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Discussione: La Battaglia di Stalingrado

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    Re: La Battaglia di Stalingrado

    ï?ï?*L`epopea dell`Arm.I.R.

    Gli italiani dall`offensiva della primavera del ‘42 fino a Stalingrado.
    La carica di Isbuscenskij del Savoia Cavalleria.

    Il compito dell`8a Armata italiana, secondo i piani tedeschi, è il ruolo di copertura degli ampi spazi lasciati sguarniti dall`avanzata della Wehrmacht verso l`ansa del Volga. Svaniscono le ipotesi fatte per le truppe alpine di essere impegnate nel Caucaso, su un terreno ad esse più congeniale. I piani tedeschi in effetti prevedono anche la penetrazione nel Caucaso, con obiettivo finale le zone petrolifere tra il Mar Nero e il Mar Caspio, ma l`avanzata non potrà* mai essere rapida a sud-est di Rostov e il 10 novembre del ‘42 i tedeschi arriveranno a fatica fino ad una punta massima di una linea che da Novorossijsk, sul Mar Nero, raggiunge Ordjonikidze: ad un soffio dall`oleodotto Baku-Batum, quando ormai le energie delle truppe tedesche sono esaurite.
    Sia l`avanzata di Paulus su Stalingrado, sia l`offensiva a sud-est di Rostov lasciano scoperto il fianco sinistro - l`enorme territorio delimitato dall`ansa del Don, che prima di deviare verso sud e correre parallelo al Volga nell`ultimo tratto fino al Mar d`Azov, scorre verso est-sud-est, tra Voronez e poco oltre Klijetskaia. Proprio in questo tratto - il fianco sinistro delle armate tedesche del sud - i sovietici concentreranno i loro sforzi e rovesceranno la situazione in modo decisivo.
    La prima avvisaglia è a Serafimovic, tra il 30 luglio e il 13 agosto. Qui, a un primo tentativo dell`Armata Rossa di passare il Don, i bersaglieri della Celere oppongono una tenace resistenza. I russi segnano il passo, ma il prezzo di vite umane pagato dai bersaglieri è altissimo. L`illusione di aver fermato i sovietici dura poco. Tra il 20 agosto e il 1° settembre si svolge la prima battaglia difensiva del Don che vede impegnate truppe italiane, tedesche e ungheresi. Il peso maggiore gravita sull`8a Armata del generale Italo Gariboldi. I russi dopo Serafimovic, sono riusciti a stabilire delle teste di ponte sulla riva destra del Don, il 20 settembre sferrano dai due villaggi di Kremenshkija e Bobrovskij un attacco di vaste proporzioni. L`urto è particolarmente sentito dalla Divisione Sforzesca, composta da elementi al loro "battesimo del fuoco", sfiancati dalle lunghe marce e armati, come del resto tutta l`8a Armata, in modo decisamente inferiore rispetto alle necessità* della guerra moderna. L`ordine impartito alla divisione di fanteria è di resistere ad ogni costo, mentre i reparti tedeschi impiegati nella zona, adottano una tattica più consona alla situazione creatasi: ripiegano. La Sforzesca è letteralmente travolta e dopo un paio di giorni di aspri combattimenti si ritira in disordine. Il duro colpo potrebbe diventare disastro, se non affluissero reparti della Celere, che dopo Serafimovic stavano riorganizzandosi. Tra questi c`è anche l`anacronistico quanto valoroso Savoia Cavalleria. Accorre pure il battaglione sciatori Monte Cervino, mentre i tedeschi fanno affluire un reggimento in appoggio alla Divisione Pasubio, anch`essa sottoposta alla pressione dell`offensiva sovietica.
    Reggimenti di fanteria e gruppi corazzati sovietici intanto continuano a passare il Don. Il generale Messe, che ha la responsabilità* di quel settore del fronte, dopo avere in un primo tempo disposto l`attestamento nei capisaldi di Jagodni e Cebotarevskij, approfitta di una pausa tecnica dei russi per attuare una controffensiva di alleggerimento. Il compito è affidato alla cavalleria. All`alba del 24 agosto presso il villaggio di Isbuscenskij, l`ultima carica della cavalleria nella storia militare, sorprese i sovietici appostate tra l`erba alta della steppa. Un terreno abituato allo sferragliare dei carri armati, si ridesta al rumore degli zoccoli dei cavalli lanciati all`assalto guidato dal colonnello Bettoni. Sono seicento italiani contro duemila russi. Le perdite del Savoia Cavalleria, malgrado il fuoco delle mitragliatrici e la mitizzazione che poi si farà* della "carneficina" sono in realtà* modeste: trentanove caduti. Oltre il valore, innegabile, dimostrato dal Savoia Cavalleria, l`aspetto positivo principale dell`attacco alla sciabola e l`allentamento della pressione russa, è soprattutto psicologico. I fanti della Sforzesca per un attimo si sentono protetti, rincuorati e recuperano in parte un certo ordine nel ripiegamento.
    Anche il Corpo d`Armata alpino è coinvolto nei combattimenti. A metà* agosto la Tridentina è provvisoriamente accantonata a Voroscilovgrad in attesa di raggiungere le posizioni sul Don. L`eco dello scontro di Serafimovic giunse attenuato, mentre il brusco risveglio arriva dall`inizio della battaglia del 20 agosto, con l`immediato trasferimento sulle linee del fronte, dove bisogna tamponare la falla lasciata dalla Sforzesca.
    Il 31 agosto è una giornata di aspri combattimenti. Gli alpini della Tridentina sono duramente falcidiati dai mortai e dalle mitragliatrici dei sovietici. Dovrebbero avere il supporto della fanteria, ma per la disorganizzazione e per la rottura del fronte di cui non si rendono ancora conto, si trovano a sostenere il combattimento da soli, con munizionamento limitato e armamento inadeguato.
    In qualche modo il fronte è mantenuto, ma a Verchnij Mamon, sulla riva destra del Don, i sovietici sono riusciti a stabilire una solida testa di ponte, strappando il terreno, prezioso per la futura offensiva d`autunno, al 2° Corpo di Armata, formato dalle divisioni Ravenna, Cosseria e la 318° reggimento della Wehrmacht. Così, verso l`11 settembre il fronte si stabilizza e per trecento chilometri lungo il Don tra Kamilskova e Veshenskaja, l`8a Armata schiera la sua linea difensiva. A partire da nord, il fianco sinistro è costituito dal Corpo di Armata alpino - Tridentina, Julia e Cuneense - con alle spalle i territoriali della Vicenza; al centro il 2° Corpo di Armata - Cosseria e Ravenna - e il 35° Corpo di Armata (all`origine formato con l`ex CSIR - Corpo di Spedizione Italiano in Russia) al quale ora è rimasta la Pasubio rinforzata dalla 298a divisione tedesca; all`ala destra il 29° Corpo di Armata - Torino, Celere, anch`esse in origine del CSIR, poi rinforzate come abbiamo già* visto da altri elementi, più la Sforzesca, rimessa in piedi alla meglio dopo la disastrosa battaglia di fine agosto). Alle estremità* dello schieramento italiano si trovano due armate con caratteristiche globali assai diverse: al nord c`è l`ancora efficiente 2a Armata ungherese, sul fianco destro la 3a Armata romena, duramente provata, disorganizzata e priva di armamenti validi, prossima, ormai al collasso definitivo.
    Quella dell`Arm.I.R. (Armata Italiana in Russia) è una struttura paurosamente esile. I soldati sono armati con il vecchio fucile ‘91, l`arma principe della fanteria nel primo conflitto mondiale, ma ora quasi un pezzo da museo contro le armi automatiche dell`avversario. I fucili mitragliatori e le mitragliatrice di cui sono dotati alcuni reparti saranno vittime delle rigide temperature dell`inverno russo e spesso s`incepperanno o addirittura si bloccheranno del tutto diventando inservibili del tutto.

    Stralci di bollettini e notiziari ufficiali e non ufficiali relativi al periodo 15 dicembre 1942 - 5 febbraio 1943 e riguardanti attività* di truppe italiane sul fronte russo.
    (I comunicati, salvo alcune eccezioni, sono di fonte germanica. Essi venivano emanati dall`OKW e, di norma, venivano pubblicati sui quotidiani italiani recanti la data del giorno successivo. Qui di seguito se ne danno soltanto i passi referentisi alle operazioni in cui sono coinvolte truppe italiane. Le date segnate sono quelle del giorno di diramazione. Ai comunicati seguono in taluni casi cenni sulla effettiva situazione esistente sul terreno di battaglia e alcune altre succinte indicazioni.)

    15 dicembre 1942 - Truppe italiane hanno contenuto nuovamente attacchi locali dei bolscevichi sul fronte del Don, con perdite sanguinose per il nemico. Venticinque apparecchi sovietici sono stasti abbattuti, da parte nostra si è registrata la perdita di un apparecchio.
    Si trattava di azioni di sondaggio sul tratto di fronte tenuto, congiuntamente con unità* tedesche, dalle divisioni italiane Cosseria, Ravenna, Pasubio, Torino, Celere e Sforzesca. Il vero attacco sovietico in forze ebbe inizio all`alba del giorno 16 dicembre 1942.

    16 dicembre 1942 - Truppe italiane hanno stroncato attacchi nemici con alte perdite per i sovietici.

    17 dicembre 1942 - Sul fronte del Don, le truppe russe hanno intensificato con l`appoggio di poderose formazioni di carri armati i loro attacchi contro le posizioni italiane. Le truppe dell`Arm.I.R. si sono brillantemente distinte nella difesa, stroncando nettamente ognio attacco dei russi che hanno subito perdite eccezionalmente gravi tanto in uomini che in materiali.
    Nel settore tenuto dalla Cosseria, dalla Ravenna e dalla 385a divisione tedesca, i sovietici erano penetrati per profondita variabili dai quindici ai venticinque chilometri. Lo stesso giorno la Julia riceveva l`ordine di spostarsi per tamponare la falla apertasi sul fronte del 2° Corpo d`Armata (Ravenna e Cosseria). La sera del 17 dicembre, il comando del 2° Corpo d`Armata si era trasferito dalla sua sede di Taly, minacciata da vicino.

    18 dicembre 1942 - Durante i continui duri combattimenti difensivi sul fronte del Don, truppe italiane e germaniche, in cooperazione con l`arma aerea, hanno distrutto il 16 e 17 dicembre, complessivamente, centouno carri armati sovietici.
    Titolo comparso su alcuni giornali italiani del 18 dicembre, in dimensioni vistose: "L`America a corto di benzina".

    19 dicembre 1942 - La battaglia contro le divisioni sovietiche infuria ormai da tre giorni. I bolscevichi non sono riusciti a passare.
    Frasi evasive nel comunicato ufficiale. Da una corrispondenza datata da Berlino.
    I russi erano invece riusciti a passare. La sera del 18 dicembre, le truppe sovietiche avevano raggiunto profonddità* medie di avanzamento di circa quaranta chilometri in direzione sud-ovest. Su settori più occidentali del fronte, altre unità* italiane reggevano invece all`offensiva. La Pasubio iniziò il suo ripiegamento il giorno 19 dicembre.

