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Discussione: Intervista a uno degli ultimi reduci della battaglia di Gela

  1. #1
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    Intervista a uno degli ultimi reduci della battaglia di Gela

    LA BATTAGLIA DI GELA DEL 1943: il drammatico racconto della notte del nove luglio

    Un altro pezzo di storia è stato recuperato grazie all’Associazione culturale “Lamba Doria”. Il Magg. Iacono, di origini acatesi, autore del libro “Gela. Le operazioni dei reparti italiani nella battaglia del 10- 11 luglio 1943”, rappresentante dell’associazione per la provincia di Ragusa, nel corso delle sue ricerche ha avuto modo di raccogliere la testimonianza del Signor Causin Bruno, Caporale Maggiore artigliere, classe 1921, ultimo reduce del glorioso Gruppo mobile “E”, che combattè eroicamente nella piana di Gela il 10 e l’11 luglio 1943. Questa testimonianza contribuisce ulteriormente a far luce, se ce ne fosse ancora bisogno, sul comportamento tenuto dalla stragrande maggioranza dei soldati italiani durante lo sbarco americano.

    Sig. Causin quando fu chiamato alle armi?

    “Sono stato arruolato il 10 gennaio 1.941, a Ferrara, presso il 2° Reggimento artiglieria celere. Avevo l’incarico di puntatore, ma successivamente seguii anche il corso da capo pezzo, da autista, il corso celere sulle munizioni ed il corso da infermiere”.

    Nel luglio del ’43, lei a che reparto apparteneva?

    “Appartenevo al 54° Reggimento di artiglieria della Divisione Napoli, più precisamente alla 9^ batteria da 75\18, aggregata al Gruppo Mobile “E” della XVIII Brigata costiera, che era composto oltre che da noi, da una compagnia di carri armati, una compagnia di fanteria ed una di bersaglieri”.

    Dove eravate dislocati?

    “Ci trovavamo in Sicilia dal settembre del 1941. Nel mese di marzo del ’43 ci eravamo spostati a Niscemi. Qui eravamo alloggiati nelle scuole; si dormiva sui letti a castello, due sotto e due sopra. Durante tale periodo, si faceva addestramento tutti i giorni. Nei 5-6 giorni prima dello sbarco, gli americani bombardarono tutta la piana di Gela; ricordo il grano che ricopriva l’intera pianura che prendeva fuoco, altro che i fuochi che fanno vedere da Venezia! Là vedevi una cosa che sembrava inimmaginabile, il frumento in luglio che bruciava…., un mucchio di qua uno di là, tutti sti fuochi, su tutta la pianura”.

    Cosa successe la notte del 9 luglio del ’43?

