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Discussione: la guerra bianca mark thompson

  1. #1
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    la guerra bianca mark thompson

    Ho recentemente iniziato la lettura del libro "la guerra bianca" scritto da mark thompson. Molto critico ma, a mio parere, consente di comprendere come un osservatore esterno, in questo caso inglese, possa vedere e commentare lo svolgimento della I G.M. sul fronte italo austriaco. Personalmete ho sempre ritenuto gli autori inglesi i migliori nell'analizzare, da un punto di vista storico militare, ogni tipo di conflitto, senza scendere nella retorica o utilizzare una prolissa analisi della politica. L'autore fa un'analisi del comportamento dello Stato Maggiore italiano dell'epoca, esprimendosi molto semplicemente ed in modo comprensibile, anche se come inglese può essere additato di scarsa simpatia per noi italiani...ma di questi tempi

  2. #2

    Re: la guerra bianca mark thompson

    Gli storici britannici sono effettivamente capacissimi, ma spesso non nella storia della 1 e 2 gm (e specie quando si occupano degli italiani)... e Thompson ne è la conferma, vedi:

    «La GRANDE BUFALA»...

    ...sulla Grande Guerra. Mark Thompson, tagliando e cucendo, confeziona un ritratto fasullo e retorico del fronte italiano durante la Grande Guerra. Ancora una volta il tentativo - l'ennesimo da parte inglese - di denigrare l'Italia, si nutre anche di dati sballati, citazioni a senso unico, svarioni geografici, un po' di compassione, giudizi sferzanti e molto, molto veleno. Ma che bisogno c'è di libri di storia che rivangano vecchi cliché come se negli anni non si fosse appurato ben altro? E che bisogno c'è di tradurre e pubblicare così?

    di Emanuele Mastrangelo

    «In privato, anche l'élite britannica aveva toni sprezzanti: i ministri avevano la sensazione che gli italiani li avessero "ricattati". Il primo ministro Asguith osservò che "la Russia ha decisamente ragione, ma è talmente importante coinvolgere immediatamente l'Italia, per guanto sia avida e sfuggente, che non dovremmo andare troppo per il sottile a contestare questo o quel dettaglio". In un'altra occasione parlò dell'Italía come di quella "potenza che è la più vorace, sfuggente e perfida " di tutte. L'accusa trovò eco nel ministro della Marina, Winston Churchill, che descrisse l'Italia come "la puttana d'Europa. L'ammiraglio Fisher, irascibile capo di stato maggiore della marina britannica, definì gli italiani "rompiscatole che non servono a nulla". Per Lloyd George invece eravamo "la nazione più spregevole"». Questo arrivati a pagina 42 del volume di Mark Thompson «La Guerra Bianca - Vita e morte sul fronte italiano» (II Saggiatore, pp. 502, 22,00 euro). Vogliamo aggiungere qualcosa? Qualche altro insulto?

    Mark Thompson è uno storico britannico. Come molti suoi compatrioti, di ieri e di oggi, ha una certa inclinazione a denigrare l'Italia. Usando toni sussiegosi, abusando di citazioni per far vedere che "si è studiato", ostentando una falsa simpatia che ricorda quella degli esploratori di Sua Maestà nell'Africa Nera o in Asia nell'Ottocento. Fiero dei propri pregiudizi, incurante del fatto che molti fatti gli sfuggono o che semplicemente non hanno rilievo ai suoi occhi, Thompson ha trovato comunque un buon editore anche in Italia. Una traduzione in italiano inutile e fastidiosa che ha il solo pregio di mettere a nudo ancora una volta l'immotivato livore che molti storici nutrono verso l'Italia. Il florilegio di insulti (per giunta incoerenti: una nazione corteggiata per la sua importanza, ma poi definita «rompiscatole inutile») di cui sopra si trova nella ricostruzione che egli fa delle trattative con le quali l'Italia si apprestò ad entrare in guerra nel 1915. Apprezzamenti, quelli citati, che venivano da esponenti della stessa classe dirigente che pochi anni prima aveva schiacciato, inaugurando i campi di concentramento, la libertà boera in Sudafrica. O che affamavano le nazioni dell'India trattando gli indiani come animali e che avevano fomentato la corsa agli armamenti con la Germania... Ma transeat. Un inglese imperialista era (ed evidentemente è ancora) un «grande statista», un italiano resta sempre e solo un individuo «vorace, sfuggente e perfido». Un inglese machiavellico è un «abile diplomatico», un italiano «una puttana». Filo-austriaco fino al ridicolo e fuori tempo massimo, Thompson prova ora a fare il fine cesellatore - coi risultati scarsi che poi vedremo - col solo fine di denigrare l'Italia e nobilitare l'Austria-Ungheria, selezionando con una certa abilità (ahilui, non sufficiente) fonti e citazioni, torti e ragioni.