    Mi sono spaventato quando ho visto la carta. Siamo completamente isolati, senza aiuto dal di fuori. Hitler ci ha lasciati. Questa lettera parte solo se l`aeroporto é ancora in nostre mani. Siamo al nord della città*. Anche gli uomini della batteria lo intuiscono, ma non lo sanno altrettanto chiaramente e in modo certo come me. E` così, dunque, che si prospetta la fine.
    In prigionia, Hannes ed io non ci andiamo. Ieri ho visto quattro uomini fatti prigionieri dai russi, dopo che la nostra fanteria ha ripreso l`avamposto. No, in prigionia non ci andiamo.
    Quando Stalingrado cadrà*, tu lo sentirai o lo leggerai, e allora saprai che io non ritorno .

    Brano tratto da una lettera di un soldato tedesco impegnato nella battaglia di Stalingrado. Queste missive erano state sequestrate dalla censura militare perché considerate disfattiste e demoralizzanti, sono state ritrovate a guerra finita e pubblicate nel volume "Lettere da Stalingrado" Einaudi 1958.


    ï?ï?*La battaglia di Stalingrado

    La vera e propria battaglia di Stalingrado iniziò il 17 luglio, quando le avanguardie della 6a Armata del generale Friedrich Wilhelm Ernst Paulus raggiunsero il fiume Cir (l`ansa del Don) e vennero in contatto con dei reparti della 62a Armata sovietica, i russi fecero dura resistenza per dar maniera nelle proprie retrovie di riorganizzare le truppe della riserva e di preparare la difesa di Stalingrado.
    Cominciò così la battaglia di Stalingrado, che nelle sue diversi fasi sarebbe durata fino ai primi giorni del febbraio successivo: sei mesi e mezzo in tutto. Più di due milioni di uomini vi parteciparono da una parte e dall`altra. A buon diritto è considerata la più grande battaglia della seconda guerra mondiale. Parlarne significa evocare tutto quel che di essenziale accadde per l`URSS nel secondo anno del conflitto. La difesa del Caucaso, cioè l`altro momento più importante della resistenza sovietica, non fu altro infatti che un`appendice del grande scontro combattuto lungo il Don e il Volga. Il che non vuol dire che non vi fossero contemporaneamente altre operazioni lungo tutto l`arco del fronte. Furono anch`esse difficili, sanguinose e per di più ingrate, perché non destinate a entrare negli annali della fama.
    Le prime fasi della battaglia non furono molto brillanti per i sovietici perché pesava ancora sulle loro unità* la lugubre atmosfera della ritirata. Non tutti i rinforzi avevano avuto il tempo di entrare in azione. Come sempre, gli abitanti erano stati mobilitati per costruire diversi valli difensivi lungo le vie di accesso alla città*. Nel loro arroccamento i reparti sovietici furono aiutati da un errore di superbia nazista. A metà* di luglio, convinto ormai di avere già* travolto l`avversario, Hitler distolse la sua potente 4a Panzerarmee dall`attacco a Stalingrado per unirla alle divisioni che puntavano verso il Caucaso: Stalingrado poteva, nei suoi calcoli, essere conquistata con forze ridotte. Ben presto si accorse di avere sbagliato e alla fine del mese fu costretto a far nuovamente convergere i carri armati verso Stalingrado, che da quel momento si trovò minacciata dal sud oltre che dall`ovest. Del resto, la superbia nazista e il suo sottovalutare gli avversari, fece si che le vere truppe d`élite tedesche, che forse avrebbero potuto fare la differenza a Stalingrado, come la Grossdeutschland dell`esercito o la Das Reich e Totenkopf delle Waffen-SS, non erano presenti sul teatro dell`operazione, sarebbero ritornate per ritrovarsi in uno scenario apocalittico degno di loro.
    Il 23 luglio, l`OKW - Ober Kommando der Wehrmacht - ordinò al generale Paulus di attaccare i concentramenti sovietici attestati sulla riva destra del Don e di arrivare di slancio al Volga. Una volta raggiunta la riva del Volga la 6a Armata avrebbe dovuto proseguire l`offensiva verso Astrahan e immobilizzare definitivamente il movimento dei battelli sovietici sul fiume. Quello stesso giorno i tedeschi cominciarono l`offensiva e dopo due giorni raggiunsero il Don presso Kamensk, ma quando il 25 luglio provarono di traversare il fiume presso Kalac, furono respinti, riuscendo soltanto a far ripiegare di poco le truppe della 64a Armata sovietica. Il piano di Paulus di raggiungere celermente il Volga fallì.
    La situazione per la 62a Armata sovietica rimaneva difficile, in quanto era stata penetrata in profondità* sui fianchi dalle truppe tedesche, per rafforzare la linea difensiva, il 1° agosto, fu schierata la 58a Armata del generale F. I. Tolbukhin, nello stesso periodo il gran quartier generale trasferì al fronte di Stalingrado la 51a Armata del generale T. K. Kolomijts, schierata lungo gli accessi sud-orientali della città*.
    Paulus, deciso a oltrepassare il Don, col progetto di gettare sul fiume quattro ponti e prendere piede nel canale Don-Volga, a 50 chilometri da Stalingrado, riordinò le forze e organizzò due raggruppamenti di assalto: uno nella zona di Kalac, composto dal grosso della 6a Armata; l`altro nella zona di Csimlashaja costituito dalla 4a Panzerarmee.
    Con ripetuti attacchi, sia da sud che da ovest, il generale Paulus contava di aprirsi la strada fino alle sponde del Volga, il 31 luglio la 6a Armata iniziò l`attacco e le truppe sovietiche cominciarono a ritirarsi. Un contrattacco fu tentato dal gruppo operativo del generale Ciujkov (tre divisioni, una brigata di fucilieri di marina e una brigata corazzata), l`unico effetto fu quello di prolungare i combattimenti. Ben presto però il grosso della 4a Panzerarmee tedesca aggirò da sinistra le truppe del gruppo di Ciujkov. Il mattino seguente investì il fianco sinistro della 64a Armata sovietica, ma incontrò un`accanita resistenza, i sovietici ricevettero in questa occasione un grande aiuto dell`aviazione a lungo raggio e dalla 102a divisione da caccia.
    Il 7 e il 9 agosto la 6a Armata tedesca, cercando di raggiungere il Volga da ovest, costrinse le unità* della 62a armata sovietica a ripiegare sulla riva sinistra del Don. Il 9 agosto l`Heeresgruppe A raggiunge i campi petroliferi di Maikop. Quattro divisioni sovietiche rimasero accerchiate ad ovest di Kalac. I sovietici si batterono nell`accerchiamento fino al 14 agosto, quindi a piccoli gruppi cominciarono a sganciarsi e a ricongiungersi al grosso. Successivamente sopraggiunsero tre divisioni della Guardia della 1a Armata che contrattaccarono e fermarono le truppe tedesche.
    Qualcosa, tuttavia, era mutato nella tattica sovietica: durante questa lotta tanto accanita quanto spezzettata, nella campagna fra il Don e il Volga, nonostante gli scacchi inflitti da Paulus nell`ampia ansa del Don, i russi cominciarono a combattere con più impegno di quanto avevano fatto prima di allora. Dalle memorie del generale Ciujkov, si riferisce di molti casi, nei quali soldati sovietici, legatosi intorno alla cintura, una corona di bombe a mano, si gettavano sotto i carri armati tedeschi, nello stesso tempo giovani soldati da poco inquadrati nelle truppe sovietiche, acquisivano in brevissimo tempo molta esperienza, da farli divenire rapidamente in esperti soldati. Questa dura ed eroica resistenza, valse a bloccare la manovra di aggiramento e sfondamento del Volga tentata da Paulus, tuttavia, pagando un alto prezzo di dure perdite i tedeschi riuscirono ugualmente ad avanzare, anche se nel mese di agosto non percorsero di più tra i sessanta e gli ottanta chilometri complessivi.
    L`asprezza dei combattimenti nella zona tra il Don e il Volga aumentava di giorno in giorno, nella seconda metà* di agosto Paulus, intenzionato a stroncare la resistenza e a far crollare il sistema difensivo del Volga, decise di lanciare due attacchi combinati in direzioni convergenti. La 6a Armata ricevette l`ordine di passare all`offensiva, di forzare il passaggio del Don a Vertyachi e aprirsi un varco fino al Volga. La 4a Panzerarmee doveva sviluppare l`attacco avvolgente verso nord. Nell`offensiva veniva impiegato un gruppo forte di una ventina di divisioni, che contavano duecentodiecimila uomini, duemilasettecento cannoni ed obici e oltre seicento carri armati. In questa azione gli effettivi tedeschi superavano della metà* quelli sovietici, disponevano di un numero doppio di pezzi di artiglieria e una superiorità* schiacciante di carri armati.
    Il comando sovietico in previsione dell`attacco aveva rafforzato senza pausa la difesa delle zone di accesso al Volga, iniziando un grande lavoro di modifica dello schieramento di artiglieria. Fu però impossibile terminare questo lavoro prima dell`offensiva tedesca. A partire dal 17 agosto la 64 a e la 62a Armata sostennero l`urto. Fu uno scontro di proporzioni epiche, con centinaia di migliaia di soldati impegnati in un fuoco continuo per giorni e giorni. Ma al mattino del 23 agosto i tedeschi sopraffecero la resistenza delle truppe sovietiche e verso sera raggiunsero il Volga alla periferia nord di Stalingrado, nella zona di Latoscinka-Rynok, tagliando fuori la 62a Armata. Fu la 14a Panzerdivision, al comando del generale von Wietersheim ( ex luogotenente del feldmaresciallo Guderian e principale protagonista del "Blitz" del ‘40 in Francia, ma che finirà* degradato da Paulus ), a passare in massa il Don sul ponte di Vertyachi. Il generale Hube, alla testa della 16a Panzerdivision, piombò al di là* del fiume in formazione serrata distruggendo e annientando tutti i capisaldi sovietici che trovava sul proprio percorso. Sessanta chilometri vennero coperti in un lampo; nulla riuscì a resistere a quella velocissima penetrazione. Per impedirgli di arrivare sino alle vicine grandi fabbriche gli fu frettolosamente contrapposta una forza raccogliticcia di battaglioni operai e di reparti del NKVD (le unità* militari del ministero degli Interni). Nella notte fra il 23 e il 24 agosto Stalin ammonì i suoi generali sul posto a non lasciarsi prendere dal panico, anche se non fosse del tutto convinto che l`esercito fosse capace di tenere Stalingrado.
    Presto le avanguardie tedesche giunsero nel settore di Kuporosnoe in vista di Stalingrado, delle sue ciminiere, dei suoi depositi d`acqua, dei suoi silos e del Volga. Il fiume scorreva ai piedi di una riva scoscesa, larga due chilometri, coperta di zattere, di tronchi fluttuanti, di imbarcazioni; l`altra sponda, bassa, era un dedalo di isole e isolette coperte di giunchi, circondate da canali malinconici che si perdevano all`infinito. L`esercito tedesco aveva raggiunto Stalingrado, la sterminata officina del Volga, la cui perdita, per i russi, avrebbe segnato la frattura dell`ultimo legame con il Caucaso.(Già* Stalingrado era stata una posta del genere molti anni prima, nel 1918, durante la rivoluzione, quando si chiamava ancora Zaritzin e Stalin vi era accorso in missione, come Commissario del Popolo, per salvare Mosca dalla fame).
    Il 28 agosto Stalin convocò Zucov, che era stato appena nominato vice-comandante in capo, per chiedergli di recarsi a sua volta nella città*, il compito era quello di dirigere un contrattacco dal nord contro le colonne tedesche che si erano spinte fino al Volga. Arrivato sul posto il 29 agosto, Zukov dovette ben presto costatare che le forse necessarie all`operazione non erano pronte. Vennero preparate in fretta nei giorni successivi sotto l`assillo delle continue sollecitazioni di Stalin. " Stalingrado può essere presa oggi o domani....; " diceva un suo telegramma del 3 settembre " qualsiasi lentezza è inammissibile; equivale a un crimine." La controffensiva dal nord cominciò il 5 settembre e durò diversi giorni senza ottenere risultati apprezzabili, se non quello di alleggerire la pressione sulla città*, costringendo i tedeschi a distogliere da essa una parte delle forze.
    Il colpo di cuneo di von Wietersheim spalancò tuttavia nella città* soltanto una angusta apertura, un corridoio largo dai due ai tre chilometri. Per una settimana la 16a Panzerdivision si attestò al sobborgo di Rynok, mentre altre due divisioni, la 3a e la 60a entrambi motorizzate, al comando del generale von Seydlitz-Kurbach che aveva appena sbloccato Demjansk, il tragico "calderone di Demjansk" della campagna del ‘41, allargarono quella specie di sentiero tracciato da von Wietersheim e da Hube: il 31 agosto, benché i sovietici contrattaccassero con ogni mezzo e in qualunque momento, uno "Schwerpunkt" - gruppo di sfondamento su un fronte ristretto - venne costituito a nord di Stalingrado; un altro, a sud, fu formato dalla 4a Panzerarmee conquistando le alture di Gabrilovska: Stalingrado era chiusa in una morsa, mentre la guerra raggiungeva così il suo terzo anno.
    Davanti al pericolo mortale della caduta della città* il comando sovietico rafforzò d`urgenza la difesa della zona nord. Furono inviate nei pressi della "Fabbrica di Trattori" due divisioni e due brigate, oltre agli allievi dei corsi politico-militari, ai reparti antiaerei e un`unità* di marinai e altre riserve.
    Le prime colonne di carri armati e motociclisti tedeschi che si avvicinarono nei pressi della fabbrica furono accolti da un fuoco nutrito. In un solo giorno di battaglia nella zona nord i reparti delle truppe antiaeree impiegati nella difesa distrussero decine di aeroplani e settanta carri armati. Il Comitato Cittadino per la Difesa inviò sul luogo numerosi reparti di volontari. Fu costruito così, in piena battaglia, il settore settentrionale di combattimento, i cui reparti respinsero gli attacchi della 14a Panzerdivision.
    Il 24 e il 25 agosto arrivarono in quel settore più di duemila volontari. Da altri settori giunsero nella zona della fabbrica tre brigate di fucilieri. Al mattino del 29 agosto tutti questi reparti del settore settentrionale passarono al contrattacco e i tedeschi furono cacciati dal centro abitato di Rynok arretrando di otto chilometri.
    Duri e sanguinosi scontri avvennero nelle zone di Bolsciaja Rossoska e di Samofalovska dove i generali Kovalenko e Steyner, contrattaccando alla disperata, raggiunsero la 86a divisione sovietica, circondata a Bolsciaja Rossoska, capovolgendo la situazione.
    Il gruppo corazzato tedesco che aveva raggiunto il Volga fu tagliato fuori dal suo grosso e soltanto il giorno dopo, fatte affluire nuove truppe, riuscì ad aprirsi un corridoio.
    In quei giorni combatté eroicamente un plotone anticarro della 86a divisione sovietica, era costituito da trentatré uomini, comandati dal sottotenente Strelkov. Il plotone occupava un`altura presso Bolsciaja Rossoska. Il 24 agosto un grosso gruppo di carri armati tedeschi, circondata l`altura, attaccò il plotone di Strelkov, che si trovò isolato dal proprio reggimento. Per ben due giorni si prolungò l`impari combattimento anche se il risultato era scontato in partenza. Distrutti ventisette carri armati tedeschi, gli uomini di Strelkov uscirono dalla sacca.
    Nei combattimenti per il possesso della stazione di Kotruban, presso Samofalovska, si distinse una compagnia di mitraglieri della 35a divisione della Guardia, comandata da Ruben Ruiz Ibarruri, figlio di Dolores Ibarruri, Presidente del Comitato Centrale del Partito Comunista Spagnolo. In uno scontro con un reparto di carri armati tedeschi Ruben Ruiz fu ferito mortalmente.
    Lungo l`intero arco difensivo russo gli attacchi tedeschi si susseguirono senza apparenti interruzioni, con frequenti mutamenti di località* e di metodo, ma con successi del tutto sproporzionati al prezzo che gli attaccanti stavano pagando. A volte i russi cedettero, ma in nessuna occasione i tedeschi riuscirono a penetrare abbastanza in profondità* da provocare qualcosa di più di un semplice ripiegamento locale; anzi nella maggior parte dei casi gli attacchi furono respinti o non riuscirono a conseguire risultati determinanti.
    Quando il 30 agosto, allargando il corridoio aperto dalla 14a Panzerdivision, le truppe della 6a Armata riuscirono a raggiungere la zona di Gabrilovska, i russi temettero che, sconfitta la 62a Armata, i tedeschi potessero riversarsi in massa contro la città*. Allora si ricorse a un`iniziativa disperata: i russi, nella notte seguente, si ritirarono, in ordine, sulla cintura media delle fortificazioni. Quasi contemporaneamente il generale Paulus lanciò un nuovo attacco per conquistare Stalingrado il 1° settembre (la data fissata da Hitler era stata il 25 agosto).
    Il colpo principale sferrato dai tedeschi fu in direzione del casello ferroviario di Basarghino e della stazione di Voroponovo e in questa ultima offensiva impiegarono una grande quantità* di carri armati e di artiglieria semovente.
    I russi colti di sorpresa, mentre sistemavano la loro nuova linea difensiva, resistettero con la forza della disperazione.
    La Luftwaffe, dagli stessi calcoli dei russi, compiva più di tremila voli al giorno, contro i poco più, a stento, trecento dei sovietici, la totale superiorità* aerea tedesca aveva sui soldati russi un effetto particolarmente deprimente, praticamente nonostante i reparti dell`antiaerea russi, la Luftwaffe volava sui cieli di Stalingrado dall`alba al tramonto.
    In una situazione quasi catastrofica, occorreva una volontà* di ferro e un enorme spirito di sacrificio per impedire la caduta di Stalingrado.
    D`altro canto, per quanto rallentata e contrastata , l`avanzata tedesca sulla sponda destra del Volga era, o sembrava inarrestabile: di fronte alla sola 62a Armata sovietica avanzavano le truppe di tutta la 6a Armata di Paulus e singole unità* tedesche avevano raggiunto la riva del Volga a nord del sobborgo di Rynok, e a sud di Stalingrado, presso Kuporosnoe.
    Il 12 settembre i tedeschi raggiunsero anche la periferia meridionale di Stalingrado. Cominciò allora la lotta entro il perimetro urbano, che si estendeva per un fronte molto vasto. Nata all`incrocio delle vie carovaniere e fluviali nel mezzo della steppa, Stalingrado vive del Volga, una sottile fascia cittadina che si allunga sulla sponda occidentale del fiume per circa sessanta chilometri. Prima della guerra aveva un po meno di mezzo milione di abitanti. Durante i piani quinquennali prebellici vi erano state costruite alcune fabbriche divenute celebri nel paese. Verso la fine di agosto, nonostante l`avvicinarsi dei tedeschi, quasi tutta la popolazione civile, circa quattrocentomila persone, erano ancora in città*.
    Su tutta l`immensa superficie di Stalingrado e dei suoi sobborghi, la Luftwaffe per giorni e giorni, versò tonnellate di esplosivo, trasformando gli incendi iniziali dell`incursione del 23 agosto, in un unico e grande braciere.
    Tutto bruciava: i depositi di viveri, di foraggi, di legnami, gli impianti per la navigazione fluviale; tutti gli edifici apparivano scheletrici e deserti e la città* di Stalingrado, che nella letteratura nazionale era chiamata di volta in volta, "regina della steppa" , "dominatrice del Volga" o "porta del Caucaso" , sembrava vivere la sua tremenda ora di agonia. In tutta Stalingrado stazionava in permanenza una pesante coltre di fumo e di polvere, che di notte diveniva rossastra per il riverbero delle fiamme. Spesso gli stessi ricognitori della Luftwaffe erano costretti a rientrare alla base, in quanto impossibilitati a svolgere la loro missione dall`atmosfera densa o scura che impediva la visibilità*.