    “All’epoca io ero Caporale. Il Comandante della batteria Ten. Francesco Marchegiani verso le 8.30 di sera ci chiamò alla fureria e ci disse: ”Guardate è giunta l’ora. Le chiacchiere, relative ad un gruppo di navi dirette in Sicilia, sono vere. Uno di questi gruppi sta per arrivare proprio qui a Gela. Noi siamo pronti, andate all’accampamento ed aspettate l’ordine”. Partimmo alla volta di Gela che era buio. Verso la mezzanotte venimmo attaccati da una pattuglia di paracadutisti, e ci fermammo lungo la strada che va da Niscemi a Gela. Ad un certo punto mi accorsi che veniva avanti un gruppo di soldati a piedi. Erano quelli della MILMART addetti ai cannoni contraerei che avevano tirato via i gradi e le mostrine. Io gli chiesi: “Dove andate?”. Quelli mi risposero : “Abbiamo avuto l’ordine di scappare”. “E voi dove andate?” “Noi andiamo al fronte contro gli americani”, gli risposi io, e allora scapparono, chi di qua, chi di là. Io lo dissi subito al tenente; sa cosa mi rispose il tenente Marchegiani? “Causin, pensa a fare il tuo dovere come l’hai sempre fatto!” Mi chiuse la bocca, “Signorsì” gli risposi. Arrivammo all’altezza dell’aeroporto di Ponte Olivo che era giorno. Gli americani erano già sbarcati ed avevano occupato il paese. Il comandante della batteria era andato come al solito avanti per vedere il posto dove schierarci coi cannoni. Aveva destinato il punto dove andare, ma al di qua del paese di Gela, gli americani avevano già sistemato una batteria da 105 mm.. Tornò quindi indietro, ci diede i dati di tiro mentre eravamo ancora lungo la strada ed io li segnai sul goniometro, che essendo piccolo tenevo sempre in tasca. Come siamo andati in posizione abbiamo sparato una salva di batteria, colpendo la batteria americana col primo colpo. Ricordo che l’aiutante mi raccontò che aveva visto l’inferno scatenarsi sulla batteria nemica, soldati morti, cannoni rovesciati. Dopo continuammo a sparare per coprire l’avanzata della fanteria. Ma non appena intervenne la Marina…..mamma mia….Ci arrivò addosso un inferno di fuoco e acciaio. I colpi ci passavano sopra, però qualcuno arrivò anche a 40-50 metri dalla nostra posizione, ricoprendoci letteralmente di terra, ma noi continuammo a sparare fino alle 10.30 – 11.00, e ricordo che il sole ci bruciava.
    La sera del secondo giorno, gli americani avevano mandato avanti sette carri armati lungo la strada statale 117. Io ero il quarto pezzo e mi trovavo vicino alla strada. Ricordo questi sette carri armati che venivano avanti. Il comandante ci ha chiamò tutti quanti i puntatori e ci disse:“Tu Causin prendi il primo, e tu (il primo pezzo) prendi l’ultimo, quell’altro lì il penultimo e l’altro il secondo”, sicché erano quattro quelli che noi dovevamo colpire, però ce ne sarebbero stati altri tre che non sarebbero stati colpiti. Lui ci disse : “Quando io sparerò il colpo di pistola in aria voi sparate”. Li fece venire avanti fino ad una distanza di 80 metri, io sul cannocchiale li vedevo come da qui a lei, e ricordo che il primo colpo che sparai lo presi sotto, tra la terra ed il cingolo ed il carro armato si fermò. Poi il secondo colpo lo prese in pieno ed il carro s’incendiò. Subito sparai ad un altro; alla fine Ma solamente due riuscirono a scappare. Ma poi dopo la Marina…..mamma mia….. hanno tirato tante di quelle bombe. La terra sembrava ribollire; per fortuna che avevamo una posizione meravigliosa, cioè c’era un fosso fatto dal personale del campo di aviazione, e noi avevamo quindi come protezione una specie di argine e la bocca da fuoco era rasente. Però una granata della Marina ci prese proprio sul paraschegge, e ricordo che il cannone saltò per aria, ed io che ero seduto sul sediolino, senza neanche accorgermene mi ritrovai per terra, tutti quanti pieni di terra, ed il cannone tornò giù di nuovo con un tonfo sordo, ed il tenente gridava “fuoco, fuoco”, ed iniziammo a sparare a vista; c’erano tantissimi americani che venivano avanti di qua e di là, erano dappertutto e quando succedeva così, come avevamo imparato durante le istruzioni si sparava un colpo qua un colpo là, in maniera da tenere il nemico sempre in allerta, che non venisse avanti, e allora si sparava un colpo più vicino, un colpo più lontano. Riuscimmo comunque a respingerli.
    Dopo venimmo a sapere che erano stati distrutti tutti i trattori per trainare i pezzi. Un colpo della Marina aveva colpito una macchina che era carica di munizioni ed erano saltate tutte per aria. Il Ten. Marchegiani aveva telegrafato al comando che non avevamo più munizioni (erano rimaste solo 12 granate). Allora ricevette l’ordine di arrendersi e seguire il destino (il destino consisteva nel darsi prigioniero). Il tenente ci disse “No. Prigionieri no. Allestire i cannoni per la marcia, cannoni in spalla e scappiamo”. E ricordo sempre, io ero il più robusto, mi mettevo due giacche sulle spalle, una a destra ed una a sinistra, legate con lo spago o con le cinghie, ed avevo il timone sulla spalla, pensi un cannone che pesava 12-13 quintali, e gli altri tiravano dai fianchi, c’erano due corde legate alle ruote dove c’era un gancio fatto apposta, trainando arrivammo fino a Niscemi. Avevamo fatto una decina di chilometri di marcia, durante i quali ci avevano attaccato diverse volte gli aeroplani; il terrore era quello. Io avevo paura degli aeroplani, perché ti capitavano addosso senza che te ne accorgessi, spuntando da dietro una collina, e ti falciavano. Gli apparecchi ci son venuti sopra 4-5 volte, facevano la picchiata e scappavano subito sopra. Ci buttarono spezzoni, ci mitragliarono, per fortuna io ricordo non avevamo avuto neanche un ferito. Il Signore ci ha benedetto su quel tragitto là”.

    Siete indietreggiati, siete arrivati a Niscemi e poi….

    “Arrivati a Niscemi credevamo di trovare tutto il nostro accampamento ed invece trovammo tutto vuoto, avevano portato via perfino le coperte, i pagliericci e la cucina; rimanemmo letteralmente senza niente. Non ricordo quante ore rimanemmo là. Ricordo però che ad un certo momento vedemmo issare la bandiera americana ai piedi del Castelluccio. Mi chiamò il Tenente Marchegiani e mi disse: “Causin, vedi quella bandiera, buttala giù”. Sparai col mio cannone e buttai giù la bandiera al secondo colpo. Dopo arrivarono i camion nuovi con le munizioni, e partimmo in direzione di Caltagirone. Qui ci nascondemmo sotto le piante dei giardini pubblici, per proteggerci dagli aerei che giravano e ci davano la caccia; rimanemmo là quasi fino a sera. Appena fatto buio ricordo che andammo sul fianco di Caltagirone e ci piazzammo coi cannoni in cima alla collina. Il tenente Barnabà, che era il mio comandante di plotone, aveva preso il comando perché il tenente Marchegiani non c’era più perché era stato ferito al braccio da una pallottola di un aereo, ed era stato portato in ospedale, mi disse: “Bruno vieni con me che andiamo a vedere dove piazzarci”. Andammo in cima alla collina e fu allora che vedemmo tutta la pianura piena di macchine che giravano e che venivano tutte verso Caltagirone. Si vedevano delle colonne che non finivano più, io non avevo mai visto una cosa del genere, coi binocoli poi che si vedeva meglio ancora. “Sono attrezzati meglio di noi dissi” allora al tenente, e questi mi rispose “purtroppo noi siamo delle formiche e loro sono i leoni”.

