Risultati da 1 a 8 di 8

Discussione: La tattica tedesca nella Campagna d'Italia...

  1. #1
    Moderatore
    Data Registrazione
    Oct 2008
    Località
    Gustav Line
    Messaggi
    1,599

    La tattica tedesca nella Campagna d'Italia...

    LA TATTICA TEDESCA
    NELLA CAMPAGNA D'ITALIA
    di Gerhard Muhm


    Estratto pubblicato in
    LINEA GOTICA AVAMPOSTO DEI BALCANI, a cura di Amedeo Montemaggi - Edizioni Civitas, Roma 1993

    Gerhard Muhm è un prodotto esemplare dell'addestramento militare tedesco. Durante la campagna d'Italia si meritò quattro decorazioni al valore. Nel dopoguerra fu il primo ufficiale tedesco a frequentare la Scuola di Guerra italiana di Civitavecclúa e ha ricoperto poi importanti incarichi presso vari organismi della Nato in Italia e in Germania. Abbandonato il servizio attivo per raggiunti limiti di età, insegna Storia militare (campagna d'Italia) agli ufficiali della Scuola di Guerra canadese e ha l'incarico di consulente storico-militare per l'Istituto statunitense Dmsi (History Operation Research) di Fairfax.
    Il curriculum del colonnello Muhm è un esempio dell'addestramento dei giovani ufficiali in tempo di guerra specialmente per quelli del '42, '43, '44.
    Nato nel gennaio 1924, Gerhard Muhm si arruolò volontario nel luglio 1942 nella Wehrmacht, richiedendo preferibilmente la fanteria motorizzata. Ammesso nel 151° reggimento di fanteria motorizzata di Kassel, trasformato dopo Stalingrado in reggimento di Granatieri Corazzati, viene nominato ufficiale il 28 novembre 1943 a Breslau, presente alla cerimonia il "Fuhrer" con i suoi comandanti supremi.
    Il punto culminante dell'addestramento di un allievo ufficiale in quegli anni consisteva nel cambio alternativo tra periodo di addestramento e periodo di comando (possibilmente al fronte), così per l'allievo ufficiale Muhm fu come segue: dal luglio '42 all'aprile '43 frequentò l'accademia militare a Budweis (Csr) incluso l'addestramento per comandante di squadra. Dal settembre al novembre 1943 frequentò la scuola per granatieri corazzati a Konigsbruck (Dresda) con l'addestramento per comandante di plotone. Nel febbraio/marzo '44 partecipa a un corso per comandante di compagnia alla scuola delle truppe corazzate di Kramnitz (Postdam).
    Nei tre periodi di accademia riceve l'insegnamento di tattica a tutti i livelli incluso battaglione e reggimento. I periodi come comandante di squadra sono da maggio ad agosto 1943 nella 5a compagnia del suo reggimento e più tardi nel l° battaglione segue un periodo di comandante di plotone. Dal 21 maggio 1944 (contrattacco Amaseno/monte delle Fate durante la controffensiva della 29a div. granatieri corazzati tra Terracina e Vallecorsa) fino al 18 aprile '45 (quando fu catturato dagli inglesi a nord di Argenta).
    Muhm partecipò a tutte le operazioni della 29ª divisione come comandante della la compagnia del 1° batt. del 15° reggimento, compiendo sempre e ovunque il suo dovere di ufficiale tedesco.

    Dal mio primo giorno di allievo ufficiale m'è rimasto come un tuono nell'orecchio l'espressione "Auftrag wiederholen!" ("Ripetere il compito", "Ripetere l'incarico") con cui i nostri superiori volevano che noi ripetessimo l'incarico che ci era stato assegnato per essere ben sicuri che noi avevamo capito. E dicevamo sempre Auftrag (incarico) e non Befel (ordine).
    E così è sempre stato per tutta la campagna d'Italia. Io ho ricevuto sempre degli "Auftrag", mai dei "Befehl". Lo stesso ho fatto con i miei subordinati a cui ho impartito sempre degli "Auftrag" nel solco della "Auftragstaktík" tradizionale dell'esercito tedesco.

