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Discussione: Dnjepropetrowsk, cimitero italiano degli Eroi.........

  1. #11
    Moderatore L'avatar di Quex
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    in realtà le foto sono DUE questa è la mia regalatami poi dalla figlia del reduce. Pasquà mo me devi vendere la tua... un regalo sarebbe meglio

    P.S. la figlia del reduce nel tempo ha smarrito tutte le foto del padre ufficiale medico in Russia; essendo una venditrice nei mercatini
    delle pulci per un caso divise le foto. Allego la foto del reduce da notare il nastro della medaglia tedesca Winterschlacht im Osten e la
    croce in argento da ufficiale..
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    Occorre molto tempo affinche' una buona idea faccia il giro della testa di un coglione.
    L.F.Celine

  2. #12
    Utente registrato L'avatar di fornasero
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    ammetto di essere parecchio ignorante in tema ma gli elmetti dei soldati del picchetto d' onore non avrebbero dovuto essere uguali a quello della statua ?

  3. #13
    Moderatore L'avatar di Quex
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    nelle retrovie (come dimostra la foto) furono distribuiti elmi modello 16' (prima guerra) per supplire alla mancata fornitura di elmi M33.
    Occorre molto tempo affinche' una buona idea faccia il giro della testa di un coglione.
    L.F.Celine

  4. #14
    Moderatore L'avatar di maxtsn
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    Belle Quex. Complimenti.
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  5. #15
    Utente registrato L'avatar di fornasero
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    Citazione Originariamente Scritto da Quex Visualizza Messaggio
    nelle retrovie (come dimostra la foto) furono distribuiti elmi modello 16' (prima guerra) per supplire alla mancata fornitura di elmi M33.
    ok , grazie .

  6. #16
    Utente registrato L'avatar di 138^Legione
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    Rafè, belle le tue foto!......ma la mia è kiu' bella ...........e poi io ho anche il tesserino!!
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    Esistono tre tipi di uomini : Uomini , Ominicchi e Quaquaraquà.........

  7. #17
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    Trovato in rete...

    Dal Corriere della Sera del 10 febbraio 1992

    Silvio Bertoldi
    Prigionieri italiani, una foto per il KGB.
    Arrivano dalla Russia dopo mezzo secolo le immagini di tanti soldati uccisi da freddo e torture.

    Una documentazione che esce dagli archivi sovietici: chi era sopravvissuto alla rotta del 1943 finì nei lager

