liberata" al momento dell'armistizio dell'8 settembre 1943 pertanto nell'isola la guerra durò soltanto tre anni e qualche mese.
    In ogni caso la Sardegna non fu risparmiata dalle incursioni micidiali condotte dagli aerei alleati, intensificate e moltiplicate man mano che l'Italia diventava il bersaglio dell'attacco finale alla fortezza Europa.
    Preceduta da brevi azioni condotte in genere sui porti, gli aeroporti e le strutture stradali e ferroviarie, la grande stagione dei bombardamenti sulla Sardegna durò cinque lunghissimi mesi, da febbraio a giugno del 1943. Una stagione di morte, distruzione, fame, sofferenze inenarrabili.

  10. #10
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    Re: Cagliari - Guernica! analogie di guerra ?

    Ciao,bravo! Tutto molto dettagliato! Hai trovato materiale interessante alla biblioteca militare? Sé non sbaglio durante il primo bombardamento su Cagliari (per mano francese) venne colpito dalle bombe nemiche anche l'aeroporto di Elmas! Poi controllo dove l'ho letto!

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