    In quel momento come vi siete sentiti?

    “Non avevo paura. Purtroppo la paura è la cosa peggiore che si può avere, ed io dissi al tenente : “Il tenente Marchegiani ci ha sempre detto: “Ricordatevi che la paura è il nemico n. 1, perché una persona tradisce sé stesso e nello stesso tempo tradisce anche i compagni”. “E’ vero”, mi disse. “Vai giù e digli agli altri che vengano sopra”. Lui aveva già preso i dati di tiro; andammo sopra tirando i cannoni a mano su per la collina, e ricordo che cominciammo subito a sparare. Mamma santa!, tutte le macchine che saltavano per aria, le munizioni, fiamme, abbiamo sparato tutta la notte e la mattina eravamo veramente sfiniti. Il giorno dopo siamo partiti e siamo andati sul fronte di Catania. E là abbiamo sparato non proprio tanto, tutto diverso da quello che era successo a Gela. E dopo mi ricordo che continuavano a venirmi queste febbri, e perdevo l’appetito”.

    Secondo lei serve parlare ai giovani di quel periodo o è meglio dimenticare?

    Bisogna ricordarle queste cose. Io le dico una cosa sola, dopo la guerra, dovevano fare come hanno fatto con la guerra mondiale ‘15-’18, perché io mi ricordo che quando andavo a scuola leggevo la storia d’Italia, i nostri soldati come hanno combattuto dal Piave al Grappa ecc.., invece noi siamo stati dimenticati da tutti, nonostante avessimo fatto il nostro dovere di soldati fino in fondo. Questo lo dico ad alta voce e non ho paura di essere smentito da nessuno”.

  2. #2
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    Re: Intervista a uno degli ultimi reduci della battaglia di

    Toccante testimonianza di un soldato che fece il proprio dovere fino in fondo, ma le ultime parole sono amaramente vere. Purtroppo essendo passati gli angloamericani da "invasori" a "liberatori" nel giro di poche settimane, la memoria collettiva e il politically correct hanno destinato all' oblio il sacrificio di militari e civili che difesero la loro terra fino all' estremo sacrificio. Solo negli ultimi tempi gli storici stanno rivalutando l' eroismo degli italiani e i crimini ( rimasti impuniti) degli americani durante la campagna di Sicilia del 1943...
    Ho il testo di una testimonianza sulla Battaglia di Gela rilasciata da un Carrista del Gruppo Mobile. Se può interessare la posterò. Che ne dite?
    "Chissà a quale di questi alberi ci impiccheranno..."

  3. #3
    Utente registrato L'avatar di Franz56
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    Re: Intervista a uno degli ultimi reduci della battaglia di

    Posta, posta...
    La vita è un temporale... prenderlo nel .... è un lampo...!!!
    El vento, el ... e i siori i gà sempre fato quel che i gà voludo lori...

    "Se un bischero dice 'azzate vorti'osamente può apri' un varco spazio temporale, in cui può incontrassi po'i se'ondi prima, generando 'osì un'infinita e crescente marea di 'azzate"... Margherita Hack

  4. #4
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    Re: Intervista a uno degli ultimi reduci della battaglia di

    Citazione Originariamente Scritto da Franz56
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  5. #5
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    Re: Intervista a uno degli ultimi reduci della battaglia di

    Mi ha emozionato tantissimo e soprattutto l' ultima frase mi ha commosso.........alla faccia di chi pensa che gli americani avanzassero a testa alta e i nostri soldati scappassero a gambe levate!
    Questi ragazzi hanno dato l' anima per la patria e delle loro gesta non sappiamo nulla, abbiamo ben altri eroi.....
    Grazie Vexillifer per la testimonianza, e Il cav. posta che interessa tantissimo!
    ...Sorse dal mar la Flottiglia che prese l' armi al grido PER L' ONORE!

  6. #6
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    Re: Intervista a uno degli ultimi reduci della battaglia di

    Ottima testimonianza.
    sven hassel
    duri a morire

  7. #7
    Collaboratore L'avatar di Il Cav.
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    Re: Intervista a uno degli ultimi reduci della battaglia di

    Il tempo di recuperare il testo cartaceo e poi la posto: vi anticipo solo questo, un solo carro Renault italiano Vs gli Sherman americani!
    "Chissà a quale di questi alberi ci impiccheranno..."

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