Questa pubblicazione è reperibile anche su questo sito:
http://www.valgame.eu/trincee/files/cengiom.htm

Essa è frutto di una ricerca e analisi del noto storico Alessandro Massignani.

Buona lettura
marcuzzo

"Morti, feriti, dispersi: la brigata Granatieri nella difesa di monte Cengio.



1. Il "salto dei Granatieri".

Il 1º giugno 1916, durante l'offensiva austro-ungarica della primavera 1916 nel Trentino, il comando del Fronte Sudovest austro-ungarico trasmise al Comando supremo ed alla 3ª armata un telegramma del Comando supremo italiano, a firma del Capo di Stato Maggiore Luigi Cadorna, indirizzato al generale Clemente Lequio, comandante del Comando truppe altipiani1 che era stato catturato dalle truppe in avanzata. Il contenuto del telegramma, datato 26 maggio 1916, dettato sotto l'impressione della caduta repentina di importanti posizioni della terza linea di difesa sull'altopiano di Asiago, era molto duro e, dopo aver lodato il comportamento della maggioranza dei reparti italiani impegnati nella battaglia difensiva, ormai in pieno rallentamento, stigmatizzava

"fatti oltremodo vergognosi, indegni di un esercito che abbia il culto dell'onor militare. Posizioni di capitale importanza e di facile difesa, sono state cedute a pochi nemici senza alcuna resistenza. L' E. V. prenda le più energiche ed estreme misure: faccia fucilare se occorre, immediatamente e senza alcun provvedimento, i colpevoli di così enormi scandali [...]"2.

Il tono apparve agli austro-ungarici come un indice delle gravi difficoltà* in cui si dibatteva la difesa italiana, tanto che il colonnello Karl Schneller aveva annotato nel suo diario che alcuni prigionieri italiani avevano gridato "Abbasso l'Italia, abbasso Savoia!" e che a suo parere il crollo morale dell'avversario era ormai inarrestabile3.
Invece pochi giorni dopo Cadorna emanò un bollettino che dava per finita l'offensiva, diramando addirittura gli ordini per la ripresa controffensiva delle operazioni. Il Capo di Stato Maggiore, si era reso conto che gli austriaci, logorati dalla lotta, stavano rallentando il loro sforzo su buona parte del fronte dell'offensiva e che ormai questa era fallita.
Le intuizioni del Capo di Stato Maggiore e le sue lodevoli intenzioni dovevano però essere messe a dura prova di lì a qualche giorno, facendolo addirittura ipotizzare sulla opportunità* di una ritirata in pianura, dove era stata costituita una nuova armata spostando truppe dall'Isonzo. Dopo un ingannevole rallentamento austriaco, infatti, attribuibile più alla scelta dei comandi austro-ungarici di far avanzare l'artiglieria, in maniera da procedere in maniera sistematica appoggiando il proseguo dell'avanzata, che non a stanchezza degli attaccanti, cadrà* inesorabilmente davanti agli attacchi austro-ungarici una delle principali posizioni italiane, il monte Cengio, benché difesa da una unità* di élite: la brigata Granatieri di Sardegna4.
L'episodio della caduta del monte Cengio fu ammantato dopo la guerra da un alone di leggenda, e la tradizione orale, originata dal volume di memorie del comandante della brigata Granatieri, Giuseppe Pennella, vuole che piuttosto che arrendersi i granatieri si gettassero nel vuoto abbracciati ai nemici. Si tratta di un'increspatura del terreno che si erge al limite meridionale dell'altopiano a 1354 metri, con una punta vicina che sale a 1363, per precipitare poi a strapiombo nella sottostante Valdastico.
L'ultimo combattimento i granatieri avevano il burrone alle spalle e nel rivendicarne l'eroismo il loro comandante, il generale Giuseppe Pennella, scrisse nelle sue memorie che

"I pochi superstiti, per la maggior parte feriti e contusi, caddero prigionieri dopo colluttazioni disperate. Si narrava già* di aver veduto rotolare per le rocce strapiombanti sull'Astico, nel furore dell'ardente lotta, grovigli umani di austriaci e granatieri!"5.

Il burrone che sprofonda per un migliaio di metri è stato quindi subito battezzato "Salto dei Granatieri" e il ponte sul torrente Astico che esso sovrasta è anch'esso intitolato alla loro brigata.
Tuttavia, anche la caduta del monte Cengio presenta delle analogie con molti insuccessi difensivi che caratterizzarono la battaglia difensiva e che in alcuni casi furono tanto gravi da impressionare Cadorna e fargli inviare il draconiano telegramma che abbiamo appena citato. Nel corso della sua prima battaglia difensiva, l'esercito italiano si rivelò carente sotto molti punti di vista e, quando la bufera fu passata, il Comando supremo indagò, per la consueta ricerca delle responsabilità*, sugli specifici episodi che avevano condotto allo sfondamento del centro del fronte della 1ª armata, posta a difesa del delicato saliente trentino. Le indagini sulle responsabilità* si conclusero con una relazione del giugno 1917 del generale Guglielmo Pecori Giraldi, il quale aveva assunto il comando della 1ª armata alla vigilia dell'offensiva, chiudendo quel capitolo quando ormai le impressioni di quei giorni erano sfumate.
I carteggi originati da questa inchiesta, come da ogni altra relativa a singoli episodi della prima guerra mondiale, occupano parecchi raccoglitori presso l'archivio dell'Ufficio storico dello Stato maggiore esercito e costituiscono una fonte di notevole rilievo per lo studio dell'organizzazione e del funzionamento dell'esercito, sia italiano che austro-ungarico. Oltre a queste, un ruolo particolarmente interessante rivestono i verbali degli interrogatori dei prigionieri italiani feriti e rimpatriati con gli scambi, interrogatori che tendevano a capire le ragioni delle rese di massa verificatesi soprattutto a partire dalla cosiddetta Strafexpedition e a colpire eventuali responsabilità*.
L'utilizzo di alcuni documenti di questa provenienza in un caso specifico fornisce l'occasione di chiarire episodi rimasti per lustri tra mito e realtà* e di ricavarne alcune riflessioni sull'esercito cadorniano.





2. L'offensiva austro-ungarica.

La nomina avvenuta nel 1907 del generale Franz Conrad von Hötzendorf a Capo di Stato Maggiore dell'esercito austro-ungarico fu alla base della scelta del fronte trentino per una offensiva risolutiva contro l'Italia. Conrad infatti aveva studiato fin dagli anni precedenti la guerra, quando era semplice comandante di divisione nel Trentino, le possibilità* offensive contro l'Italia sfruttando quel saliente montano proteso contro il fianco dell'esercito italiano, presumibilmente schierato con il grosso sul fronte isontino. Questo studio si tramutò con il tempo in una idea fissa che Conrad perseguirà* non solo a livello di pianificazione, ma che tenterà* - inutilmente - di realizzare con grande caparbietà* per ben tre volte nel corso della guerra. Questa scelta strategica, che si rifaceva anche allo studio delle campagne napoleoniche, più che al mito della battaglia di annientamento che allora attraeva i colleghi tedeschi di Conrad, era apparentemente ovvia dal punto di vista geografico, ma doveva fare i conti nella realtà* con una serie di problemi connessi al carattere montuoso del terreno, perché il termine "altipiani", scelti come via di facilitazione verso la meta di Venezia, che dalle cime si poteva talora intravedere, era ingannevole: si tratta in realtà* di un diaframma montano che arriva spesso a 2000 metri di altitudine, con scarse vie di comunicazione, caratterizzato da terreno spesso impraticabile e coperto di neve per un lungo periodo dell'anno.
Perseguendo tenacemente la sua idea, Conrad diede vita alla prima grande battaglia moderna in montagna, sorprendendo così anche Cadorna, che non si aspettava un'operazione così poco convenzionale, poiché allo scoppio del conflitto non era generalmente previsto dai regolamenti di impiego che la guerra in montagna si combattesse con grandi unità*. Le norme di combattimento italiane del 1913 prevedevano che in montagna operassero solo piccoli nuclei di alpini, mentre la massa avrebbe dovuto muovere lungo le valli6. Ovviamente il carattere statico che la guerra aveva in breve assunto favorì la presenza di grandi quantità* di truppe sui rilievi, ma ciò nonostante, tra le difficoltà* che una grande battaglia in montagna avrebbe comportato occorre considerare anche quella dell'originalità*.
Il fatto che il terreno scelto per l'operazione restasse coperto di neve fino a fine maggio, ritardando l'offensiva, ottimisticamente prevista per marzo, fino alla metà* di maggio, fece pagare a Conrad il prezzo del rischio corso. Per il 15 maggio, giorno di inizio dell'operazione, la sorpresa strategica era ormai sfumata, anche se la persistente incredulità* di Cadorna e lo schieramento offensivo della 1ª armata favorirono comunque la sorpresa degli austro-ungarici.
Il concentramento di forze per l'offensiva era stato realizzato spostando truppe scelte dall'Isonzo e dalla Russia, quindi senza un vero e proprio indebolimento di quei fronti, operando delle sostituzioni con truppe di minore efficienza, in particolare sul fronte russo7. Il piano all'inizio ben congegnato venne stravolto dall'intervento dei comandi a vari livelli di fronte e di armata, con una dissipazione degli sforzi in più punti, cosicché le due armate partecipanti all'offensiva attaccarono affiancate anziché una di seguito all'altra per sfruttare il successo.
Dopo una serie di travolgenti successi iniziali da parte dell'11ª armata, la resistenza italiana cominciò a frenare lo sforzo sulle ali; il 20 maggio anche la 3ª armata entrò in azione sull'altopiano di Asiago e in breve travolse le male organizzate resistenze italiane facendo un sapiente uso della concentrazione dell'artiglieria e dell'azione combinata di questa con la fanteria.
Caduta anche la terza linea di difesa, appoggiata a posizioni naturali molto forti, ma sguarnita e abbandonata, gli imperiali dilagarono per l'altopiano di Asiago e superarono l'area montuosa settentrionale, affacciandosi alla conca centrale del vasto pianoro. Da lì un'altra serie di alture meno importanti si alzava verso i limiti meridionali, discendendo dolcemente a sudest, e invece a strapiombo nella parte sudoccidentale, dove si collocava il pianoro del Cengio.