    Tu sei colonnello, caro papà*, e dello Stato Maggiore. Tu sai che significa tutto questo, e mi risparmierai quindi spiegazioni che potrebbero sapere di sentimentalismo. E` la fine.
    Penso che possa durare ancora circa otto giorni, poi l`anello si chiude.
    Non voglio indagare sui motivi pro e contro la nostra situazione. Questi motivi sono perfettamente insignificanti, ora, e di nessuna importanza, ma se potessi aggiungere qualcosa, vorrei dire soltanto: non cercate presso di noi le ragioni di questa situazione, ma presso di voi, e presso colui che ne è responsabile. Tenete la testa alta ! Tu, papà*, e quelli che sono della tua stessa opinione, state all`erta, che non succeda ancora di peggio alla nostra Patria. L`inferno del Volga vi sia di ammonimento. Vi prego, non fate che il vento disperda questo insegnamento .

    Brano tratto da una lettera di un soldato tedesco impegnato nella battaglia di Stalingrado.
    Queste missive erano state sequestrate dalla censura militare perché considerate disfattiste e demoralizzanti, sono state ritrovate a guerra finita e pubblicate nel volume "Lettere da Stalingrado" Einaudi 1958 .

    � La fornace di Stalingrado

    La più cruenta battaglia della seconda guerra mondiale.