    Cominciano ad arrivare le prime immagini del dramma italiano in Russia, scattate all’interno dei reticolati. Una documentazione che esce dagli archivi sovietici e probabilmente fu raccolta “a futura memoria”, con i nostri soldati fermi davanti agli obiettivi delle macchine del KGB, per quella sterminata raccolta di cartelle individuali ora scoperta nelle profondità dei suoi uffici.
    Quelle che qui si pubblicano sono scelte tra un inedito materiale di cui “Sette” offrirà nel suo prossimo numero un vasto e desolato panorama. Sono fotografie di superstiti: di coloro che erano sopravvissuti alla tragedia della rotta del dicembre-gennaio 1943 e dopo marce di venti-trenta chilometri nel gelo e nella bufera avevano raggiunto i campi di concentramento.
    Dunque, file interminabili di gente spossata e stravolta, affamata e spesso ferita, avviate attraverso la steppa a località ignote, ma destinate nel tempo a diventare la memoria storica di un martirologio ancora per tanti versi ignorato: Oranki, Ljubotin, Krinowaja, Tambow, Micurinsk, Susdal...
    Ci si domanda quanti, di coloro che compaiono in queste immagini, siano tornati in Italia. E quanti, nei mesi successivi, abbiano chiuso gli occhi nei lager e siano tra quelli di cui non si sa più nulla, tra i cinquantamila che scomparvero per sempre. Vediamo soldati dei quali, purtroppo, conosciamo le sofferenze e i tormenti. Chi si e’salvato ha parlato e denunciato.
    Il tenente dell’artiglieria alpina della “Julia”, Ivo Ermett, ha lasciato scritto: “Sono caduto prigioniero dopo la seconda battaglia difensiva del Don e precisamente il 31 gennaio 1943, mentre mi trovavo con un reparto tedesco, essendo riuscito in un primo tempo a sfuggire alla cattura... Il viaggio dal Don a Tambow dura venti giorni. Giunti a Tambow siamo stati suddivisi in bunker scavati sottoterra e in ragione di trenta-quaranta prigionieri per bunker.
    Durante la prigionia, il mangiare ci viene servito solo ogni due giorni. Durante i venti giorni di viaggio vennero distribuite aringhe con pane secco e senza possibilità di bere. Molti miei compagni di sventura morirono di sete. La sorte dei poveri morti nelle vetture era la seguente: a ogni fermata venivano scaricati, denudati, legati ai piedi con le cinghie dei pantaloni e trascinati nella neve... poi i cadaveri accatastati in una fossa comune e bruciati. Questi i motivi per cui non vennero distinti i dati dei prigionieri da quelli dei dispersi”.
    Perché , dunque, illudere tanta povera gente che ancora soffre per la perdita dei propri cari che sia possibile, di quei morti e di quei “dispersi”, avere un elenco finalmente completo? E come confortare coloro che, nei volti ripresi da queste fotografie riconoscessero un padre, un figlio, un parente, allora ancora vivo, ma di cui non hanno saputo più nulla?
    La tragedia degli italiani in Russia difficilmente vedrà squarciarsi il velo che la copre.
    Ma almeno ci si potrebbe augurare che non si alimentassero illusioni e che non si confondessero per ignoranza tardiva i dati indiscutibili già noti.
    Non è vero che non si sappia dove sono sepolti coloro che caddero in combattimento.
    Non è vero che i loro corpi giacciano tutti chissà dove, sotto la neve dell’inverno russo o la coltre di polvere della steppa. Conosciamo i nomi di tanti cimiteri militari, dal primo, a Pokrowskje, nella zona del Bug, a quello di Dnjepropetrowsk dove i morti sono 223, a quello della “Tridentina” a Podgornoje con 500 salme, a quello di Voroscilovgrad con 541, a quelli di Rykovo, di Gomel, di Sergejewka...
    Conosciamo i nomi dei cappellani militari che diedero sepoltura e benedizione a quei caduti, don Natale Traversa, don Falcioni, don Marchese, tanti altri. Su uno di quei cimiteri una scritta diceva: “Cademmo perché altri non cadessero”. Un sacrificio vano: dopo di loro sarebbero morti tanti di quelli finiti nei lager e là falciati dalla fame, dal freddo, dalle malattie, dalla mancanza di qualsiasi assistenza. Era tra quegli infelici che circolavano i propagandisti stalinisti del PCI, per le loro lezioni di propaganda marxista, con la lusinga di migliori condizioni per chi avesse accettato di aderire al credo rosso. Ora vediamo uomini che forse non sono più usciti dai lager e queste immagini si aggiungono a quelle, tragiche, della “lunga marcia”: nere figure sul bianco della neve, verso una salvezza conquistata soltanto grazie al coraggio delle penne nere.
    Dolore e patimenti: nell’un caso e nell’altro per una guerra di cui le vittime non conoscevano il perché , contro un nemico che non odiavano, lontani migliaia di chilometri da una patria che aspettava con angoscia notizie dai bollettini del Quartier generale, muti sulla ritirata fin quasi alla fine del febbraio 1943.
    Mussolini non poteva ammettere una nuova sconfitta, dopo la Grecia e l’Africa settentrionale: e chissà se un esame di coscienza lo portò mai a sentirsi lui solo il responsabile di quel dramma, per aver voluto mandare in Russia i soldati italiani, nonostante il rifiuto di Hitler.
    Forse, tra quanti compaiono in queste fotografie, vi sono soldati sopravvissuti grazie al coraggio e alla dedizione eroica di gente come il medico degli alpini Reginato, come don Brevi, come don Fransoni, medaglie d’oro che nei lager tentarono come poterono di medicare piaghe e di tener deste speranze.
    Sono i nomi di chi si sentì fratello della povera gente prigioniera dietro i reticolati, di chi volle restare nei lager finché vi fosse ancora presente un italiano, per anni e anni. E che tornò per raccontare e per testimoniare, quando purtroppo si preferiva sbrigativamente affermare che “non vi sono dispersi in Russia”. E si invitavano gli storici a “scrivere meno pagine sul dolore e la guerra e molte di più sulla vita dei popoli nelle condizioni di pace e di libertà”.
    Comincio un sacco di cose e non ne finisco nes

  8. #18
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    Ahi, un amico che anni fa era in Russia a recuperare i nostri caduti in missione con l'esercito italiano non ricorda di averlo mai visto...
    Comincio un sacco di cose e non ne finisco nes

  9. #19
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    Dalla "voce" diretta del mio amico

    caspita con quei muscoloni è la tipica figura delle rappresentazioni sovietiche.., ma i russi sicuramente l’avranno raso al suolo durante la loro avanzata, sono stato nei cimiteri italiani, ma per trovarne le tracce abbiamo dovuto far scavare oltre due metri, in superficie non c’era rimasto assolutamente niente.... non sapevo che le truppe di retrovie avessero l’Adrian, e a Dnp. (città molto grande CON CENTRO NODALE IMPORTANTISSIMO) c’era un reparto di ferrovieri...saranno loro...?
    Comincio un sacco di cose e non ne finisco nes

  10. #20
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    Buon giorno, non so se questo è il posto giusto ma volevo sapere se qualcuno ha notizie dell'ospedale Italiano di Voroscilovgrad e del cimitero annesso.
    Un signore del mio paese (classe 1921) ha prestato servizio come porta feriti e spesso mi racconta "del nostro ospedale".
    Grazie a tutti

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