3. La difesa del monte Cengio.

La brigata Granatieri di Sardegna era una delle migliori dell'esercito, costituendo tradizionalmente la guardia a piedi del re, notoriamente formata da uomini di considerevole prestanza fisica.
Il 19 maggio i due reggimenti della brigata, il 1º e il 2º, che erano in riposo intorno ad Udine, ricevettero l'ordine di spostarsi in tutta fretta sul fronte trentino, dove era in corso l'offensiva austro-ungarica, ed arrivarono a Tresché Conca, allo sbocco della rotabile che accede all'altopiano di Asiago, il 21 maggio8. Il comandante era il maggior generale Giuseppe Pennella, autore tra l'altro del Vademecum dell'allievo ufficiale di complemento, brillante ufficiale che aveva servito al Comando supremo nel 1915 e che il colonnello Angelo Gatti, diarista del Comando supremo, inseriva in quel gruppo di ufficiali come Di Giorgio e Grazioli "spiccanti", come allora si diceva, rispetto alla massa degli ufficiali generali italiani9.
Già* il 22 ed il giorno successivo Pennella esegue un'ampia ricognizione: il nemico è ancora lontano e nel periodo che intercorrerà* con la successiva presa di contatto con le linee che i granatieri ed altri reparti stanno formando provvederà* anche a far avanzare le proprie artiglierie.
La disposizione delle truppe adottata dal comandante della Granatieri sarà* oggetto di polemiche perché egli lasciò solo un sottile velo di protezione sull'ostacolo naturale della val d'Assa e lungo i burroni del Cengio, con le proprie unità* concentrare più indietro sui rilievi del largo pianoro che è delimitato dai burroni sulla Valdastico e dalla profonda val d'Assa. Questo consentirà* agli austriaci il rapido superamento della valle e addirittura e l'occupazione di Asiago, in quanto l'Assa in quel punto è una gola difficilmente superabile. L'ordine del XIV corpo d'armata del 27 maggio 1916 istruiva le unità* dipendenti a ricostituire una linea dopo che ogni difesa nella parte settentrionale dell'altopiano era crollata. L'ordine venne ritrasmesso verbalmente dalla 30ª divisione anche alla brigata Granatieri con l'indicazione delle posizioni da tenere, che Pennella interpretò alla lettera, lasciando scoperto un tratto della val d'Assa. Ancora oggi è difficile capire del tutto quale sia stato il suo calcolo tattico, forse la speranza di poter intervenire con il grosso delle unità* nei punti minacciati e sottrarre le prime linee agli effetti dell'artiglieria, stante la sua convinzione che la linea sull'Assa aveva valore "nullo" se prima di predisposizioni e di "artiglierie di ogni calibro". Dato che dal 22 al 28 maggio qualche lavoro sul campo di battaglia si poteva fare, e che l'artiglieria era quella disponibile, Pennella deve avere avuto altre ragioni per seguire l'ordine troppo letteralmente, con la conseguenza che avrebbe enormemente aumentato il fronte da presidiare. Inoltre, fino al 30 il Comando truppe altipiani non diede ordine di spostare le artiglierie di medio calibro che dal Cengio disturbavano gli austriaci anche su alture circostanti, al punto che essi avevano rimandato ogni avanzata nei settori contigui, attendendo che venisse eliminata questa molesta spina nel fianco. In più, come si vedrà*, la posizione dell'abbandonato forte Corbin offrì una resistenza pressoché nulla nonostante fosse inclusa nell'incontestato ordine della 30ª divisione.
A proposito della manovra italiana, scrive Artl:

"Negli alti comandi si interrogavano ora sui motivi che avevano indotto gli italiani a sgombrare senza combattere il lato sud della gola dell'Assa. Il HGK [il comando di gruppo d'armate] immaginò che l'ala sinistra avanzante del III corpo era riuscita a costringere gli italiani a cedere le proprie posizioni. Era però possibile che il nemico avesse ritirato le sue forze presso Asiago in maniera pianificata, per costringere le proprie truppe ad un rapido inseguimento"10.