    Autunno 1942: foresta pietrificata di palazzi sventrati, ciminiere mozze e annerite, strade sconvolte, case bruciate e giardini arati dai colpi dell`artiglieria, Stalingrado è un cratere che ribolle. In mezzo le macerie sventola la bandiera con la croce uncinata; nove decimi della città* sono in mano ai tedeschi.
    I combattimenti all`interno della città* divennero infernali; le unità* corazzate non esistevano più come complessi organici e gli uomini che sino ad allora erano avanzati a bordo dei veicoli da combattimento ora si muovevano come potevano tra i cumuli di macerie che sbarravano il passo.
    Nel diario tenuto da un tenente della 24a Panzerdivision c`è tutta l`allucinante atmosfera di Stalingrado: "...Durante quindici giorni abbiamo combattuto per il possesso di una sola casa con mortai, bombe a mano, mitragliatrici e baionette... La linea del fronte passa per un corridoio fra le stanze bruciate; è costituita dal sottile soffitto tra due piani... Da un piano all`altro, con le facce sporche di sudore, ci prendiamo di mira con le bombe a mano, nel frastuono delle esplosioni, fra le nuvole di polvere e di fumo, mucchi di macerie, fiumi di sangue, pezzi di mobilia e di corpi umani. Chiedete a qualsiasi soldato che cosa significhi mezz`ora di lotta a corpo a corpo in simili condizioni. E poi pensate a Stalingrado... Stalingrado non è più una città*. Di giorno è un`enorme nuvola di fumo accecante; è una grande fornace illuminata dai riflessi delle fiamme. E quando arriva la notte, una di quelle tremende, spaventose, sanguinose notti, i cani si tuffano nel Volga e nuotano disperatamente per raggiungere l`altra sponda. Le notti di Stalingrado li terrorizzano. Gli animali fuggono da questo inferno; le pietre più dure finiscono per cedere; solo gli uomini resistono...".
    Descritta in termini militari, la storia della difesa può essere ridotta a poche righe. Le truppe di Paulus scatenarono la loro massiccia offensiva il 13 settembre, attaccando soprattutto nel settore meridionale della città*: riuscirono a sfondare e a raggiungere il Volga, isolando la 62a Armata dalla 64a Armata che si difendeva immediatamente a sud di Stalingrado. I giorni 13, 14 e 15 settembre furono per i difensori giornate terribili. La situazione fu salvata grazie al contrattacco di una divisione (la celebre 13a divisione della Guardia del generale Rodimcev) traghettata dalla sponda sinistra in due notti successive. Ebbe inizio così la forsennata battaglia attorno a quota 102, altura nota come Kurgan di Mamaj, preziosissima perché consentiva di dominare la città* e le rive del Volga: contesa sino all`ultimo giorno, essa passò di mano infinite volte, tanto che la sua terra si ridusse a un impasto di polvere, schegge e sangue.
    La mattina del 30 settembre, parlando al Reichstag, Hitler ha dichiarato: " Noi prenderemo d`assalto Stalingrado e la conquisteremo: su questo potete contare... Quando noi abbiamo conquistato qualcosa nessuno più ci sposta ". Stalingrado ha la vaga forma di una mezzaluna con la gobba rivolta all`occidente: sul suo lato interno scorre il Volga; su quello esterno premono gli assedianti, i trecentoventimila uomini della 6a Armata del generale Paulus. Dall`alto in basso, per chi guarda la cartina geografica, questa mezzaluna è divisa orizzontalmente in sei quartieri, come altrettanti spicchi di terra che si bagnano nel Volga ed hanno tutti nomi tipici dell`era rivoluzionaria: "Fabbrica di Trattori", "Barricate", "Ottobre Rosso", "Dzerzhinski", "Vorosilovski", "Kirovski". Almeno il novanta per cento di ogni quartiere è già* conquistato dai tedeschi. Ai sovietici rimane qualche angusta fetta di terreno, e non sempre perché da "Vorosilovski" sono stati ricacciati nel fiume ed hanno dovuto attestarsi sull`isoletta di Golodny. La testa di ponte più ampia la mantengono in riva al Volga, ad "Ottobre Rosso" ed a "Dzerzhinski". E` una lingua di terra lunga otto chilometri e profonda da cento ad ottocento metri, con una ventina di grossi isolati, tre fabbriche, il pontile centrale e la collina di Mamaj: una "stretta striscia di rovine", la definita il quarantaduenne generale Ciujkov. Il generale Ciujkov, arrivato pochi mesi prima dalla Cina, dove era stato consigliere militare presso il governo di Ciang Kaiscek: uomo risoluto e rude, volitivo e audace, molto energico nel linguaggio e nel comportamento. "Solo uno come lui poteva resistere e tenere in mano quel lembo di terra" dirà* poi un altro celebre comandante. Messo piede nella città*, non la lasciò sino alla fine della battaglia: deciso a non farsi ributtare indietro a nessun costo, diresse le sue truppe con pugno assai fermo da posti di comando che si trovavano a duecento metri dalle linee tedesche e che furono a più riprese sconvolti dai bombardamenti.
    E` contro questi ultimi baluardi che fra il 16 settembre (primo giorno dell`assedio) e il 19 novembre (inizio della controffensiva sovietica) si rovesceranno senza posa le ondate d`assalto della fanteria corazzata di Paulus. Complessivamente, in nove settimane di combattimenti, sono oltre settecento attacchi, alla media di dodici al giorno, cinque grosse battaglie scatenate il 22 settembre, il 4 e il 14 ottobre, il 1° e il 12 novembre. Sotto l`urto dei carri armati, dell`artiglieria e dell`aviazione il fronte difensivo si sbriciola in piccole isole di resistenza limitate a una strada, a un gruppo di case, a una scuola, a un grande magazzino, all`ala di una fabbrica. Come già* detto: l`esempio più tragico è la collina di Mamaj, il "Mamaiev Kurgan", nel rione "Dzerzhinski" di fronte al pontile centrale, che a sorti alterne, per tutto il tempo della lotta a Stalingrado, l`altura passa dalle mani russe a quelle tedesche.
    La prima battaglia in forze comincia nell`alba piovosa del 22 settembre. La 76a divisione di fanteria tedesca, appoggiata da cento carri armati, avanza lungo la via Moskovskaia, che scende dolcemente dalle colline al fiume, penetra nella "balka" di Dolghi, si impadronisce della piazza IX Gennaio: il fiume è ad appena duecento metri. Altri reparti occupano le vie Kurskaia e Kievskaia, raggiungono la valletta dello Zaritza (il fiume che attraversa Stalingrado e che, un tempo, aveva dato il nome alla città*), occupano il pontile centrale e distruggono il traghetto. Ciujkov invoca aiuti e nella notte dall`altra sponda del Volga, traghetta su zattere improvvisate una divisione di fanteria agli ordini di un ex-operaio metallurgico, Nikolai Batiuk: i rinforzi riescono a respingere le punte avanzate dei mitraglieri tedeschi arrivate ad un solo isolato dal fiume. La battaglia si conclude a netto favore dei tedeschi che, al 1° ottobre, sono ormai padroni della maggior parte della Stalingrado centrale, del quartiere degli affari, dei quartieri "Barricate" e "Fabbrica di Trattori" e di una delle due stazioni ferroviarie, Stalingrado-I. L`enorme edificio è stato conteso ai tedeschi, per due settimane, dai genieri del 1° battaglione del reggimento Elin. Nella notte del 30 settembre i sei soli superstiti, tutti feriti e rimasti privi di munizioni, si trascinano fino al Volga, si impadroniscono di un barcone e si spingono nel fiume: per tre giorni, si lasciano trasportare dalla corrente finche vengono soccorsi dai serventi di una batteria contraerea a Kuporosnoie.
    Delle cinque battaglie la più aspra è quella del 14 ottobre quando, durante nove giorni, Paulus rivolge le sue forze contro i tre complessi industriali "Barricate", "Fabbrica di Trattori" e "Ottobre Rosso" che sorgono uno accanto all`altro in riva al Volga, nel settore settentrionale di Stalingrado, e danno il nome ai rispettivi quartieri. Su un fronte di cinque chilometri i tedeschi impiegano tre divisioni di fanteria e due corazzate, conquistano "Fabbrica di Trattori" e dividono le forze di Ciujkov. Quattro giorni dopo, l`attacco di Paulus perde mordente e alla fine del mese dovettero fermarsi, proprio quando i sovietici, arretrando passo passo, erano stati spinti a cinquanta metri dal fiume. Solo allora Ciujkov capì che avrebbe vinto. Il Volga ,largo in questo punto un chilometro e mezzo, è l`amico-nemico dei russi. Tutto quello che occorre al presidio di Stalingrado deve essere trasportato da una riva all`altra. Preziosa e realizzata al prezzo di gravi sacrifici umani fu l`opera della flottiglia del Volga che continuò sino alla fine a portare ai difensori armi, munizioni, viveri, rinforzi, evacuando contemporaneamente i feriti: essa dovette operare soprattutto di notte, sempre insidiata dal fuoco tedesco, che teneva sotto tiro vasti settori del fiume. I traghetti sfidano pericoli mortali: i tedeschi hanno un`ottima visuale sul fiume, con mortai ed aerei dà* una caccia spietata. Ma il Volga, al tempo stesso, è uno dei motivi dei successi dei sovietici. L`artiglieria russa, con le sue micidiali "katiuscia", è nascosta sull`altra sponda ed annulla qualsiasi conquista tedesca, Viktor Nekrasov uno dei difensori di Mamaj e futuro romanziere scriverà*: "Verso la fine di ottobre l`altra sponda era un vero formicaio. Là* erano concentrati tutti i servizi, artiglieria, l`aviazione, ecc. E furono quelli che crearono l`inferno per i tedeschi". Aggiungerà* un altro scrittore russo, Simonov: "Sicuramente non avremmo potuto tenere Stalingrado se non avessimo avuto per tutto quel tempo l`appoggio dell`artiglieria e delle "katiuscia" sull`altra sponda.
    Benché la stampa angloamericana definisca Stalingrado la "Verdun sovietica", qui (a differenza di quanto accadde sul fronte francese nel 1916) le linee sono a brevissima distanza, sui due lati di una strada, dall`ingresso al cortile di uno stabilimento, da un piano all`altro di una casa. Ogni uomo sente l`avversario camminare, strisciare, respirare; qualche volta arriva a parlargli: "Russ, skoro bul-bul u Volga - presto farete le bolle nel Volga" gridano i tedeschi che presidiano il Voientorg, sull`angolo delle vie Solniescnaia e Smolenskaia, ai sovietici del "bunker" di fronte. Si combatteva di giorno e di notte: i sovietici aspettavano l`oscurità* per contrattaccare in modo da togliere ai tedeschi il vantaggio dell`aviazione. Vi furono giornate in cui uno stesso settore dovette respingere sino a dodici assalti. Sempre per evitare i colpi degli aerei e dell`artiglieria, i sovietici tenevano le proprie linee a ridosso delle linee tedesche, cioè a distanza di un lancio di una bomba a mano. La battaglia procedeva strada per strada, casa per casa, poi all`interno stesso delle case e nelle loro cantine da un piano all`altro, da una stanza all`altra. Ogni muro, ogni costruzione diventava un fortilizio. I russi avevano fatto tesoro dell`esperienza della guerra civile di Spagna che aveva dimostrato che i grandi complessi in cemento armato resistono del tutto o quasi ai colpi di artiglieria di medio calibro e non mancavano, a Stalingrado, quei grandi stabilimenti di cui il generale Cuijkov ha scritto: "...la loro solida costruzione in metallo e cemento armato e lo sviluppo degli impianti sotterranei permettevano una resistenza prolungata e accanita". Le officine erano ridotte ad ammassi di detriti e ferrame contorto, ma in mezzo alle rovine la battaglia proseguiva metro per metro. Le armi preferite erano mine, granate, mitragliatrici, mitra, lanciafiamme, poi baionette e coltelli. Nei settori relativamente calmi operavano i cecchini. Ben presto i sovietici rivelarono la loro superiorità* in questi combattimenti ravvicinati che non avevano paragoni nemmeno con gli scontri di trincea della guerra del ‘14 - ‘18. I mezzi bellici più moderni servivano solo in maniera relativa. Ha poi scritto Ciujkov: "Il combattimento in città* é di tipo particolare. Il suo esito non dipende dalla forza, ma dall`abilità*, dalla destrezza, dall`astuzia, dalla sorpresa". I sovietici fecero di necessità* virtù riuscendo a escogitare le tattiche più adeguate: operavano non più con le unità* normali, ma con piccoli gruppi di assalto. I civili rimasti a Stalingrado partecipavano agli scontri e finirono coll`essere incorporati nelle unità* regolari.
    E` soprattutto con il sistema degli edifici trasformati in capisaldi che i sovietici riescono sempre a contenere l`urto delle preponderanti forze tedesche. La "casa di Pavlov", che resisterà* per oltre cinquanta giorni agli assalti tedeschi, ne è un esempio, prima della guerra si chiamava "casa della gloria del soldato" ed ospitava uffici governativi. E` un palazzo barocco, di quattro piani, che sorge sulla piazza IX Gennaio e dove, negli scantinati, sopravvive ancora una trentina di inquilini. Il sergente I. F. Pavlov (insignito in seguito del titolo di "eroe dell`Unione Sovietica" e i fanti Alexandrov, Gluscenko e Cernologov lo occupano a metà* settembre, con l`aiuto degli abitanti fortificano la costruzione, costruiscono cunicoli e camminamenti per collegarsi ad altre casefortino, creano punti di fuoco, sbarramenti anticarro, zone minate, reticolati e postazioni per i cecchini. I tiratori scelti e solitari sono una specialità* dei russi: il celebre Vasily Zaicev, che diventò eroe nazionale, da solo durante la battaglia di Stalingrado, uccise ben duecentoquarantadue tedeschi, prima di diventare cieco per l`esplosione di una mina. Zaicev, un ex-pastore che si era addestrato cacciando cervi sulle colline ai piedi degli urali, arrivò a Stalingrado il 20 settembre, nei primi dieci giorni eliminò almeno quaranta tedeschi. In seguito Zaicev tenne corsi per tiratori scelti presso una "scuola" allestita nell`industria chimica di Lazur. Per contrapporsi a Zaicev, i tedeschi misero in campo il loro esperto, il colonnello delle SS Heinz Thorwald, direttore di una scuola per tiratori scelti nei pressi di Berlino, Thorwald, muovendosi nella terra di nessuno tra le fabbriche e l`altura di Mamaj, ebbe la meglio su due dei più abili allievi di Zaicev. Dopodiché, in un`estenuante sfida condotta attraverso i cannocchiali dei loro fucili, i due avversari cominciarono a darsi la caccia. Dopo quattro giorni di appostamenti e agguati, Zaicev tese la mortale trappola a Thorwald, portatosi dietro un compagno gli fece alzare un elmetto da dietro un riparo, Thorwald sparò, Zaicev urlò come fosse stato colpito. Thorwald si sporgeva leggermente per controllare, Zaicev era in attesa, lo colpì dritto in mezzo gli occhi.
    Su richiesta di Paulus, il colonnello von Richthofen, comandante della 4a flotta aerea, bombardò intensamente Stalingrado, ma l`unico risultato fu l`accumulo di montagne di macerie nelle strade, ossia di creare ostacoli insormontabili per i propri panzer, mentre i pionieri tedeschi non disponevano di bulldozer per spianarle. I panzer, assegnati a piccoli numeri (dai quindici ai venti circa) di nuclei d`assalto tedeschi, non avevano possibilità* di sfruttare la potenza del proprio cannone nel combattimento ravvicinato e in città*, mentre i sovietici, dagli abbaini, dagli sbocchi delle canalizzazioni sotterranee li colpivano a pochi metri di distanza con bottiglie incendiarie, granate anticarro o di fucili anticarro, di cui non avrebbero potuto fare uso alcuno in terreno aperto.
    Le perdite furono elevatissime da entrambe le parti. Per i tedeschi esse rappresentavano tuttavia anche un costante logorio morale: col passare dei giorni in quella Stalingrado che per loro era ormai "un inferno" lo spirito bellicoso di soldati e ufficiali andò in pezzi. Cresceva invece l`ardire dei sovietici, incoraggiati dalla speranza di una prossima riscossa e dalla fierezza per l`impresa che andavano compiendo. Nell`URSS tutti scrivevano e parlavano di loro: per anni essere stati a Stalingrado sarebbe diventato una specie di attestato di eroismo.
    Sull`altra sponda del Volga c`è Zucov. Con la stessa freddezza con cui, l`anno prima, aveva rifiutato di impegnare la riserva siberiana finche la battaglia di Mosca non fosse stata decisa, ora a Stalingrado limita al minimo indispensabile l`invio di rinforzi: dall`inizio di settembre ai primi di novembre soltanto cinque divisioni passano il Volga, "bastanti appena a coprire le perdite". E` un calcolo da stratega, ma l`OKW lo interpreta come la prova che i sovietici sono allo stremo e la conquista a portata di mano. In realtà*, nel massimo segreto, Zucov sta preparando la controffensiva: a Povorino e a Saratov, nelle steppe della riva sinistra del Volga, va raccogliendo ventisette nuove divisioni di fanteria e diciassette brigate corazzate. Anche Paulus è convinto che, per i russi, non ci sia più scampo.
    Paulus ritiene, per calcolo o per convinzione, che Stalingrado sia la chiave di volta dell`intero sistema difensivo sovietico, qualunque obiezione a questa discutibile tesi la considera "disfattismo" e la punisce di conseguenza.
    Ad ottobre il generale carrista Von Wietersheim lamenta che i suoi panzer, logorati nella battaglia in città*, presto non saranno più in grado di adempiere al loro scopo precipuo, impegnare cioè le forze corazzate sovietiche in battaglie di movimento: subito von Wietersheim viene destituito e degradato a soldato semplice.
    Un altro carrista, il generale von Schwedler, ammonisce sul pericolo di concentrare tutte le forze corazzate in un punto morto. In altre parole, le ali del fronte sono un compasso aperto a novanta gradi, formano un angolo retto e, in fondo all`angolo, c`è Stalingrado: cosa accadrebbe se i russi attaccassero sulle ali, se richiudessero di colpo il compasso? Ma "i russi sono finiti" ha detto Hitler il 20 luglio ad Halder, anche von Schwedler è destituito.
    Il novembre 1942 comincia col freddo, nuvole basse, brevi tormente di neve, il termometro a meno venti gradi. Il giorno 6 si formano sul Volga i primi ghiacci, dal giorno 20 non sarà* più navigabile e il 16 dicembre gelerà* del tutto.
    L`8 novembre, parlando a Monaco per il 19° anniversario del mancato "putsch" della Burgerbraukeller, Hitler pronuncia le più infelici parole della sua vita politica: "Volevo raggiungere il Volga, e in un punto determinato, in una determinata città*. Il caso vuole che la città* porti il nome di Stalin. Ma non crediate che per questa ragione io abbia puntato i nostri sforzi contro di essa, si sarebbe potuta chiamare il tutt`altro modo, è perché Stalingrado costituisce un centro di primissima importanza. Là* si smistano trenta milioni di tonnellate di traffico, tra cui nove milioni di petrolio. Là* si riversano, per prendere poi la strada del nord, i cereali provenienti dalle immense regioni dell`Ucraina e del Kuban. Di là* parte il manganese. Là* esisteva un centro gigantesco di smistamento. Volevo prenderlo; e perché siamo modesti, vi dico che l`abbiamo preso. E questa città* l`abbiamo conquistata ad eccezione di due o tre isolotti insignificanti... Lascio a piccoli elementi d`assalto il compito di completare la conquista" . Di lì a dieci giorni Hitler sarà* smentito clamorosamente. Forse al Fuhrer è sfuggito il senso riposto in una frase che Stalin ha pronunciato il giorno prima in un radio-discorso col quale celebrava anche lui un anniversario, quello della rivoluzione sovietica. Magnificati a lungo i successi militari inglesi e americani, Stalin ha sostenuto che i tedeschi hanno fallito finora nel piano di far cadere Stalingrado e ha concluso con un accenno sibillino: " Ci sarà* festa anche sul nostro fronte" .
    Ma l`11 novembre i fatti sembrano invece dare ancora ragione a Hitler. I tedeschi lanciano su Stalingrado, un attacco massiccio, con cinque divisioni appoggiate da centocinquanta carri armati, dalla Luftwaffe e da reparti speciali di assaltatori fatti arrivare in aereo dalla Germania. E` uno sforzo concentrato, per ricacciare di un colpo solo i sovietici nel fiume. Ma i sovietici si sono ben trincerati. I panzer tedeschi, fatti per manovrare in spazi aperti, avanzano con estrema difficoltà* fra i cumuli di macerie e sono vulnerabilissimi. I russi li lasciano passare e tagliano fuori la fanteria attaccandola separatamente e sconvolgendo così l`ordine di battaglia tedesco. Tuttavia i tedeschi, per la quinta volta, sfondano il perimetro della testa di ponte, spezzano ancora in due tronconi le forze di Ciujkov e arrivano al Volga su un fronte di cinquecento metri. Con un altissimo tributo di sangue (dei duecentosessantaquattro uomini del 118° reggimento della Guardia, dopo quattro ore di combattimento, rimangono appena sei superstiti) i sovietici arginano l`offensiva e dopo tre giorni di lotta i tedeschi devono constatare che, pur avendo conquistato altro terreno, non sono riusciti ad annientare la fitta rete di ridotte e fortini fra la collina di Mamaj e le officine "Ottobre Rosso" .