    Grattando grattando viene fuori, oltre alla prevenzione un po' eccessiva (e, in fondo, perché occuparsi di qualcosa cui non si attribuisce grande importanza?), anche la superficialità della documentazione di Thompson cui non serve molto trincerarsi dietro una monumentale bibliografia che probabilmente non ha consultato. Ad esempio, Thompson non si è preso nemmeno il disturbo di andarsi a leggere il testo integrale del Patto di Londra (che essendo in francese forse urta l'orgoglio anglofono), che cita per interposta persona (nella fattispecie, tramite Paul Mantoux). E male fa. Poiché uno storico serio non cita per sentito dire. Secondo Thompson infatti nelle clausole del Patto, «Il porto di Fiume fu assegnato a "Croazia, Serbia e Montenegro", probabilmente su insistenza della Russia». Una cantonata clamorosa, poiché il patto prevedeva la sopravvivenza dell'Austria-Ungheria - di cui Fiume sarebbe stato sbocco al mare - oppure la creazione di un piccolo stato croato, non in grado di minacciare l'Italia, con Fiume città portuale. Mai nel Trattato si giunse a immaginare la creazione del futuro moloch iugoslavo, e men che meno l'inglobamento del libero e fiero Montenegro in questa mostruosità multietnica, cosa che avvenne solo tramite le violenze anglo-franco-serbe al diritto internazionale e all'autodeterminazione montenegrina, che i lettori di «Storia in Rete» ben conoscono [vedi i numeri 8 e 29]. E se su un cardine fondamentale della Grande Guerra come il Patto di Londra Thompson le spara così grosse parte proprio col piede giusto...

    Partenza che spiega molte delle velenose pieghe che il libro assume. A partire dalla terminologia, con l'uso insistente, perfino insultante, del termine «Sudtirolo» per indicare l'intero Trentino Alto Adige, laddove, se per la zona di Bolzano lo si può anche accettare, perla regione di Trento, fin dall'alto Medioevo sempre separata dal Tirolo austriaco, rappresenta una vera e propria ostentata negazione dell'italianità di quelle terre. E di conseguenza una volontà nemmeno troppo celata di denunciare fra le righe un presunto «abusivismo» del nostro Tricolore su Trento e Bolzano. Più in là leggiamo - a conforto dell'ennesima leggenda dalla serie «scarpe di cartone» - che le trincee austriache erano migliori delle nostre «e piene di damigiane di vino» (sic), poiché evidentemente per Thompson mentre i macellai ufficiali italiani facevano bere i soldati solo per mandarli meglio al massacro, gli austroungarici tenevano molto al comfort delle loro truppe (e sì che dai ringraziamenti in coda al volume, Thompson pare aver visitato il fronte dell'Isonzo: forse nel museo di Caporetto gli sono sfuggite le catene con cui i mitraglieri austroungarici venivano legati all'arma, affinché non fuggissero di fronte agli italiani).

    Saltando molte, velenose, pagine arriviamo alla Battaglia del Solstizio del giugno 1918, dove Thompson si diverte ad ingigantire la fame e i disagi dell'esercito Imperiale-e-Regio, ridotto a campare di more colte per strada e a vendersi le armi individuali per acquistare cibo (anche se - poco prima - aveva scritto che cibo da acquistare non ce n'era... molto strano). Che le condizioni austroungariche fossero drammatiche è risaputo. Ma che i soldati imperiali-e-regi non fossero "nemmeno in grado di reggersi in piedi» è una palla enorme, che fra l'altro non rende nemmeno giustizia ad un grande esercito gual'era quello asburgico. Ma d'altronde il pressappochismo con cui si tratta l'argomento è palese quando si confrontano le cifre delle perdite relative sparate da Thompson con quelle del documentatissimo «La Battaglia del Solstizio» di Pierluigi Romeo di Colloredo [Vedi «Storia in Rete» n° 37-38]: «10 mila morti, 35 mila feriti e oltre 40 mila prigionieri, contro i 118 mila soldati persi dagli asburgici, tra morti, feriti, malati, prigionieri e dispersi» secondo Thompson; 85.852 uomini (dei quali 6.111 morti, 27.653 feriti e 51.856 prigionieri e dispersi) per gli italiani e 142.072 per gli austroungarici, di cui 11.645 morti, 80.822 feriti, 25.547 dispersi e 24.058 ammalati secondo di Colloredo. Dal che si vede che Thompson non ha nemmeno cercato di approfondire, accontentandosi di dati che su Wikipedia sarebbero considerati a mala pena degni di un «abbozzo».