Il timore austriaco era che questo rapido inseguimento avrebbe privato dell'appoggio dell'artiglieria le proprie unità*11. Anche se la 28ª divisione aveva raggiunto la profonda interruzione dell'Assa tra il 23 e il 24 maggio, essi decisero di attendere che si potesse nuovamente schierare l'artiglieria prima di attaccare ancora. In alternativa si sarebbe potuto sfruttare il travolgente successo dei giorni precedenti, ma evidentemente i segni di resistenza avversaria avevano consigliato di optare per questa soluzione 12.
Nelle prime ore del mattino [del 28 maggio] pattuglie della 28ª divisione di fanteria austro-ungarica (56ª brigata) oltrepassarono la gola dell'Assa e, trovato sorprendentemente sgombro il terreno e gli abitati antistanti, li occuparono, spingendosi a sera anche ad Asiago. Oltre alla località* di Panega, nella notte successiva la 28ª divisione passò anche l'ala sinistra l'Assa con il gruppo Kliemann (due battaglioni del 47º e il Feldjägerbattaillon 24) e occupò il forte abbandonato di Punta Corbin.
Quest'area venne però lasciata al I corpo d'armata, che si stava inserendo in linea per coprire il fianco destro del III e così il 29 maggio, su istruzione della 3ª armata, il comandante della 67ª brigata della 34ª divisione (I corpo), maggior generale Wilhelm von Lauingen, diede ordine di avanzare oltre forte Corbin, che gli italiani, secondo le sue parole "avevano abbandonato senza necessità*", di dare il cambio al gruppo Kliemann, e di ripulire dal nemico la zona antistante tra il Corbin e monte Barco. L'urgenza della manovra che gli austriaci si ripromettevano di attuare ancora nella giornata del 20 era dettata anche dal fatto che la contigua 3ª divisione aveva avvertito di non poter attaccare se prima non veniva fatto cessare il fuoco dei cannoni italiani dalla zona Cengio-Belmonte, i quali, come si è detto, evidentemente disturbavano fortemente gli austriaci13. Si trattava del nucleo occidentale dell'artiglieria della 30ª divisione, e cioè 18 pezzi di piccolo e 16 di medio calibro, taluni in posizione fissa14. La circostanza va menzionata perché il giudizio espresso da Pennella nelle sue memorie sulle artiglierie del suo settore era piuttosto negativo.
Il 30 maggio le istruzioni della 3ª armata austro-ungarica indicavano come obiettivo la conquista dei monti Cengio e Barco e l'invio celere di distaccamenti in direzione Cogollo per prendere alle spalle lo sbarramento italiano di Seghe-San Zeno sul fondovalle.
Il XIV corpo d'armata italiano si rese intanto conto della disposizione della brigata Granatieri e ordinò di conseguenza a Pennella di rioccupare Punta Corbin e Panega, ma questo attacco si scontrò con uno austriaco verso Fondi e Tresché Conca ad opera del 101º reggimento di fanteria (e a Cavrari il IV/47º) e si dovette accontentare di contrastare gli austriaci, che nel corso della giornata del 30 riuscirono a distruggere pressoché completamente due interi battaglioni della Granatieri, uno, il I/1º del maggiore Roisecco, che teneva l'importante posizione di monte Belmonte, e l'altro, del colonnello Camera (III/2º e due compagnie del I/1º), che aveva tentato di rioccupare Punta Corbin. In questa occasione l'attacco austro-ungarico investì oltre al Belmonte, salvato dall'intervento della 15ª e 13ª compagnia granatieri (capitani Damiani e Barberis, IV/1º), anche la contigua testata della val Canaglia che gli austriaci stavano ormai imboccando, quando intervenne Pennella in persona accompagnato in combattimento da Leonida Bissolati in visita al fronte a guidare le riserve al contrattacco. Il battaglione del tenente colonnello Ugo Bignami (I/2º Granatieri), a difesa della zona dalla val Canaglia alle pendici del Lemerle, perse circa 200 uomini, poiché una intera compagnia fu catturata dagli austriaci.
Le truppe attaccanti austro-ungariche che avanzavano lungo il ciglio dell'altopiano scoprirono che gli italiani si erano attestati in posizioni successive sul loro percorso, con i punti più forti a quota 1363 e sul Cengio (q. 1354), con posti avanzati tra i quali appariva robusto quello di q. 1184. Tuttavia il giorno dopo questo venne occupato con un colpo di mano da mezza compagnia salisburghese del X/59º, che nell'azione riportò un solo ferito lieve.
Nel sottostante sbocco della Valdastico gli austriaci speravano di poter avanzare, ma la 3ª e la 44ª divisione - quest'ultima doveva irrompere dalla Valdastico per spingersi in pianura alle spalle del Cengio - vennero bloccate dal fuoco di sbarramento dell'artiglieria italiana che si stava riorganizzando e non si poteva più battere efficacemente. Non restava che aspettare la caduta del sovrastante monte Cengio. Allo scopo una parte della 44ª divisione, il gruppo Majewski, viene inviata a rinforzo di questa impresa. Oltre alla 68ª brigata avviata il 31 a risalire la val d'Assa, a Lauingen venne dato anche il 29º reggimento.
Il 30 la situazione generale dell'altopiano e soprattutto della parte occidentale si presentava tale che venne deciso di ritirare i medi calibri dal pianoro del Cengio fino in pianura, lasciando solo due 149 incavernati. La misura era giustificata dal timore di perdere altri pezzi di artiglieria e dalla constatazione che i medi calibri potevano rendersi utili anche stando in pianura15.
Nel pomeriggio del 31, la 67ª brigata austro-ungarica poté avanzare e occupare buona parte del Belmonte grazie all'appoggio dell'artiglieria del III corpo e di buona parte di quella del XX, che per due ore bombardarono il Barco e il Belmonte. Per consentire questi forti concentramenti di fuoco però, il XX corpo dovette segnare il passo. Una volta preso il pendio settentrionale del Belmonte e un'altura davanti al Barco, la stessa artiglieria concentrò la propria azione sul Cengio, consentendo il successo del X/59º16. Infatti, alle 4 del pomeriggio del 31 il maggiore Bürger del X/59º ricevette ordine di occupare, impiegando anche due compagnie del 47º, monte Cengio. à? interessante notare che la procedura dell'attacco prevedeva che la fanteria avanzasse fino a distanza di assalto (un centinaio di metri) mentre dalle 18 l'artiglieria ammorbidiva per 40 minuti le posizioni nemiche. Avanzando con consumata abilità*, mentre una parte delle truppe faceva fuoco sulle posizioni italiane, la 4ª compagna del X/59º riuscì a travolgere una posizione italiana, catturando 42 granatieri, mentre le altre compagnie trovavano difficoltà*: ma dopo un ulteriore bombardamento alle 20.30 una prima cima venne occupata - ricevendo l'indesiderata attenzione dell'artiglieria austro-ungarica - e gli italiani si ritirarono sulla seconda. I salisburghesi proseguirono l'attacco sulla seconda altura e alle 21.15 la occuparono. Diversamente Pennella scrive che : "la situazione [...] si manteneva a noi favorevole", senza neppure accennare alle posizioni espugnate dagli austro-ungariche che avevano percorso ancora una volta il ciglio del monte per far cadere le posizioni più interne 17.
Durante la notte i combattimenti continuarono, la 34ª divisione austro-ungarica occupò Fondi e Tresché Conca, vincendo la tenace resistenza dei difensori che "combatterono fino all'ultimo uomo",18 mentre all'alba del giorno successivo il X/59º poteva constatare di aver catturato 200 italiani tra granatieri del 2º e fanti del 212º reggimento (brigata Pescara). Il successo era stato possibile grazie alla grande concentrazione di artiglieria, ma anche dal fatto che il gruppo Kliemann che era schierato tra la 67ª brigata (34ª divisione) e il X/59º aveva rifiutato il cambio.
L'attacco sferrato contro il Belmonte aveva avuto ragione delle due compagnie Damiani e Barberis che vennero in buona parte catturate, e solo riserve inviate dal vicino battaglione Anfossi (IV/1º) riuscirono a ricostituire uno sbarramento sull'importante altura.
Secondo Pennella, il cui settore era diventato sottosettore dall'Astico a Tresché Conca compresa, tutta l'artiglieria disponibile consiste in due sole batterie e sei pezzi da montagna.
Il pomeriggio del giorno successivo (1 giugno) la 67ª brigata conquistò il monte Barco grazie ad un'ottima preparazione di artiglieria e dopo aver piegato una tenace resistenza, al punto di non riuscire più ad attaccare il successivo monte Panoccio. Che gli italiani si fossero difesi tenacemente (pur lasciando in mano avversaria 700 prigionieri) fece decidere agli austriaci di attaccare non prima del 3 giugno il Lemerle, quando si sarebbe potuto contare su una buona preparazione di artiglieria e l'appoggio della 28ª divisione, il cui gruppo Kliemann venne intanto sostituito dalla 68ª brigata di fanteria.
Il giorno 2 gli austriaci non fecero nessun progresso verso il monte Panoccio ma a sera furono respinti due contrattacchi italiani, uno contro il Barco e l'altro contro le posizioni davanti al Cengio. Questo non venne subito nuovamente attaccato perché gli austriaci volevano prendere il Lemerle con le due divisioni 28ª e 34ª. Per far questo esse attaccarono dapprima l'altura a meridione di Canove che fu conquistata poco dopo le 10 dai battaglioni Feldjäger 23º e 28º. La 67ª brigata aveva superato la cima del Belmonte e la 68ª brigata attaccò e prese il Busibollo nel primo pomeriggio e di seguito attaccò il Magnaboschi anziché il Lemerle, scontrandosi con le riserve italiane e catturando ben 5.000 prigionieri; subì tuttavia nell'azione ben 1.000 perdite e dovette sgombrare il Busibollo sotto il contrattacco del II/2º, agevolato da quello dei II/212º, I/42º e due compagnie del II/141º verso Cesuna. A quel punto la 35ª divisione non attaccò più da sola. La infausta giornata fece ordinare la salita in altopiano del resto della 44ª divisione che venne sottoposto alla 34ª. Il gruppo Majewski della 44ª aveva intanto occupato il giorno 3 la q. 1354 del monte Cengio nonostante i contrattacchi alla baionetta del I/144º. L'artiglieria aveva iniziato il fuoco alle 11 del mattino e alle 12.30 il I/2º Gebirgsschützen e il X/59º catturarono 1.400 prigionieri, diverse mitragliatrici e due cannoni19. Proseguì quindi l'attacco alla quota 1363 e con l'arrivo dei battaglioni II e III del 2º reggimento Bergschützen della Craina, prendendo il monte intorno alle 1820. Il combattimento era costato agli italiani oltre 300 morti e 200 prigionieri.
Il gruppo Majewski venne rinforzato fino a otto battaglioni per ripulire l'area monte Barco-Panoccio il 5 giugno, ma da qui gli italiani si ritirarono il 4 giugno sull'altro lato della val Canaglia, che gli austriaci non riusciranno più a superare. Nei combattimenti il X/59º aveva subito 57 morti, 211 feriti e 63 in questi combattimenti, oltre ad alcuni ufficiali, catturando da solo 950 italiani21.
Il proseguimento dell'attacco venne previsto per il 6 giugno e così il 4 e il 5 trascorsero tranquilli, a causa della necessità* di preparare meglio gli attacchi con l'artiglieria, che subiva gli effetti della mancanza di colpi da 305 mm, e dell'artiglieria italiana che bombardava la strada dell'Assa rallentando le comunicazioni. Ma il 6 l'attacco al Lemerle non portò che un limitato successo e quello sferrato contro Boscon nessuno. Al di là* della conquista di monte Fior e del nodo delle Melette il giorno successivo, sul resto del fronte l'offensiva era ferma.
Le perdite italiane del settore del Cengio dal 29 maggio al 3 giugno furono di 10.264 uomini, dei quali 6.521 i dispersi. Assai più difficile, sfortunatamente, valutare le perdite austro-ungariche, che comunque furono inferiori. A prescindere da operazioni di minor rilievo nei giorni successivi da parte del battaglione complementi, la brigata Granatieri di Sardegna non esisteva più come unità* combattente.