    Io non so se potrò parlarti ancora una volta; è bene quindi che questa lettera giunga nelle tue mani e che tu lo sappia già*, nel caso un giorno io dovessi riapparire.
    Le mani sono andate, già* dall`inizio di dicembre. Alla sinistra manca un mignolo, ma quel che è peggio, alla destra si sono congelate le tre dita di mezzo. Posso afferrare il bicchiere solo con il pollice e il mignolo. Sono piuttosto impacciato, soltanto quando a uno mancano le dita, capisce come servono anche per le più piccole operazioni.
    Kurt Hahnke, mi sembra tu lo conosca dai tempi del collegio, nel ‘37, otto giorni fa, in una piccola strada laterale alla Piazza Rossa, su un pianoforte a coda ha suonato l`Appassionata.
    Non accade tutti i giorni: il pianoforte era proprio lì sulla strada. La casa era stata fatta saltare, ma lo strumento certo per compassione, l`hanno tirato fuori e sistemato per strada.
    Ogni soldato che passava ci martellava su ed io ti domando dove, in qual altra parte del mondo si trovino i pianoforti per le strade .

    Brano tratto da una lettera di un soldato tedesco impegnato nella battaglia di Stalingrado. Queste missive erano state sequestrate dalla censura militare perché considerate disfattiste e demoralizzanti, sono state ritrovate a guerra finita e pubblicate nel volume "Lettere da Stalingrado" Einaudi 1958:

  2. #92
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    Re: La Battaglia di Stalingrado

    Ho letto tutto questo corposo lavoro.
    Hai ben raccontato quello che fu prima e, quello che poi fu Stalingrado
    luciano

  3. #93
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    Re: La Battaglia di Stalingrado

    Grazie Luciano,
    ora posto la seconda parte.

    La controffensiva sovietica
    Il Kessel - calderone - di Stalingrado, il più straordinario accerchiamento della storia militare.
    Va in scena l`ultimo atto del più grande e drammatico disastro tedesco.