    E poi, ancora giù coi giudizi selezionati a bella posta e magari conditi con del proprio. A proposito della conferenza di pace, scrive: «Il quarto olimpico era Vittorio Orlando. Qualsiasi leader italiano avrebbe fatto l'impossibile permettersi alla pari dei Tre grandi. Ma Orlando non aveva speranze. Altri delegati lo trovavano servile ed evasivo ovvero, come aveva detto un americano, "compiacente, cortese e insopportabile". Lloyd George pensava che avesse "una personalità attraente e amabile", elogio invero blando. Su di lui, Clemenceau era tagliente: Orlando era "tutto per tutti, molto italiano". Se la sua affabilità contrastava piacevolmente con il comportamento "molto rapace, feroce" del suo ministro degli Esteri Sonnino, egli non contava però niente di fronte alla gravitas di Wilson, la brillante eloquenza di Lloyd George e il pungente carisma di Clemenceau. La Gran Bretagna e la Francia non avevano dimenticato né l'intervento mercenario dell'Italia nel 1915, né la prova di sé che aveva dato sul campo di battaglia». Una frase, quest'ultima, che cento anni fa sarebbe stata ripagata con uno schiaffo di sfida in pieno volto [vedi «Quando la lingua lunga costa uno schiaffo italiano» su «Storia in Rete» n° 35] poiché rappresenta uno squallido, ingeneroso e indimostrato insulto al comportamento italiano durante la Grande Guerra. Che uno storico (o sedicente tale) si permetta di aggiungere commenti di questo tenore (come la celebrazione della vittoria italiana in Parlamento definita più avanti una «demenziale spacconata») dà la cifra di come quando la storia nostra ce la facciamo raccontare da certa gente (ma gli editor delle case editrici che fanno?), viziata da pregiudizi al limite del razzismo, escano mostri ideologici del tutto avulsi dalla realtà dei fatti. Sempre nelle medesime pagine troviamo l'ennesimo falso storico, con la ripetizione a pappagallo della bufala (]a cui fonte citata è Victor S. Mamatey) secondo cui sarebbe stata l'Italia - dopo la vittoria - a non considerar più valido il Patto di Londra, e non le potenze alleate che molto allegramente si decidevano ad applicare i punti di Wilson ai danni dell'Italia per quanto riguardasse Alto Adige, Istria, Dalmazia e Dodecaneso e ad ignorarli - parimenti ai danni dell'Italia - per le città di Bolzano e Fiume (comune nel quale si svolse un inequivocabile plebiscito di italianità ma che a detta di Thompson era «discutibile»). E ignorando che il Patto di Londra non prevedeva affatto la creazione di un potente Stato balcanico serbo-croato-sloveno (che, come primo atto di giustizia wilsoniana fra i popoli, si pappò il Montengro, nazione vincitrice trattata peggio degli sconfitti), con il quale veniva a cadere gran parte delle premesse e delle promesse per le quali l'Italia era entrata nel conflitto, ossia l'ottenimento dell'egemonia in Adriatico.