4. La ricompensa negata.

Nel trasmettere la relazione sui combattimenti a cui aveva partecipato la brigata Granatieri, il generale Pennella propose di decorare "con prontezza" le bandiere dei reggimenti della brigata per il loro comportamento nei combattimenti a monte Cengio22. Ma l'attesa che le sue proposte di ricompensa venissero accettate prontamente si rivelò piuttosto lunga. "Si cominciò ad insinuare che, dopo tutto, i granatieri non avevano sopportato che poche perdite; limitato era il numero dei morti e dei feriti, mentre assai rilevante era quello dei prigionieri...", osservò Pennella 23. Le ricompense - la medaglia d'argento alle bandiere - vennero concesse alla brigata Granatieri nel gennaio 1917 e si riferivano alle azioni della brigata sul Carso, ma non a quelle sul Cengio. Solo nel novembre 1922, nell'anniversario della vittoria, il generale Pennella ebbe soddisfazione ai suoi numerosi reclami, che erano stati inizialmente respinti, e la motivazione della medaglia d'oro alle bandiere dei due reggimenti Granatieri di Sardegna venne estesa anche ai fatti del Cengio. Le ricompense individuali furono anch'esse assegnate più tardi: nel 1918 a Morozzo della Rocca, nel 1919 a Carlo Stuparich, che si sarebbe suicidato per non cadere prigioniero, nel 1920 al Ugo Bignami, e solo nel 1922 al fratello Giovanni (Giani) Stuparich.
Questa tardiva giustizia, quattro anni dopo la fine vittoriosa della guerra e con altro animo aveva le sue ragioni. à? noto che per proporre decorazioni anche a chi le merita occorre che le proposte siano conformi alla mentalità* di chi è destinato a valutarle. In parte è anche per questo che il comandante della brigata ebbe a scrivere nelle sue memorie con i toni che abbiamo visto a proposito dell'ultima resistenza dei reparti del capitano Morozzo della Rocca sul monte Cengio. Nel 1937 il Cengio era ormai entrato nella leggenda:

"Presi alle spalle, anziché cadere prigionieri, continuarono nei corpo a corpo, senz'armi, la lotta. Gruppi di granatieri e austriaci avvinghiati, precipitarono nel fondo di Val d'Astico, in quell'orrido dirupo, che battezzato dai Vicentini, si chiama oggi "Il salto dei Granatieri""24.

Il problema più grave che Pennella incontra è giustificare l'alto numero di dispersi, i quali sono normalmente considerati prigionieri. La coincidenza nell'operazione, benché grossolana, tra prigionieri e dispersi fu alla base delle amarezze di Pennella e delle valutazioni dei suoi superiori. Il parere contrario alle ricompense era stato formulato infatti dal tutti i comandanti superiori di Pennella. Il primo e più circostanziato fu quello del comandante della 30ª divisione, il generale Trallori, il quale, riferendosi al 2º reggimento, così riassunse i motivi nella lettera di accompagnamento della sua lunga relazione:

"In sintesi, riassumo i motivi: il 2º reggimento granatieri non sostenne tredici giorni di lotta, ma fu impegnato soltanto per sei giorni. Alla resistenza parteciparono con lui e col 1º granatieri quasi altri quattro reggimenti e non risulta che il 2º granatieri si sia segnalato in modo particolare così da meritare a preferenza degli altri, una così eccelsa distinzione. Risulta anzi come ogni compagnia del reggimento abbia contribuito alla gagliarda resistenza quasi esclusivamente per la giornata in cui si trovò per la prima volta impegnato seriamente col nemico.
L'altissimo numero dei dispersi (1631 su di un totale di 2025 perdite) lascia anche adito a dubitare se la resistenza dei vari riparti sia stata sempre quale la necessità* imponeva che fosse"25.

La tesi venne condivisa lungo la catena gerarchica anche dal comandante del XIV corpo d'armata ed infine dal comandante della 1ª armata. Questi rese noto che "dopo attento esame dei documenti" era associato al "parere sfavorevole espresso da V.E. e dal Comandante della 30ª Divisione". Pecori Giraldi fece inoltre notare che Pennella, pur comandante di un sottosettore di difesa della 30ª divisione, non aveva relazionato gli eventi bellici in cui erano incorsi gli altri reparti alle sue dipendenze, che totalizzavano ben 13 battaglioni26.
Questo problema era stato sollevato anche dal generale Trallori che imputava a Pennella di non aver redatto "una relazione per il sottosettore e non per la sola sua brigata [...] di tutte le operazioni svoltesi nel detto settosettore, considerando obiettivamente alla stessa stregua tutte le truppe che ebbe alla propria dipendenza tattica". Certamente era difficile in questo contesto, dato l'estremo frammischiamento dei reparti, arrivare a salomoniche proposte di ricompensa che non tenessero conto dei reparti contigui che si davano vicendevole appoggio.
L'altra cosa che disturbava Trallori era la tendenza di Pennella a figurarsi come una specie di comandante solitario in guerra con gli austriaci e quindi l'ignorare i suoi rapporti con gli altri comandi e con la 30ª divisione. Quindi il comandante della divisione lo fece notare con tutta franchezza, facendo presente che questo lo aveva spinto a rivedere la documentazione di quei giorni per verificare come "i vincoli tattici e disciplinari" fossero stati "continui ed intimi", e che "la concessione dei rinforzi fu regolata da questo comando con la larghezza e la sollecitudine che gli erano consentite dalle circostanze, parecchie volte prevenendo le richieste del generale Pennella". Trallori poi si concedeva un più attivo ruolo nel rianimare il dipendente nei momenti di debolezza, quando "il pronto e vigoroso intervento della parola incisiva, animatrice ed imperiosa del comando della divisione contribuì non poco a dissipare le dubbiezze ed a rincuorare nella fede e nella volontà* di resistere lo stesso comandante del sottosettore di sinistra" (cioè Pennella)27.
Al comandante della Granatieri veniva però riconosciuto il merito della resistenza in un momento in cui era viva l'impressione del telegramma di Cadorna a Lequio del 2, quando la ritirata italiana sembrava assai più ad una rotta. In altre parole i reparti non si erano sbandati ed erano andati al fuoco, tenendo per alcuni giorni sotto i potenti effetti dell'artiglieria austro-ungarica, che gli italiani non potevano controbattere.
Il 1º giugno la quantità* dei prigionieri italiani catturati era tale da indurre Schneller a sostenere davanti al suo capoufficio Metzger che il numeri degli avversari non aveva più importanza e che i compiti impartiti alle unità* attaccanti non erano quindi al di sopra delle loro forze28.
In questo contesto assume un certo valore che la brigata fosse riuscita a tenere e contrattaccare riprendendo in alcuni casi, con il concorso di non poche altre unità*, posizioni determinanti come il Belmonte. Niente di trascendentale, per la verità*, ma in quel momento la coesione del reparto sembrava già* un buon risultato. Ma, proseguiva Trallori, "non v'è proprio bisogno né di attribuire a taluni soltanto quel merito che giustizia vuole sia meglio ripartito, né di sforzare le circostanze, lasciandosi trasportare, nella passione del racconto, a caricare un po' le tinte"29.
Questa tendenza di Pennella era chiaramente diretta al risultato delle decorazioni; così, per esempio, la frase della relazione del colonnello Bignami "Data l'enorme estensione del fronte (oltre 2 chilometri e mezzo) [...]" diventa "(oltre a 3 km. e mezzo)" nelle memorie di Pennella30.
Il rilievo poi della incompletezza della relazione ha in effetti fondamento: in effetti la brigata Granatieri consisteva nel nucleo del sottosettore di sinistra della divisione, ma accanto ad essa c'erano altri battaglioni di altre brigate piuttosto frammentati, che il giorno 2 erano ben 11 e mezzo. Con i cinque battaglioni della brigata di Pennella (uno era alle dipendenze di un altro sottosettore) facevano un totale di 16 e mezzo, per cui in realtà* Pennella comandava una forza mista nella quale i Granatieri erano una minoranza.
Che l'apporto delle altre truppe non fosse minoritario risulta dal seguente passo della relazione:

"[...] dalla sua stessa relazione [di Pennella] si rileva che la difesa di M. Cengio fu operata dal valoroso battaglione Granatieri, comandato dal capitano Morozzo, ma insieme con circa tre battaglioni di fanteria di linea; che perduto il M. Belmonte fu ripreso nella notte dal 31 Maggio al 1 Giugno dal 142º fanteria, il quale, già* il 31, aveva ristabilita la continuità* della linea rotta sul fondo di Val Canaglia; che argine al centro della linea di quello stesso giorno, nel momento più grave, venne fatto da un battaglione del 212º e via dicendo"31.

Tra l'altro, mentre cadeva il monte Cengio, il 144º fanteria difendeva per lunghe ore con una resistenza definita esasperata dagli austriaci il vicino monte Barco. L'altra importante ragione che impedisce l'accoglimento delle proposte del generale Pennella è quella delle perdite, che egli utilizza in chiave di sacrificio da premiare. Ma per quanto si giri intorno al problema, la questione dei dispersi in quanto possibili prigionieri arresisi con troppa facilità* al nemico, come le chiacchiere di quei giorni, provenienti da altri reparti, indicavano, viene sviscerata impietosamente da Trallori. Innanzitutto egli nota che "Ogni singola compagnia subisce tutte, o quasi tutte, le rilevantissime perdite sue complessive in una sola giornata di combattimento: il giorno stesso insomma in cui un singolo riparto Granatieri viene a contatto col nemico si dissolve, cessa di esistere come nucleo organico ed efficiente".
Per meglio spiegare questo pesante giudizio, l'estensore della relazione analizza a livello di ogni compagnia le perdite, notando che raramente una compagnia ha combattuto più di un giorno, e così pure le sezioni mitragliatrici, che subiscono la totalità* delle perdite al loro primo confronto con il nemico. Ma non è solo il modo con cui le perdite si sono verificate, bensì la loro composizione che desta le perplessità* del divisionario:

"Al suo acume [di Pennella] non poteva sfuggire che avrebbe destato un senso di viva e non gradevole sorpresa l'enorme sproporzione fra il numero dei morti e dei feriti e quello dei dispersi della brigata Granatieri.
Ricordiamo i totali delle perdite:
Uccisi Feriti Dispersi
Ufficiali 18 37 79
Truppa 72 513 3921
La sproporzione, rilevantissima per gli ufficiali, è addirittura impressionante per la truppa. E chi conosce i dati ben diversi delle perdite in altre azioni nelle quali, come il Lemerle ed al Magnaboschi, si è resistito, pur con alterna fortuna, non può [fare] a meno di restare colpito e sentirsi nascere il dubbio che la resistenza della brigata granatieri non sia, per lo meno, stata così eccezionalmente prodigiosa quale appare dalla relazione e dai motivi delle proposte di medaglie d'oro alle due bandiere.
E torna acconcio ricordare che il solo 142º fanteria, per l'azione del Belmonte nei giorni dal 30 maggio al 1º giugno, ebbe le seguenti perdite:
Ufficiali uccisi 1; feriti 8; dispersi 2;
Truppa " 130; " 327; " 176.
Proporzioni ben diverse, come pare evidente. Ed anche per i dispersi non sorge alcun dubbio, poiché fu proprio il 142º che, insieme con riparti molto valorosi, ebbe una intera compagnia che, dopo un violentissimo bombardamento, si arrese in massa al nemico".32

La supposizione del comandante della brigata Granatieri che la "massima parte" dei dispersi siano stati feriti o siano caduti sul campo senza possibilità* di verifica della loro sorte viene contestata del pari con la chiusura della relazione di Trallori:

"Il ragionamento sarebbe stato poco persuasivo anche se, effettivamente la brigata avesse da sola tenuta una linea continua, dalla quale in parecchi successivi giorni di lotta, fosse venuta gradatamente ritraendosi; incalzata da presso dal nemico.
Ma un siffatto ragionamento non può addirittura più reggersi in alcun modo, dopo che si è rilevato come si delinea lo svolgimento della lotta attraverso l'esame obiettivo dei fatti e quando si tiene conto del singolare raggruppamento delle perdite.
Per i soli effetti del violento bombardamento che precedette e preparò nelle diverse giornate gli attacchi delle fanterie nemiche, il numero di uccisi accertati dovrebbe di assai superare i 72; dato poi il concentramento in determinati punti e in determinate giornate delle perdite di tutte le compagnie granatieri; data la notevole partecipazione alla lotta di altri riparti di fanteria di linea, dato, soprattutto, che il terreno in cui più accanita si sarebbe svolta la lotta, come M. Belmonte, fu varie volte rioccupato dai nostri, ne risulta evidente che un numero ben maggiore di uccisi sarebbe stato accertato se davvero non, come dice il generale Pennella, la massima parte, ma anche soltanto una discreta parte dei 4000 dispersi fosse veramente di uccisi e di feriti rimasti sul campo.
Quindi a mio parere, è invece indubitabile che un notevolissimo numero di questi 4000 dispersi è costituito da prigionieri.
Tale fondatissimo dubbio, come è facile intendere, attenua assai il valore di una resistenza che il generale Pennella, trasportato da amore paterno per i suoi granatieri, descrive con parole di esaltazione senza confini"33.

Trallori ammise comunque che la resistenza del sottosettore, e quindi della brigata Granatieri e delle brigate Catanzaro e Pescara, era "degna di considerazione e di lode", ma la sua coscienza gli vietava di "esprimere un giudizio favorevole alla concessione delle medaglie d'oro ai due reggimenti Granatieri". Pennella venne comunque proposto per la medaglia d'argento.
Le ragioni quindi per cui per nel 1917 venne concessa la sola medaglia d'argento e solo dopo sei anni dagli avvenimenti e a guerra vinta, siano state concesse le medaglie d'oro ai due reggimenti per i fatti del Cengio indica che i dubbi erano giustificati e che sarebbe stato un torto agli altri reparti decorare i soli granatieri.
D'altronde, secondo i calcoli di Pennella del 1923, emersi dal balletto di cifre seguito alla polemica, egli dovette ammettere che "44 ufficiali e 2939 uomini di truppa caduti illesi in mano al nemico, dopo estrema resistenza, dopo aver invano invocata la morte"34.





5. Spunti per una riflessione sui "dispersi".

Le operazioni cui partecipò la brigata Granatieri di Sardegna, la prima dell'esercito, nel corso dell'operazione offensiva austriaca del Trentino, sono un esempio che conferma un generale spettro quanto mai vario di rendimento sul campo dei reparti italiani.
Le fonti austro-ungariche descrivono facili rese italiane nel corso dei combattimenti per il Cengio, che ovviamente non erano riconducibili ad un reparto più che ad un altro, benché i consuntivi indichino sempre ma anche commenti positivi, come quello della relazione del I corpo austro-ungarica che diceva:

"L'atteggiamento della truppa [italiana] era del resto molto diversificato: sembra che i granatieri abbiano avuto il miglior materiale umano; anche i mitraglieri si comportarono per lo più molto valorosamente e fu possibile strapparli dalle loro posizioni spesso solo con bombe a mano"35.