    Poco dopo l`alba di giovedì `l9 novembre, fra le 6 e le 7, l`ora più silenziosa della giornata, i soldati russi accucciati nelle trincee sono destati all`improvviso da un sordo rombo che proviene da sud e da nord.
    Con una perfetta scelta di tempo, cioè nel periodo fra i primi geli che induriscono il suolo e consentono rapidità* di movimenti e le prime grosse nevicate che invece bloccano praticamente ogni possibilità* di manovra, i gruppi di armate di Rokossovskij, Vatutin ed Emerenko, realizzando il piano sottoposto già* in agosto a Stalin da Zucov e Vasilevskij, si sono messi in azione per chiudere la tenaglia sul Volga. Rokossovskij e Vatutin, dal Don, travolgono le truppe romene; Emerenko avanza da sud di Stalingrado.
    Quel mattino del 19 novembre 1942 l`alba sorse lentamente sulla steppa. Dopo l`abbondante nevicata della notte, si erano formati banchi di nebbia. Nel suo rifugio, il sergente Wolf Pelikan venne svegliato dal rombo e dalle salve delle artiglierie in lontananza. Era stato assegnato come osservatore meteorologico all`avamposto tedesco presso la grande ansa del Don, a centosessanta chilometri a nord-ovest di Stalingrado e il rumore dell`artiglieria non lo preoccupava seriamente, c`era già* stato del fuoco di sbarramento in precedenza, ma il suo settore era relativamente calmo, lontano dall`inferno della città*. Le cannonate pero continuavano e Pelikan scese dalla branda e cominciò a indossare l`unifome. Quando le salve cessarono, continuò a vestirsi con più calma. Proprio in quel momento, giunse un portaordini della compagnia che agitava le braccia urlando: "Arrivano gli Ivan! Arrivano gli Ivan! "'. "Sei impazzito" , gli urlò in risposta Pelikan. Poi pero si volse verso nord e poiché il vento aveva spazzato via la nebbia, vide il grande, compatto e minaccioso squadrone di carri armati che coronava la cima di una collinetta. Erano T-34 sovietici. Il sangue gli si gelo nelle vene. Segui un altro tremendo spettacolo: centinaia di soldati romeni correvano all`impazzata
    verso di lui attraverso i campi, gettandosi al di qua dell`avamposto, urlavano di avere i russi alle calcagna. A queste parole gli uomini della minuscola unità* tedesca furono presi dal terrore: l`ufficiale che comandava l`avamposto corse verso un aereo leggero e decollo in direzione sud, mentre Pelikan e compagni arraffarono quello che potevano e lo gettarono sugli autocarri, che partirono rombando. Pelikan si voltò a guardare i carri armati sovietici, ancora immobili e minacciosi sulla collina, finche la nebbia non li nascose alla vista.
    Simili scene di terrore e fuga si ripetevano lungo le linee nordoccidentali dell`ampio saliente creato dalla 6a Armata tedesca con l`assalto di Stalingrado: il servizio informazioni aveva messo in guardia da un probabile contrattacco sovietico e la ricognizione aerea avevano riportato inequivocabili segni di mobilitazione tra le file russe. L`attacco fu ancora più rapido e potente di quanto i tedeschi avessero immaginato.
    Nel complesso, le forze fresche lanciate dai russi ammontano ad un milionecinquantamila uomini, novecento carri armati, tredicimila cannoni, millecento aerei. Benché non vi sia grande differenza rispetto all`avversario (stesso numero di uomini, settecento carri armati, diecimila cannoni, milleduecento aerei), adesso i sovietici hanno notevolmente
    migliorato la qualità* dei loro mezzi corazzati e i loro "Stormovik", cacciabombardieri muniti di razzi, sono i più pericolosi avversari dei panzer e dei concentramenti di truppe tedesche.
    La debole speranza di rallentare l`assalto sovietico era affidata al XLVII Panzerkorps, comandato dal generale Ferdinand Heim. Il nucleo del XLVII Panzerkorps era costituito dalla 22a Panzerdivision, che in quel momento era messa a dura prova dalle circostanze, difatti, si trovava in un settore alle spalle dei romeni, in cui si presumeva non dovessero svolgersi combattimenti diretti e non era stata rifornita di carburante per le esercitazioni e le prove: i carri armati si trovavano in ricoveri (fosse) appositamente scavati nel terreno, coperti di paglia per proteggerli dal freddo.
    Quando gli equipaggi cercarono di avviare i motori, scoprirono che non ne funzionava neanche la metà*: i topi, penetrati nei carri fermi sotto la paglia, avevano rosicchiato l`isolante dei conduttori dell`impianto elettrico, cosicché l`accensione, l`alimentazione della batteria, i mirini delle torrette e i cannoni erano fuori uso. I corto circuiti causati nel tentativo di avviare i motori incendiarono numerosi carri armati. La 22a Panzerdivision si trovava a dover fronteggiare i sovietici con solo quarantadue carri armati su centoquattro iniziali, ed un`altra metà* si rese inservibile per guasti meccanici e altri problemi mentre avanzava verso la linea dei combattimenti.
    Nonostante ciò, quando il 19 novembre la striminzita 22a Panzerdivision si trovò di fronte alle avanguardie sovietiche, si batte con onore: in pochi minuti, di fronte ai carri armati e al battaglione panzerjager (anticarro) della 22° Panzerdivision, i sovietici persero ben ventisei carri armati T-34. Se delle unità* corazzate avessero protetto i fianchi della 22a Panzerdivision, l`attacco sovietico avrebbe potuto essere fermato, ma non c`era nulla né a destra né a sinistra, tranne i romeni che fuggivano disperatamente e altri T-34 che li superavano. Il generale Heim si rese subito conto di rischiare l`accerchiamento e l`annientamento: il generale interruppe il contatto e cerco riparo oltre la riva sinistra del fiume Cir. Fu una saggia manovra, ma invece di approvare il generale per il buon senso dimostrato, Hitler interpretò l`azione di ripiego come un`atto di vigliaccheria: il generale Heim fu degradato e inviato in Germania dove, condotto di fronte a una corte marziale, presieduta da Goring, venne condannato alla prigione.
    Dal 19 al 23 novembre, la controffensiva sovietica sbaragliò quindici divisioni tedesche, di cui tre corazzate, facendo sessantamila prigionieri e le sue punte più avanzate, estremità* della tenaglia, allo scadere del quinto giorno si incontrano a sessantacinque chilometri a ovest di Stalingrado, a Kalac. Li, sul grande ponte che scavalca il fiume, passano tutti i rifornimenti per Paulus. Il ponte e stato minato; il reparto di genieri tedeschi che vi monta la guardia ha l`ordine di farlo saltare al primo apparire di un soldato russo. Alle 16,30 del 23 novembre, giornata insolitamente chiara, i tedeschi del presidio di Kalac avvistano una lunga fila di carri armati provenienti da nord. I tedeschi, pero, avevano allestito un poligono nei pressi di Kalac, dove usavano carri armati sovietici per le esercitazioni di tiro. E per una serie di circostanze che hanno dell`assurdo, i genieri tedeschi scambiano i carri armati sovietici per quelli usati dai loro camerati, quando si accorsero dell`errore era troppo tardi e il ponte sarà* preso intatto. Ma c`è un`altra versione dell`accaduto: l`interpretazione errata fu data da dei distintivi della 22a_ Panzerdivision, che i russi avevano applicato sui
    propri carri al fine di disorientare i tedeschi. Che le cose siano andate in un modo o nell`altro ha poca importanza, sta di fatto che all`improvviso dai carri armati e dai sernicingolati balzano fuori una sessantina di sovietici che annientano il presidio e fanno passare l`avanguardia di Rokossovskij.
    Il compasso previsto da von Schwedler si chiude: salda intorno ai tedeschi un "anello" che va dai trentacinque ai sessanta chilometri, trasforma gli assedianti in assiedati e imprime una svolta decisiva al corso della Seconda Guerra Mondiale.
    Paulus, che è nelle vicinanze di Kalac e sfugge per caso alla cattura, rientra nella sacca ed apprende che il fianco sud è scoperto, che non ci sono riserve, che manca il carburante e che i viveri bastano appena per sei giorni. Com`era stato irragionevole nello spingere le proprie forze corazzate nell`angolo morto di Stalingrado, Hitler è ora altrettanto irragionevole nel non voler mollare la presa, dice al generale Zeitzler, il nuovo Capo di Stato Maggiore che ha sostituito Halder dalla fine di settembre. "Stalingrado è una fortezza - die festung Stalingrad - se è necessario la sua guarnigione sosterrà* l`assedio tutto l`inverno ed io la libererò con una grande offensiva a primavera ".
    La parte più difficile della battaglia doveva ancora venire. Nell`euforia della sera del 23 novembre c`era già* chi pensava di puntare subito su Rostov. Stalin stesso ordino a Vasilevskii di accelerare la preparazione della seconda fase dell`operazione (quella che doveva attaccare il settore italiano del medio Don c che era chiamata in codice "Saturno", mentre l`accerchiamento di Stalingrado era stato denominato "Urano"). Prevalse tuttavia un`altra soluzione: prima di accingersi a nuovi compiti, i sovietici dovevano rafforzare il loro anello e procedere all`annientamento delle forze tedesche isolate. Nei giorni successivi essi si resero conto che anche questa operazione era tutt`altro che semplice. Un sorprendente errore di valutazione cornplicò la loro azione. I comandi sovietici ritenevano che fossero rimasti intrappolati nella sacca circa novantamila tedeschi, mentre in realtà* erano tre volte tanti, ossia una cifra oscillante fra i duecentocinquantamila e i treeentomila. Per diversi giorni gli attacchi sovietici contro le truppe accerchiate non fecero progressi: i soidati di Paulus, cui Hitler aveva promesso di mandare presto rinforzi a sbloccarli, resistevano con la massima energia.
    Per resistere all`assedio la 6a Armata avrebbe bisogno, ogni giorno, di settecentocinquanta tonnellate di rifornimenti fra munizioni, carburante, foraggi e viveri (quaranta tonnellate solo di pane). L`aviazione da trasporto sostiene che un ponte aereo puo trasportare al massimo trecentocinquantamila tonnellate. Goring, piccato, assicura Hitler che la Luftwaffe è in grado di rifomire la sacca con cinquecentomila tonnellate quotidiane. Il ponte aereo prese il via dal 25 novembre i trimotori "Junkers JU 52" , al comando c`era il generale Feibig, che osservava ansioso, cominciano a decollare dagli aeroporti di Tazinskaia e Morozovsk, nell`ansa del Don, e con un volo di duecento chilometri atterrano dentro la sacca, a Gumrak e a Pitomnik, riportando migliaia di feriti. Dopo due giorni, però, una tempesta di neve rese inagibili le piste, lentamente la situazione migliorò. Il 30 novembre, Feibig aggiunse alla sua flotta quaranta bombardieri Heinkel HE 111, i caccia russi, però, mietevano vittime rendendo vani i tentativi della Luftwaffe di rifornire i soldati della 6a Armata intrappolati nella sacca di Stalingrado.
    Il 20 novembre, la LI e la LVII Armata sovietica al comando del generale Andrej Emerenko, comandante in capo del f`ronte di Stalingrado, penetrarono nel saliente tedesco dal distretto dei laghi Sarpa a sud della città*. Ancora una volta i romeni si sciolsero come neve al sole e ancora una volta un`unità* tedesca, che fungeva da riserva, dovette fronteggiare l`oftensiva sovietica. La mattina del 29 novembre la 29a divisione di fanteria motorizzata comandata dal generale Hans-Georg Leyser si lanciò all`attacco guidata dal rombo dei cannoni che si udiva in lontananza. I cinquantacinque carri armati della 3a e della 4a Panzerdivision emersero dai banchi di nebbia per trovarsi praticamente di fronte ai novanta carri armati del 13° corpo meccanizzato sovietico a soli trecentosessanta metri di distanza, i russi furono colti di sorpresa, dozzine di T-34 furono distrutti o resi inagibili. La penetrazione della LVII Armata sovietica era stata fermata.
    La 29a divisione di fanteria motorizzata tedesca con altre unità* del 4° corpo, al comando del generale Erwin
    Iaenecke, fecero una conversione e si prepararono a fronteggiare la L Armata russa che avanzava. Prima che potessero muoversi, però, da occidente giunse l`ordine del quartier generale del Gruppo di Armate B di cessare ogni attacco e di assumere posizioni difensive lungo una linea che coprisse le unità* della 6a Armata all`interno di Stalingrado e tutt`intorno. Svanì cosi l`ultima speranza di fermare l`attacco sovietico da sud.
    Nella sacca di Stalingrado la battaglia continua, una mattina sul lato meridionale del perimetro il sergente Albert Piluger della 297a divisione di fanteria, stava osservando il fuoco di sbarramento dell`artiglieria sovietica, quando vide tre T-34 emergere dalla cortina di fumo. il cannone anticarro - un Pak da 75 mm - di Pfluger colpì la torretta di uno dei carri armati, divelse la parte superiore di un`altro e immobilizzò l`ultimo con una granata tra i cingoli. Altri carri armati arrivarono e Pfluger li fermò con quindici colpi, con l`unico risultato di essere rimproverato dal suo furibondo comandate per lo spreco di un così alto numero di munizioni.
    A nord il sergente Hubert Wirkner con la 44a divisione di fanteria affrontarono un assalto sovietico che costo la vita a cinquecento uomini e poi contrattaccarono per riguadagnare una posizione precedentemente sotto il controllo delle truppe austriache, ormai sopraffatte. Wirkner trovò gli austriaci a terra nella neve, senza uniformi: erano stati tutti uccisi a colpi di pistola.
    Il Fuhrcr decide di portare diretto soccorso all`armata prigioniera e incarica von Manstein, il conquistatore di
    Sebastopoli e il suo miglior stratega, di spezzare l`accerchiamento russo servendosi della 4a Panzerarmee del generale Hoth.
    Gli sforzi di von Manstein si accentrarono nei primi giorni di dicembre a riunire le forze sufficienti per tentare la liberazione della 6a Armata chiusa nella sacca di Stalingrado, e scelse la pianura del Cir per attuare la sua prima mossa.
    Ritirò quel che rimaneva del 48° Panzerkorps a sud di Veshenskaya, per costituire un punto di ancoraggio alla linea del Don settentrionale, e formò a sud-est un nuovo Corpo d`Armata che ricevette tre divisioni: l`11a Panzerdivision, la 336a divisione di fanteria e una divisione terrestre della Luftwaffe.
    Pochi giorni dopo, il Gruppo di Armate del Don ricevette la 6a Panzerdivision, mentre al "distaccamento d`armata" Hollidt, cui era stato affidato il fronte sul Cir, al posto dei romeni, giunsero la 62a e la 294a divisione di fanteria e un`altra unità* terrestre della Luftwaffe. von Manstein volle poi rafforzare la 4° Panzerarmee di Hoth assegnandogli la 6a Panzerdivision e l`intero 57° Panzerkorps e una volta stabilite le posizioni, ordino alla 16a Panzergrenadieren di effettuare un`azione esplorante per chiarire la situazione. Il gruppo esplorante, composto da undici panzer , due compagnie motociclisti e una compagnia controcarro su semicingolati con cannoni da 50mm, effettuo una missione della durata di tre giorni e alla fine il gruppo rientrò senza aver rilevato alcuna presenza di russi lungo il fianco destro scoperto del settore del generale Hoth. I russi invece si fecero vivi proprio sul Cir, tra Katinovski e Chirskaya: il 7 dicembre infatti, due brigate del 1° corpo corazzato della 5a Armata corazzata delle Guardia attraversarono il fiume e si