    LA "AUFTRAGSTAKTIK" O TATTICA DEL COMPITO
    La concezione tattica seguita dall'esercito tedesco era la "Tattica dell'incarico o compito" Auftragstaktik) in antitesi alla "Tattíca dell'ordine" (Befehlstaktik) in uso presso altri eserciti.
    La differenza di concezione e di esecuzione fra queste due tattiche è fondamentale: la prima esalta l'intelligenza e le capacità del soldato, la seconda tende a mortificarlo, rendendolo un passívo esecutore di ordini altrui.
    Con la Auftragstaktik si ordina una missione e si lascia all'esecutore libertà di esecuzione del compito affidatogli, per cui egli si sente responsabile delle azioni che gli dettano la sua intelligenza, la sua intraprendenza e le sue capacità.
    Con la Befehlstaktik, invece l'esecutore deve adempiere a un ordine impartitogli da altri, nel modo ordinatogli da altri, senza che egli possa ricorrere al suo senso di iniziativa e alla sua destrezza, sia nell'adeguarsí sia nello sfruttare le varie situazioni. Quest'ultima concezione naturalmente più facile da seguirsi, basandosi sulla pura disciplina mentre per adottare la Auftragstaktik occorre che gli ufficiali, i sottufficiali e i soldati vengano addestrati nelle scuole militari con continue esercitazioni.
    Il generale von Gneisenau, Capo di Stato Maggiore dell'esercito prussiano e già collaboratore del generale Scharnhorst, introdusse nel 1813 una nuova tecnica di comando, applicata anche dagli altri eserciti tedeschí dell'epoca. Tale tecnica era contrassegnata dal fatto che l' "intenzione" veniva formulata in modo trasparente e comprensibile, lasciando sempre spazio all'iniziativa personale e alla libertà di azione.
    E maresciallo von Moltke, nelle sue concise ma classiche direttive alle Armate nelle campagne di guerra del 1866 contro l'Austria e del 1870 contro la Francia, aveva affermato sia per conoscenza che per esperienza come l'applicazione pratica di questa tattica (Auftragstaktik) necessitasse di uno straordinario e preciso addestramento di tutti i comandanti a ogni livello.
    Da allora nell'esercito tedesco viene praticato questo tipo di addestramento per insegnare:
    - un criterio unificato di giudizio nel valutare le situazioni e nel prendere le conseguenti decisioni;
    - l'ascensione da ogni rigido schematismo e l'indipendenza di pensiero e di azione nel condurre il combattimento.
    In questo modo l'autonomia nello svolgere il compito ricevuto, unita all'addestramento sul come portarla avanti, è diventata una caratteristica
    speciale e un punto di forza dell'esercito germanico. Un comandante nel dirigere un combattimento, oltre che dimostrarsi coraggioso, era anche in grado di riconoscere per tempo una situazione favorevole e sfruttarla: cosa che in guerra non sempre viene fatta.
    Scrive von Senger und Etterlin: "I compiti operativi costringevano i comandanti a decisioni più o meno autonome. Nelle esercitazioni gli ufficiali imparavano ad agire di loro iniziativa e ad ambire le responsabilità ... Questo metodo si limitava a dare soltanto le direttive più indispensabili per l'esecuzione di un determinato incarico, per cui il comandante incaricato poteva, entro certi limiti, scegliere liberamente i mezzi e le tattiche che più gli convenivano”..
    Nella campagna d'Italia, l'esempio più alto di Auftragstaktik è rappresentato dalle disposizioni emanate dal Feldmaresciallo Kesselring il 7 giugno 1944 per la ritirata a nord di Roma. Delle due Armate tedesche, la 14.a era stata duramente provata dalla lotta, mentre la l0.a, che aveva combattuto sul fronte di Cassino, si trovava sbilanciata troppo in avanti, sia nell'Appennino Centrale sia sulla costa adriatica. Per riorganizzare la XIV Armata. e far arretrare in salvo la X Armata., Kesselring diede questa Auftragstaktik, estesa sino al livello di Divisione: "ritirarsi combattendo, immettere sulla linea di combattimento dal retro e dai fianchi le riserve già in marcia verso sud, chiudere gli spazi aperti fra le varie unità, stringere saldamente i fianchi interni delle unità stesse ... questa fase, però, non dovrà continuare fino alla Linea degli Appennini (Gotica) ma, dopo il riordinamento delle Grandi Unità in crisi, bisogna fermarsi e attestarsi sulle posizioni difensive, più a sud possibile ciò avvenne sulla Linea Albert” (Lago Trasimeno).