Non vi sono, come si vede, riferimenti a reparti alpini, tradizionalmente piuttosto solidi, perché il I corpo ebbe poco a che fare con questi reparti, che erano impegnati nei settori settentrionali dell'altopiano. Sempre il I corpo osservò a proposito delle abitudini della fanteria italiana in difesa:

"Gli italiani si dimostrarono specialmente sensibili agli attacchi ai fianchi e da tergo, specie di piccoli reparti.
[...]
Contro l'attacco di nostri reparti la fanteria italiana ha fatto fuoco fino all'ultimo momento; una parte cercava - a volte con successo - di difendersi alla baionetta; ma in generale non accetta il corpo a corpo, bensì si arrende o si dà* alla fuga. Balzati i nostri reparti nelle trincee nemiche, vi trovavano molto spesso gente senza armi e senza equipaggiamento, il che produceva l'impressione che questi avessero in anticipo meditato di darsi prigionieri"36.

Naturalmente il caso della resa premeditata non è un fatto generalizzabile, ma il complesso delle osservazioni sulla difesa italiana, dato le esperienze del corpo si riferiscono proprio ai combattimenti del Cengio, sono da tenere in considerazione e possono in parte spiegare l'alto numero dei dispersi. Le perdite delle altre brigate che combattevano anche parzialmente con i granatieri sono eloquenti: 418 dispersi nel 211º e 915 nel 212º fanteria, mentre l'intera brigata Catanzaro ebbe 193 dispersi, pur combattendo anche sul Lemerle; inoltre aveva combattuto sul Mosciagh, dove un momentaneo sbandamento il 26 aprile era stato represso con una decimazione che aveva colpito dodici uomini. I dispersi dei granatieri quindi spiccano tra le perdite delle brigate impegnate in combattimento, e il rapporto della 30ª divisione ha delle buone ragioni per sollevare quantomeno alcune obiezioni alla concessione di medaglie d'oro, pur lodando, e lo si è visto riconosciuto anche da parte austriaca, il comportamento spesso tenace dei "fanti allungati".
Una spiegazione dell'accaduto potrebbe trovarsi nell'utile memoriale presentato dal tenente colonnello Ugo Bignami, comandante del alla Commissione per l'interrogatorio dei prigionieri restituiti dal nemico aveva in sostanza le stesse finalità* giustificative, benché a volte l'interrogato facesse ammissioni sorprendentemente candide37.
Il contenuto deve essere stato noto negli ambienti della brigata in quanto non solo Pennella ne riporta dei lunghi passi, spesso con leggere modifiche, sia per abbellire il testo, sia per portare acqua al suo mulino, ma anche il verbale dell'interrogatorio del sottotenente medico Francesco Fabiano del I/2º, che era al posto di medicazione e comando del battaglione con Bignami ne conferma la deposizione, ma utilizzando in una frase le stesse parole della relazione del comandante38.
Dalla relazione di Bignami apprendiamo che il battaglione aveva un fronte di due chilometri e mezzo da tenere con circa 700 uomini, il che consentì agli austriaci di infilarsi nei punti dove l'artiglieria aveva prodotto i maggiori danni:

"Non vi è immaginazione più sbrigliata che possa concepire un bombardamento così terrificante. Per buona sorte la truppa poté essere collocata in posizione sufficientemente defilata ad [sic] essere in parte sottratta agli effetti materiali del tiro"39.

Alle 9.10 gli effetti del tiro che durava dalle 5 del mattino erano evidentemente tali da consentire agli austriaci, erroneamente ritenuti bosniaci, dei battaglioni Feldjäger 23º e 28º, di penetrare nelle sottili difese italiane ed accerchiare il grosso dell'unità* che venne colpito anche alle spalle dal monte Busibollo.

"L'impeto fu momentaneamente arrestato in questo punto, ma frattanto mi accorsi che era già* stata rotta all'estrema sinistra nel punto di collegamento tra la prima e la 2ª compagnia e all'estrema destra alla 3ª compagnia sulla strada Cesuna C. Magnaboschi: che alcuni numerosi gruppi di austriaci erano riusciti a inerpicarsi sul Busibollo e tiravano già* alle nostre spalle"40.

Appare significativo questo accenno al fatto che il nemico si era presentato alle spalle dopo essere penetrato su un fronte vasto, che coincide con l'asserto austriaco della sensibilità* italiana agli attacchi alle ai fianchi e alle spalle.
A quel punto il battaglione si trovava a malpartito, "erano già* avvenuti dei corpo a corpo ma con vantaggio del nemico, che avendo trovato una linea sottilissima poté facilmente romperla in più punti".
Questa spiega la decisione della resa del comandante che si trovava con una aliquota limitata del battaglione nei pressi del posto di medicazione. Stando ai conteggi delle perdite, il battaglione aveva perso 618 uomini su 701 disponibili al mattino del 3 giugno41.
La meccanica di questi episodi fu oggetto delle indagini del Comando supremo, che era rimasto impressionato dall'evolversi delle operazioni nel corso dell'offensiva e il 10 agosto inviò alle armate un questionario, da compilare sulla base di indagini da effettuare presso i comandi dipendenti, sui metodi usati dagli austro-ungarici nel corso dell'offensiva di primavera, finalizzato allo "studio delle norme tattiche più appropriate per avere ragione del nostro nemico"42.
Il questionario si articolava in nove punti che prendevano in esame soprattutto la preparazione e l'esecuzione degli attacchi, ma anche l'azione difensiva e la capacità* di mantenere le posizioni occupate. Le risposte vennero inoltrate senza elaborazioni, per cui le impressioni dei comandi di brigata e reggimento, che si trovavano sulla linea del fuoco, pervennero inalterate.
I risultati dell'indagine, anche analizzando una parte delle risposte dei comandi, sono interessanti perché indicano in maniera indiretta come funzionasse l'esercito austro-ungarico in combattimento, comportamento che altrimenti è difficilmente desumibile dalle fonti austriache.
Da buona parte delle relazioni risulta che gli austriaci impiegavano pattuglie esploranti prima dell'attacco per riconoscere le posizioni italiane e "con l'evidente compito di conoscere il punto più vulnerabile dove sferrare l'azione più violenta e decisiva"43.
L'osservazione del successivo tiro di preparazione dell'artiglieria austro-ungarico appurò che questa utilizzava il giorno precedente all'attacco per l'aggiustamento dei piccoli e poi dei medi e grossi calibri, i quali il giorno dell'attacco battevano con grande precisione le trincee italiane. Soprattutto il tiro si concentrava su "brevi tratti di trincea fino ad ottenerne la completa visibile distruzione"44.
L'attacco delle fanterie arrivava poi spesso sorprendente e questo spiega, almeno in parte, la disparità* di perdite tra attaccante e difensore, troppo spesso favorevole al primo. Monte Cengio compare tra le località* citate come esempio di procedura della fanteria austro-ungarica da parte del colonnello Sapienza:

"Nessun indizio ha di solito rivelato l'inizio dell'attacco che è stato quasi sempre condotto violentemente ed a fondo d'impeto, nel massimo silenzio.
Unico indizio è forse una brusca cessazione dei fuochi d'artiglieria. Ciò però non può ritenersi sintomo sicuro, poiché lo stordimento prodotto dal rude bombardamento avversario e sulle vedette e sui reparti in trincea, la violenza e la lunga durata del fuoco che obbligava anche gli osservatori a ripararsi molto spesso, non ha offerto dati positivi al riguardo. Di più le fanterie nemiche son state sempre accompagnate molto innanzi dal fuoco preciso delle artiglierie, tanto che non si poteva notare la brusca e breve interruzione del fuoco delle artiglierie che lo continuavano subito dopo per battere i rovesci delle nostre posizioni"45.

Non era solo l'effetto dell'artiglieria a inibire fortemente la difesa italiana, ma anche la capacità* di combinare fuoco e movimento della fanteria:

"Mentre l'attacco si manifestava risoluto al centro delle posizioni del battaglione, alle ali veniva sviluppato intenso tiro di mitragliatrici. Sui fianchi si manifestarono pure attacchi di piccoli reparti con lancio di bombe a mano"46.