    incunearono nel fianco della fresca 336a divisione di fanteria, ma per loro sfortuna incapparono nella lla
    Panzerdivision.
    Von Manstein, all`inizio delle operazioni per tentare di liberare gli uomini di Paulus, richiese delle forze fresche e l`OKW gli rispose inviandogli la crema dell`esercito tedesco: l`11a Panzerdivision, "la divisione
    fantasma ", al comando del generale Hermann Balck, la divisione era probabilmente la migliore del fronte orientale e presto avrebbe dimostrato il suo valore. Il 7 dicembre, muovendosi verso nord, l`1la Panzerdivision si stava avvicinando alla Fattoria Statale N°79, a ottanta chilometri a sud-ovest della sacca di Stalingrado, quando venne a contatto con una colonna di carri sovietici: le due formazioni combatterono fino al crepuscolo, quando i russi si nascosero nelle trincee. Non Balck, però. Lasciati i suoi genieri e pochi cannoni da 88mm a coprire la manovra, egli fece compiere alla sua divisione un`ampio arco finché, dopo dieci ore, giunse a cavallo della strada lungo la quale erano arrivati i sovietici. Le prime luci dell`alba rivelavano ai suoi soldati una lunga colonna di rifornimenti e veicoli per il trasporto truppe, che avanzava tranquillamente incolonnata lungo la strada, verso sud. Era cio che Balck si era aspettato: riuscire ad intercettare il corpo principale dell`avanzata russa in marcia verso sud. Soddisfatto della scoperta, Balck ordinò all`11a Panzerdivision di attaccare il fianco della colonna sovietica; i carri armati erano a soli diciotto
    metri dalle loro vittime e distrussero completamente il convoglio. Balck ordinò di non usare i cannoni: lo avrebbe fatto al momento opportuno. Dirigendosi velocemente verso sud, l`1la Panzerdivision, fece ritorno alla Fattoria Statale N°79, proprio quando i russi stavano per attaccare il minuscolo gruppo difensivo che Balck si era lasciato alle spalle; i carri armati sovietici tornarono immediatamente sui loro passi quando comincio l`attacco dei panzer alle loro spalle. La battaglia durò quasi tutto il giorno e, alla fine, cinquantatre T-34 erano stati distrutti, mentre i tedeschi avevano subito solo lievi perdite. La divisione di Balck proseguì allora la marcia per annientare una testa di ponte sovietica a ovest del Don e passò le settimane successive impegnata come "corpo dei vigili del fuoco", a proteggere il centro tedesco e guadagnare tempo per consentire a Von Manstein di lanciare le sue truppe di liberazione verso Stalingrado.
    ln dicembre, da sud-ovest, von Manstein lancia l`offensiva, denominata "Operazione Tifone" su un fronte di cento chilometri fra Tsimla e Kotelnikovski, a cavallo delle ferrovie che da Krasnodar e Vorosilovgrad vanno a Stalingrado.
    Il cuneo di Hoth penetra fino all `Aksai e il 13 attraversa il fiume; il 18 dicembre la 4a Panzerarmee ha tra le sue forze, oltre alla 6a e alla 23a Panzerdivision, anche la 17a Panzerdivision completamente riequipaggiata, anche se la 23° Panzerdivision poteva contare solo su trenta carri efficienti; il 19 dicembre raggiunge la Mischkova in mezzo ad una tremenda tempesta di neve e il 21 dicembre Verkhene~Kumskaia: centotrenta dei centottanta chilometri che lo separano dagli assediati sono stati coperti e di notte puo vedere nel cielo i bagliori della contraerea di Stalingrado.
    L`offensiva però finisce qui. La 2a Armata della Guardia, comandata da Malinovskij, un `unità* ben attrezzata e completa di effettivi, che era destinata, secondo i piani, a liquidare Paulus e a muovere verso Rostov, fu spostata contro Von Manstein, ll suo impiego fu risolutivo, poiché servì a ributtare le forze tedesche al di là* delle loro posizioni di partenza, ristabilendo fra i soccorritori e gli accerchiati una distanza invalicabile.
    A Stalingrado le forze tedesche circondate assommavano a tredici divisioni di fanteria, tre divisioni corazzate, tre motorizzate e una antiaerea. Le tre divisioni corazzate erano la 14a , la 16a e la 24a. Gran parte di queste forze, secondo Von Manstein, avrebbero potuto essere portate in salvo con l`azione combinata "Operazione Tifone - Colpo di Tuono". "Colpo di Tuono" doveva essere la pronta risposta di Paulus, da dentro la sacca, cioè una controffensiva per riunirsi alle truppe di von Manstein, ma ciò non avvenne.
    Sia pure con ritardo l`operazione "Saturno" prese il via. ll 16 dicembre, a monte del Don, un`armata sovietica ha investito le linee tenute dagli italiani aprendovi una falla profonda cinquanta chilometri. Una "valanga" si abbatte sull`8a Armata italiana, del generale Gariboldi, responsabile del controllo del settore a metà* del Don, a circa trecentoventi chilometri a nord-ovest di Stalingrado. Equipaggiate e armate in modo disastroso, le divisioni italiane furono travolte sin dall`inizio deil`offensiva: i loro soldati accerchiati e dispersi perirono in gran parte nelle steppe coperte di neve. L`obiettivo sovietico era stato tuttavia modificato. Anziché puntare su Rostov, l`attacco si era indirizzato verso sud-est in modo da minacciare alle spalle le forze di von Manstein, Ancora un passo e anche von Manstein rischia di cadere in una gigantesca trappola. Questi fu costretto quindi a un generale ripiegamento per non compromettere definitivamente tutto lo schieramento tedesco nel meridione della Russia.
    Per la 6a Armata rimane la sola possibilità* di approfittare del cuneo, creato da Hoth, per uscire combattendo dalla sacca. Paulus esita, teme di disobbedire all`ordine del Fuhrer che è queilo di resistere sul posto; von Manstein è colto dallo stesso timore e le disposizioni che impartisce per una sortita sono piene di riserve. ln queste perplessità* trascorrono due giorni preziosi. Poi Hoth si vede costretto a sospendere l`avanzata su Stalingrado per inviare una delle sue tre divisioni corazzate in aiuto sul fronte del Don e Hitler è obbligato ad ordinare la ritirata nel Caucaso, pena la perdita di un
    milione di uomini. La 6a Armata è condannata; comincia la sua agonia, durerà* settantasei giorni.
    Divenuti a loro volta assediati i tedeschi ripetono il modello russo della resistenza ad oltranza: capisaldi nelle case, fabbriche contese palmo a palmo, battaglie accanite per una strada, una piazza od una altura, come la collina di Mamaj, divenuta oramai la "collina della morte". La lotta, aggravata dalla prostrazione fisica e morale, è resa quasi insostenibile dall`inverno russo: a metà* dicembre il sole cala poco dopo mezzogtiomo, fra le 14 e le 15 è già* notte completa. ll ponte aereo sbarca una media di novantaquattro tonnellate al giorno di rifornimenti, un quinto del fabbisogno minimo, spesso gli aerei anziché pane o medicinali, scaricano materiale di propaganda, giornali, caramelle, spezie, cravatte, cartone, filo spinato. A Berlino il generale Hube dice, secco, al Fuhrer: "Lei ha fatto fucilare dei generali dell`esercito, perché non fa fucilare il generale dell`aviazione che le ha promesso di rifornire Stalingrado ?"
    L`incerto Paulus raduna le forze costituendo i "battaglioni da fortezza" con uomini dell`aeronautica, artiglieri e carristi rimasti senza le loro armi, autieri, scrivani, personale dei servizi: la disciplina si rilassa, i casi di insubordinazione e di diserzione si moltiplicano e nella sacca, nei mesi di dicembre e gennaio, vengono eseguite trecentosessantaquattro condanne a morte.
    Definitivamente condannate, per Natale non vi erano più dubbi, erano le truppe di Paulus intrappolate nella sacca di Stalingrado. I sovietici si prepararono con cura alla loro liquidazione, che puo essere considerata come il momento conclusivo dell`intera battaglia di Stalingrado. ll comando di questa fase finale, denominata in codice "Anello", fu affidata a Rokossovskij, nonostante il risentimento di Emerenko che avrebbe voluto essere il designato. ln realtà*, il primo dei due aveva già* dato migliori prove del secondo; una selezione dei comandanti più abili si andava operando sui
    campi di battaglia.
    Il Capodanno 1943 porta un freddo micidiale, meno quaranta gradi, e la riduzione della razione di pane da duecento a cento grammi. Tifo, pidocchi e dissenteria mietono vittime: i malati incapaci a muoversi sono ottantamila, soltanto la metà* potrà* essere evacuata.
    Prima di cominciare l`attacco finale Rokossovskij e il generale Voronov, che lo assisteva, presentarono un ultimatum alle forze tedesche accerchiate: la loro resa avrebbe (diceva il documento) risparmiato un inutile spargimento di sangue. Il mattino del giorno 2 gennaio tre parlamentari russi preceduti da una bandiera bianca si presentano alle linee tedesche a chiedere la resa dell`armata. Paulus lo comunica ad Hitler invocando "libertà* d`azione", ma il Fuhrer rifiuta. Allo scadere dell`ultimatum, il 10 gennaio, i russi scatenano l`ultima offensiva appoggiata dal fuoco di cinquemila cannoni, prendono Krovzov, Zybenko, Dmitrevka, Karpovka, riconquistando quattro quinti di Stalingrado, costringono i tedeschi entro le rovine della città*, s`impossessano dell`aeroporto di Pitomnik. La perdita di questa base essenziale per i rifornimenti porta ad una nuova riduzione delle razioni giornaliere: settantacinque grammi di pane, duecento grammi di carne di cavallo compresi gli ossi, dodici grammi di grassi, undici grammi di zucchero e una sigaretta.
    ll 20 gennaio l`intendenza dell`armata decide di macellare tutti i cavalli.
    La resistenza tedesca fu tenace, anche se disperata. Affamati, congelati, riforniti solo in minima misura per via aerea, i reparti di Paulus tennero sino alla fine di gennaio.
    ll 23, ancora una volta, Hitler proibisce la resa e Paulus si dice d`accordo con lui. La domanda posta ieri sera dal generale Zeitzler se si possa dare ormai alla 6a Armata, l`autorizzazione di resa è stata respinta dal Fuhrer. L`armata deve continuare a combattere fino all`ultimo uomo per guadagnare tempo. Il Generale Paulus ha risposto al messaggio del Fuhrer con queste parole:- I vostri ordini vengono eseguiti. Viva la Germania ". E, contemporaneamente, arriva la fine.
    ll 26 gennaio le truppe sovietiche avanzanti da ovest si incontrano nei pressi del Kurgan di Mamaj con i soldati di Cuijkov rimasti a Stalingrado, che erano passati a loro volta all`attacco.
    Nell`ultima settimana di gennaio i sovietici occupano l`unico aeroporto rimasto ai tedeschi, quello di Gumrak. Il comando tedesco decide di abbandonare i cinquantamila feriti ricoverati nei sotterranei delle due stazioni ferroviarie, nei silos dei cereali, negli scantinati del teatro e nella ex sede del comando di presidio. I morti, per via del terreno gelato e durissimo, non vengono più seppelliti, né i loro nomi registrati. ll 30 gennaio, decimo anniversario della presa del potere da parte dei nazisti, Hitler nomina Paulus feldmaresciallo e confida a Keitel: "Mai un maresciallo tedesco si è arreso". Dodici ore dopo, uno spaventoso bombardamento dell`artiglieria sovietica si abbatte sul centro di Stalingrado, nella zona dell`Univermag, i magazzini generali, nelle cui cantine si trova il quartier generale di Paulus.
    Alle 5,45 del mattino seguente, l° febbraio, la radio della 6a Armata trasmette: "1 russi sono davanti al bunker. Distruggiamo la nostra stazione ". Poi un ufficiale tedesco esce dall`Univermag agitando una bandiera bianca e fa un cenno dall`altra parte della strada, dove sono appostati i sovietici.
    Il tenente russo Fedor Michailovic Elcenko balza fuori dalla sua buca e si avvicina: "ll nostro grande capo " gli dice il tedesco "vuol parlare al tuo grande capo". Elcenko sorride e risponde: "Stia a sentire, il nostro grande capo ha altro da fare. Il suo grande capo, se vuole deve spicciarsela con me ". L`ufficiale tedesco riflette un momento, infine accompagna il tenente russo nello scantinato. Paulus, in uniforme, la barba lunga, pallido, é sdraiato su una branda.
    "Ebbene, é finita cosi", gli dice Elcenko. Il feldmaresciallo gli rivolge un`occhiata e ,con la testa, fa segno di si. Poi si alza, prende una borsa, esce: un`auto sovietica lo conduce al comando russo dove lo attende il generale Voronov, rappresentante della Stavka. La resa é accettata. Ma fra le macerie fumanti c`e ancora chi non si é arreso: sono gli uomini del generale Strecker, che costituiscono gli ultimi nuclei di resistenza all`intérno della sacca nord di Stalingrado.
    Nonostante si sia reso perfettamente conto della tragicità* della situazione, Strecker, che in un primo momento ha tentato di resistere agli ordini superiori che imponevano un inutile massacro, si é lasciato convincere dalle direttive provenienti da Berlino, che ogni sua ora di resistenza avrebbe permesso la creazione di un nuovo fronte di difesa. Quando pero vede che le sue linee vengono travolte dalla fanteria russa, da anche lui l`ordine di cessare il fuoco.
    Uno degli ultimi collegamenti radio con Berlino, forse il più significativo sul vero morale dei combattenti di Stalingrado, giunge, inaspettato, da questi uomini, quando, in risposta all`enfatico elogio letto da Goring alla radio tedesca, trasmettono a Berlino uno scarno messaggio: "Prematuri discorsi funebri indesiderati". Nella mattinata del giorno 2 febbraio tutto tace definitivamente.
    Dei trecentoventimila tedeschi di Stalingrado, centoquarantamila sono morti per ferite ricevute in combattimento, fame, freddo, malattie. Ventimila sono dispersi, settantamila sono feriti ed evacuati prima e dopo la sacca. I novantamila superstiti, lasciano in mano ai sovietici settecentocinquanta aerei, millecinquecentocinquanta carri armati, quattrocentottanta autoblinda, ottomila cannoni e mortai, sessantamila autocarri e duecentotrentacinque depositi di munizioni e partono per i campi di prigionia della Siberia. Fra loro vi sono duemilacinquecento ufficiali, ventitre generali e un feldmaresciallo; né torneranno in soli cinquemila meno del due per cento.
    Alle 14,46 del 2 febbraio un aereo tedesco da ricognizione sorvola a grande altezza la città* e trasmette questo messaggio: "A Stalingrado, nessun segno di combattimento ".