    La selezione delle fonti e il commento a comando sono la specialità di Thompson, per sua stessa ammissione non un ricercatore di fonti primarie (così in Appendice), ma un semplice collazionatore di fonti secondarie: abile collazionatore, degno di un ufficio propaganda per come cita, con facilità e disinvoltura, senza commento alcuno i bollettini austroungarici come se fossero fonte di verità indiscutibile, mentre quelli italiani vengono liquidati come "bassa propaganda". La battaglia del Grappa (novembre-dicembre 1917) che salvò l'Italia dopo Caporetto fu vinta «grazie a un tempestivo aiuto da parte di una divisione francese». Meno male che poi Thompson riesce ad ammettere che quello fu l'unico contributo alleato alla ripresa italiana dopo lo sfondamento, tacendo però il fatto che le divisioni anglofrancesi inviate in Piemonte e Lombardia stavano là pronte ad occupare il Paese e non a difenderlo, nel caso di un «8 settembre» ante litteram. La leggenda della salvezza della linea del Grappa-Piave per mano alleata viene perpetuata da Thompson con perfetta ignoranza del fatto che i nostri amati alleati non avevano intenzione di impegnare un solo uomo ad occidente del Mincio, e che solo il 4-5 dicembre 1917 i francesi furono inviati sul Monte Tomba, dopo una mortificante attesa degli eventi nelle retrovie apportando un contributo utile, ma non indispensabile perché ormai il fronte era già stato stabilizzato dagli italiani. E sui medesimi fatti dell'autunno 1917, Thompson continua a perpetuare sciocchezze quali la «gelosia» di Vittorio Emanuele I77 verso il Duca d Aosta (comandante della Terza Armata, la cui ordinatissima ritirata dopo Caporetto viene descritta come una «occasione perduta» per gli austrotedeschi e non una abile manovra dei comandi italiani: al solito, «la mia è classe, la tua è fortuna») e addirittura riduce la conferenza di Peschiera in un teatrino dove il Sovrano «ebbe il suo momento di gloria 1'8 novembre, con un discorso in cui dichiarò la propria fede nel destino dell'Italia», mentre - come i lettori di «Storia in Rete» sanno benissimo [vedi «Il ritorno del Re» sul n° 24] - fu proprio il sangue freddo di Vittorio Emanuele 171 ad imporsi, a spingere per il mantenimento ad ogni costo della linea Grappa-Piave e a far ritirare ogni ipotesi anglofrancese di ritirata sull'Adige o sul Mincio.

    Insomma, qui ci fermiamo, più per disgusto che per lo spazio tiranno. Gli esempi sono comunque sufficienti a far capire il valore storiografico di un libro come questo. L'insegnamento migliore che ne possiamo trarre è che sulla storia del nostro Paese dovremmo iniziare a pretendere un dazio pesantissimo per chi vuol scriverne (e per chi pubblica con troppa superficialità): o lo si fa con competenza, oggettività e senza troppi preconcetti (nessuno è perfetto), oppure c'è la gogna. E qualche, italianissima, pernacchia...

    Emanuele Mastrangelo
    mastrangelo@storiainrete.com

    (recensione pubblicata su Storia in Rete n° 49-50 (novembre-dicembre 2009), pagine 24-27)

  3. #3
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    Re: la guerra bianca mark thompson

    Grazie della bella analisi critica del libro, confermi, come da me accertato, la scarsa simpatia degli autori stranieri per noi italiani.

  4. #4
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    Re: la guerra bianca mark thompson

    Ce l'ho quel libro e l'ho letto. Mi è piaciuto abbastanza ma ho avuto anchio la sensazione che da buon inglese sia stato piuttosto di parte, specialmente descrivendo gli avvenimenti dopo Caporetto. Fino a quel punto parlando della guerra si parla di "italiani", da Caporetto "di alleati" come se le vicende belliche da quel punto fossero da considerarsi di pari peso tra i loro aiuti e noi italiani.
    Insomma, non mi pare che ci mandarono un esercito intero a soccorrerci e la battaglia d'arresto sulle Melette e sul Piave fo opera nostra.

  5. #5
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    Re: la guerra bianca mark thompson

    Concordo con te naviditalia riguardo la partigianeria dell'autore, ma leggendo con attenzione l'opera egli non indica il soldato italiano come un incapace, vigliacco o altro, ne ribadisce invece i sacrifici, la tenacia e il trattamento subito dai suoi generali (so che il livello di scolarizzazione, maturità sociale, consapevolezza civile dell'epoca in Italia non era paragonabile a quello di altri stati europei). Il Thompson attacca, e credo che non sia il solo studioso/storico, la casta dei generali, in particolare Cadorna e la sua volontà di imporre attacchi (le c.d. spallate) micidiali e mortali per il semplice fante italiano, ribadisce l'ottusità dei comandanti, il loro carrierismo e la loro piaggeria, non risparmiando nemmeno la classe politica italiana...(ma quì è come sparare sulla Croce Rossa). Riporta altresì la scarsa stima che noi italiani godevano (?) presso i nostri alleati. Anche altri autori, pure italiani, marcano simili enunciazioni/comportamenti, magari all'epoca ritenuti normali, commessi sul fronte italiano.

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