Anche altrove (monte Castelgomberto e Fior), secondo il colonnello Stringa, gli attacchi erano avvenuti:

"per ondata di linee distese in ordine sparso che si facevano precedere da numerosi nuclei di mitragliatrici che vennero appostate molto vicino alle nostre linee e fecero sempre fuoco infernale. Non hanno mai attaccato alla baionetta. Avanzarono per il soverchiante numero fino alle nostre linee e molti soldati erano se non ubbriachi molto elettrizzati da bevande alcooliche"47.

Interessa qui ribadire che queste riflessioni non interessavano solo gli italiani. Anche in campo austro-ungarico si ripensò ai metodi impiegati e il I corpo, cioè quello che aveva fronteggiato la brigata Granatieri di Sardegna, analizzò le proprie procedure e quelle italiane in campo tattico. Le osservazioni che abbiamo già* citato costituiscono l'iniziativa corrispondente in campo avversario, dove vennero stigmatizzati i procedimenti delle proprie unità* che avevano portato al fallimento degli attacchi, come la mancata coordinazione tra fanteria ed artiglieria48. Secondo questa analisi interna, i procedimenti di attacco che caratterizzavano l'ottimo tempismo austro-ungarico non erano stati rispettati.
D'altronde questo corpo d'armata fu giudicato nel complesso in maniera meno positiva del contiguo III, che ebbe invece l'appellativo di Eiserne Korps (corpo di ferro). Le sue fanterie, intervenute sin una fase successiva della battaglia, non erano state all'altezza dei successi che il III corpo aveva colto dei primi giorni dell'offensiva49. Questo in parte, assieme alla resistenza italiana, può spiegare la maggiore lentezza dell'avanzata austro-ungarica sulla parte dell'altopiano del Cengio.
In più, nelle ultime fasi dell'offensiva il comportamento austriaco è confermato dalle osservazioni italiane:

"Si notò negli ultimi attacchi, fatti con grande indecisione, che i soldati parevano spinti da altre truppe che stavano indietro. Si intesero pure, verso le ultime file, voci di superiori, probabilmente ufficiali, che incitavano e minacciavano i soldati"50.

L'episodio della difesa di monte Cengio costituì per la percezione dei comandi italiani il culmine dell'offensiva austriaca del Trentino, e deve la sua notorietà* al mito che scaturì dalla lotta impegnata dal generale Pennella per il riconoscimento del valore dei granatieri.
Questi giorni estremamente tesi di lotta per l'ultimo lembo di diaframma montano forniscono però l'occasione per considerare gli eventi al di là* dei miti, un tempo necessari, ma ormai sempre più improbabili, e inserirli nel contesto dello studio di due istituzioni militari impegnate in un momento particolarmente critico del confronto, quando ogni energia e mezzo era impiegato per raggiungere l'obiettivo.


Pescara 211º fanteria: 4/-/-; 57/251/418
(28.5-6.6) 212º fanteria: 3/-/-; 33/181/915

Catanzaro 141º fanteria: 12/12/-; 40/121/127
(24.4.-8.6) 142º fanteria: 4/2/-; 24/86/66

Trapani 149º fanteria: 11/2/-; 111/708/8
(3-19.6) 150º fanteria: 12/38/16; 76/745/995