    "Cosi ora tu sai che io non tornerò. Dillo con riguardo ai nostri genitori.
    Un tempo ero fiducioso e forte, ora sono piccolo e sfìduciato. Non capirò molto di quello che succede qui, ma il poco a cui prendo parte è gia tanto da non poterlo m`andar giù. Non mi si può far credere chei camerati muoiono con sulle labbra la parola: "Deutscl1land" o "Heil Hitler " .
    Si muore, questo si, non si puo negarlo: ma l`ultima parola è per la mamma o per la persona più cara, oppure è solo un grido d`aiuto. Ne no gia visti cadere e morire centinaia, e molti appartenevano, come me, alla Hitlerjugend, ma tutti, se ne erano ancora capaci, chiamavano aiuto, o invocavano il nome di chi però non poteva aiutarli" .

    Brano tratto da una lettera di un soldato tedesco impegnato nella battaglia di Stalingrado.
    Oueste missive erano state sequestrate dalla censura militare perché considerate disfattiste e demoralizzanti, sono state ritrovate a guerra finita e pubblicate nel volume "Lettere da Stalingrado" Einaudi 1958 .

  4. #94
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    Re: La Battaglia di Stalingrado

    Roberto, una lettura da leggere con calma per godersela al meglio, magari in una fredda giornata di pioggia......grazie per aver condiviso questo tuo lavoro che non mancherò di leggermi on calma

  5. #95
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    Re: La Battaglia di Stalingrado

    Ottimo e dettagliato racconto
    luciano

  6. #96
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    Re: La Battaglia di Stalingrado

    Impressionante!

    Grazie Roberto!
    Io (ne) ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi.
    Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione;
    e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser.
    E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia.
    È tempo di morire. (Blade Runner)

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