Note:
1Grande unità* assai simile per composizione ad una armata, incaricata della difesa dell'altopiano di Asiago, pur non avendone la denominazione, cosa che avverrà* con la costrituzione della 6ª armata in vista dell'offensiva contro l'Ortigara.
2Staatsarchiv-Kriegsarchiv (di seguito KA), Wien, AOK, Gruppe J, Nr. 24.979, pubblicato da HANS Jà?RGENS PANTENIUS, Der Angriffsgedanke gegen Italien bei Conrad von Hötzendorf. Ein Beitrag zur Koalitionskriegsführung im Ersten Weltkrieg, 2 voll., Wien, Böhlau, 1984, II vol., p.963, doc. 91 e da GERHARD ARTL, Die österreichisch-ungarische Südtiroloffensive 1916, Wien, Österreichischer Bundesverlag, 1983, p. 186, per provare che lo stato morale del Regio esercito era al collasso. à? citato anche nel saggio di ALBERTO MONTICONE Il regime penale nell'esercito italiano durante la prima guerra mondiale, in: ENZO FORCELLA, ALBERTO MONTICONE, Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Bari, Laterza, 1968, p. 497 e poi pubblicato anche in: KARL SCHNELLER, 1916. Mancò un soffio. Diario inedito della Strafexpedition dal Pasubio all'Altopiano dei Sette Comuni, a cura di GIANNI PIEROPAN, Milano, Arcana, 1984 (nuova ed. Mursia 1987), p. 239. L'immediata conseguenza fu la decimazione che colpì una compagnia della Catanzaro, che sul Mosciagh si era temporaneamente sbandata in condizioni difficili. In realtà* la brigata si portò assai bene nei combattimenti di quei giorni.
3Annotazione del 28 maggio 1916 del diario di guerra Schneller, che era responsabile del gruppo J (Italia) dell'ufficio operazioni del Comando supremo austro-ungarico, citato da ARTL, Die österreichisch-ungarische Südtiroloffensive 1916, cit., p. 150. La versione italiana suona leggermente diversa nella edizione italiana parziale del diario: cfr. SCHNELLER, 1916. Mancò un soffio, p. 231.
4L'archivio dell'Ufficio storico dello Stato maggiore esercito, che sentitamente ringraziamo unitamente a quello dell'archivio della guerra di Vienna (Staatsarchiv-Kriegsarchiv, Wien), custodisce consistenti carteggi del Comando supremo relativi a singoli eventi bellici, inchieste, relazioni su combattimenti, armi, sull'avversario, sugli alleati, ecc. di grande utilità* per lo studio dei vari aspetti della prima guerra mondiale.
5GIUSEPPE PENNELLA, Dodici mesi al comando della Brigata Granatieri, vol. II: Montecengio-Cesuna, Roma, Tipografia del Senato, 1923, p. 149.
6MINISTERO DELLA GUERRA, Norme per il combattimento, circolare n. 132, Roma, Voghera, 1913.
7Sull'operazione: KA, Wien, AOK, Gruppe J, Op. Nr. 21.200: "Referate über die Offensive gegen Italien"; ARTL, Die österreichisch-ungarische Südtiroloffensive 1916, cit., p. 187 e per la parte italiana L'Esercito italiano nella Grande Guerra, vol. III, Le operazioni del 1916, tomo 2: Offensiva austriaca e controffensiva italiana nel Trentino. Contemporanee operazioni sul resto della fronte (maggio-luglio 1916), Roma, Istituto poligrafico dello Stato, 1936.
8MUSEO STORICO DELLA BRIGATA GRANATIERI DI SARDEGNA, I Granatieri di Sardegna nella Grande Guerra 1915-1918, Roma, 1937, p. 97.
9Secondo Gatti (ANGELO GATTI, Caporetto. Dal diario di guerra inedito, a cura di ALBERTO MONTICONE, Bologna, Il Mulino, 1964), Pennella era rimasto vittima delle lotte di potere all'interno della segreteria di Cadorna e nel dicembre 1915 era stato inviato a comandare la brigata Granatieri. Pennella guadagnò diverse decorazioni nel corso del conflitto, tra le quali tre medaglie d'argento e diventò comandante di armata dopo Caporetto, ma finì la guerra come comandante di corpo d'armata.
10ARTL, Die österreichisch-ungarische Südtiroloffensive 1916, cit., pp. 144-5.
11Österreich-Ungarns letzter Krieg 1914-1918, vol. IV, Das Kriegsjahr 1916, Erster Teil, Wien, 1933, p.315.
12 PANTENIUS, Der Angriffsgedanke gegen Italien bei Conrad von Hötzendorf. Ein Beitrag zur Koalitionskriegsführung im Ersten Weltkrieg, 2 voll., Wien, Böhlau, 1984, II vol., p. 964.
13Cfr. CLETUS PICHLER, Der Krieg in Tirol, 1915-1916, Innsbruck, Pohlschröder, 1924, p. 125: "[...] durch Flankenfeuer von den Höhen südlich der Assaschlucht empfindlich leidend [...]". Pichler era Capo di Stato Maggiore dell'11ª armata.
14L'Esercito italiano nella Grande Guerra, vol. III, Le operazioni del 1916, tomo 2 bis: Offensiva austriaca e controffensiva italiana nel Trentino. Contemporanee operazioni sul resto della fronte (maggio-luglio 1916), Documenti, Roma, Istituto poligrafico dello Stato, 1936, allegato n.44, p.177.
15ARCHIVIO UFFICIO STORICO STATO MAGGIORE ESERCITO (di seguito AUSSME), B1, vol. 4a, Diario storico 1ª armata, annotazione del 30 maggio 1916.
16ARTL, Die österreichisch-ungarische Südtiroloffensive 1916, cit., p. 156.
17PENNELLA, Dodici mesi al comando della Brigara Granatieri, cit., p. 116.
18ARTL, Die österreichisch-ungarische Südtiroloffensive 1916, cit., p. 156.
1919Österreich-Ungarns letzter Krieg 1914-1918, vol. IV, Das Kriegsjahr 1916, Erster Teil, Wien, Verlag der Militärwissenschaftlichen Mitteilungen, 1933, p.324.
20 Anche Pantenius commenta la conquista del Cengio: "Più fortuna ebbe il gruppo Alpi contro la strenua resistenza della brigata Sardegna venne preso il monte Cengio assai fortificato da parte dei salisburghesi e dai Gebigsschützen del 2º reggimento".
21MAX VON HOEN, Geschichte des salzburgisch-oberösterreichischen K.u.k. Infanterie-Regiments Erzherzog Rainer Nr. 59 für den Zeitraum des Weltkrieges 1914-1918, Salzburg, R. Kiesel, 1921 (Selbstverlag Rainerbund, 1931), p. 469.
22 AUSSME, E1, racc. 15: Comando brigata Granatieri di Sardegna, n. 973 del 20 luglio 1916: "Trasmissione della relazione particolareggiata sulle operazioni compiute dalla brigata Granatieri sull'altopiano di Asiago (22/5-3/6/1916)". La relazione però è mutilata e vi si trova solo il frontespizio, accompagnato dal testo senza prima pagina della relazione del comando della 30ª divisione.
23PENNELLA, Dodici mesi al comando della Brigara Granatieri, cit., p. 170.
24 MUSEO STORICO DELLA BRIGATA GRANATIERI DI SARDEGNA, I Granatieri di Sardegna nella Grande Guerra 1915-1918, cit. p. 120. Le fonti austriache per la verità* indicherebbero che la resistenza era stata più dura il 31, quando era stata conquistata l'anticima del Cengio (scambiata per la cima) e che ci fu una gara tra due reparti austriaci per la conquista dei due cannoni da 149 incavernati.
25AUSSME, E1, racc. 15, "Parere in merito alla proposta della concessione della medaglia d'oro alla bandiera del 2º granatieri, del 27 luglio 1916".
26AUSSME, E1, racc. 15, Comando 1ª armata, n. 27200 del 6 agosto 1916: "Proposta di medaglia d'oro per le bandiere dei Reggimenti Granatieri e relazione sui fatti d'arme avvenuti nella zona di M: Cengio - M. Belmonte".
27AUSSME, E1, racc. 15, relazione del generale Trallori, p. 4.
28Annotazione del 1 giugno 1916 del Diario Schneller, citato da ARTL, Die österreichisch-ungarische Südtiroloffensive 1916, cit., p. 152. La versione italiana in: SCHNELLER, 1916. Mancò un soffio, cit. p. 261.
29AUSSME, E1, racc. 15, relazione del generale Trallori, p. 5.
30AUSSME, 361 racc.2, relazione del T.C. Ugo Bignami, 2º reggimento Granatieri, p. 9; PENNELLA, Dodici mesi al comando della Brigara Granatieri, cit. p. 143.
31AUSSME, E1, racc. 15, relazione del generale Trallori, p. 7.
32AUSSME, E1, racc. 15, relazione del generale Trallori, p. 11.
33AUSSME, E1, racc. 15, relazione del generale Trallori, p. 12.
34PENNELLA, Dodici mesi al comando della Brigara Granatieri, cit., p. 181.
35Kuk 1. Korpskommando, Op. Nr. 170/2, "Erfahrungen der letzten Gefechte", pubblicato da ARTL, Die österreichisch-ungarische Südtiroloffensive 1916, cit., p.191. Anche il manuale riservato del Comando supremo austro-ungarico (AOK) Das Italienische Heer 1917 considerava la brigata Granatieri una delle migliori.
36Ivi, p.191.
37Singolare il caso del soldato Danese Evelino, 6º alpini, battaglione Vicenza, 2ª compagnia che era stato catturato con Cesare Battisti nel combattimento del 2 luglio 1916 a monte Corno: "Domandò di aver salva la vita. Fu fatto prigioniero. Interrogato ad un comando austriaco se il Comandante la compagnia fosse Battisti, rispose di si". Cfr. AUSSME, F1, racc. 361, cartella 2, Ministero della Guerra, Commissione per l'interrogatorio dei prigionieri resituiti dal nemico, IX scambio, del 4 ottobre 1917: "Stralcio deposizione orale".
38AUSSME, F1, racc. 361, cartella 2, Ministero della Guerra, Commissione per l'interrogatorio dei prigionieri resituiti dal nemico, IX scambio, del 4 ottobre 1917: "Relazione sul fatto d'armi avvenuto il 3 giugno 1916 sulla quota 1152 (Offensiva austriaca nel Trentino)". La frase è la definizione del bombardamento austriaco: "che raggiunse un vero parossismo di furore".
39AUSSME, F1, racc. 361, cartella 2, Ministero della Guerra, Commissione per l'interrogatorio dei prigionieri resituiti dal nemico, Dunaszerdahely, 15 giugno 1916: "Tresché - Conca - Cesuna. 23 maggio - 3 giugno", di 15 pagine.
40AUSSME, F1, racc. 361, cartella 2, Ministero della Guerra, Commissione per l'interrogatorio dei prigionieri resituiti dal nemico, Dunaszerdahely, 15 giugno 1916: "Tresché - Conca - Cesuna. 23 maggio - 3 giugno", p. 10.
41AUSSME, E1, racc. 15, appunto su carta intestata del Comando della 1ª armata datato 7 ottobre 1916.
42AUSSME, E1, racc. 10, Comando supremo, n. 15296 del 10 agosto 1916: "Quesiti sui metodi usati dagli austriaci"..
43 AUSSME, E1, racc. 13, all. n.4 alla relazione della 30ª divisione, riferentesi ai combattimenti sostenuti dal 209º fanteria il 26 maggio a monte Cimone e il 2 giugno a monte Giove. Così anche la brigata Bisagno sulle Melette dal 2 all'8 giugno e in generale negli accennati attacchi al Lemerle.
44AUSSME, E1, racc. 10, XX corpo d'armata, "Principali quesiti relativi ai metodi tattici usati dagli austriaci nei combattimenti nel Trentino (maggio-luglio 1916)", p. 5.
45Ivi, Quesito III, p. 1. In un altro punto del lungo documento lo stesso colonnello, che comandava il IV Gruppo alpino, scrisse che "L'artiglieria accompagnava con tiro sempre intenso le fanterie fin presso le nostre linee, quindi allungava il proprio tiro, battendo metodicamente gli immediati rovesci delle posizioni da noi occupate, le località* ove si riteneva fossero ammassati i rincalzi e le riserve".
46Ivi, p. 3.
47Ivi, p.4.
48 ARTL, Die österreichisch-ungarische Südtiroloffensive 1916, cit., p. 176: "[...] la fanteria si avvicinava durante il fuoco di preparazione di artiglieria non a distanza di assalto, bensì restava a circa 500 metri lontana nei suoi ripari. Dopo lo spostamento del fuoco di artiglieria anadavano avanti, come nel XX corpo, solo deboli aliquote".
49GIANNI BAJ-MACARIO, La "Strafexpedition". L'offensiva austriaca del Trentino, Milano, Corbaccio, 1934, p. 387.
50AUSSME, E1, racc. 10, XX corpo d'armata, "Principali quesiti relativi ai metodi tattici usati dagli austriaci nei combattimenti nel Trentino (maggio-luglio 1916)", quesito IV, pp. 4-5."