    Uno degli esempi, per contro, della differenza tra la tattica tedesca e la Befehlstaktik è dato dal fallito sbarco alleato ad Anzio nel gennaio 1944. Il Gen. Lucas (Comandante del corpo di spedizione), sbarcando, si attenne agli ordini ricevuti di difendersi per evitare un'altra Salerno, piuttosto che puntare su Roma. Se egli fosse stato un Generale tedesco, attenendosi alla Auftragstaktik e sfruttando gli enormi vantaggi tattici e strategici fornitigli dalla sorpresa, dalla mancanza di difese sulla via di Roma e dalla assoluta superiorità di uomini e di mezzi, avrebbe conquistato la città eterna e colpito alle spalle l'intero schieramento difensivo tedesco di Cassino.
    I punti base dell'addestramento di un ufficiale tedesco alla condotta di un combattimento secondo la Auftragstaktík sono stati concisamente riepilogati da Muller-Hillebrandt, partendo dall'assioma di von Moltke che ogni piano ideato da noi sul campo di battaglia si scontra con il volere indipendente e raramente conosciuto del nemico per cui si crea un'atmosfera di insicurezza nella consapevolezza che la situazione militare si evolve e cambia quasi di continuo.
    Quando le nostre volontà si incontrano con la realtà delle cose si creano delle frizioni dovute ai numerosi casi imponderabili che aumentano per gli scontri con il nemico aumentando l'insicurezza e togliendo ai comandanti qualsiasi possibilità di calcolare in anticipo lo sviluppo dei combattimenti. Anche applicando tutti i mezzi più accurati possibili per conoscere la situazione reale, le intenzioni del nemico e gli sviluppi delle nostre decisioni sul terreno, rimarrà sempre una certa insicurezza che ufficiali e sottufficiali dovranno affrontare con la loro volontà e con la loro intelligenza.
    In queste situazioni, impossibili da prevedersi, si possono trovare sia il Comandante Supremo del fronte, sia un comandante di battaglione sia un piccolo comandante di squadra. Ogni comandante di unità combattente deve avere l'autorità e la capacità di variare di continuo le idee sulla situazione tenendo conto sia delle intenzioni e delle possibilità del nemico sia delle sue stesse possibilità. La sua volontà nell'agire deve essere diretta dal compito che gli è stato assegnato e dalle possibilità dei suoi uomini.
    A chi riceve un compito deve essere dato il tempo necessario per eseguirlo. Quanto più è alta la posizione di chi riceve il compito tanto più tempo deve essergli concesso per la sua esecuzione perché le situazioni cambiano di continuo e richiedono il tempo adeguato.
    Un subordinato non ha piacere di eseguire un ordine rigido. Solo la sua volonterosa collaborazione nel quadro e nella visione di un compito superiore rende possibile superare le difficoltà più gravi di un esercito moderno e ottenere i risultati ottimali.
    Un incarico può - se necessario - essere dato come ordine. L'impiego dei migliori mezzi tecnici è una norma indiscussa.
    Ho già accennato alle classiche direttive del maresciallo von Moltke per l'addestramento degli ufficiali. Riporto ora le parole del generale von Senger:
    "Nell'Esercito tedesco i quadri di ogni rango erano ben addestrati al comando. C'era una lunga tradizione. Lo stato maggiore tedesco era senz'altro superiore a tutti gli altri stati maggiori per quanto riguardava la rapida e precisa valutazione delle situazioni, le decisioni, che non si prestavano a dubbie interpretazioni, e gli ordini, che venivano espressi con concisa chiarezza. Tutti gli ufficiali erano sottoposti a un continuo addestramento grazie alle esercitazioni sul terreno e con i quadri, e ai viaggi a scopo didattico, in maniera da acquistare una perfetta padronanza dei problemi che avrebbero dovuto affrontare un giorno. I compiti operativi erano sempre concepiti in maniera tale da costringere il comandante interessato a decisioni più o meno autonome- A questo scopo le esercitazioni in tempo di pace prevedevano spesso situazioni un tantino «forzate»: alla comparsa di un «nuovo nemico», il tema prevedeva un'interruzione dei collegamenti o cose simili, A che in realtà era spesso accaduto".
    La libertà nell'esecuzíone di un compito assegnato e l'addestramento all'iniziativa personale diventeranno A segno speciale e la forza dell'esercito tedesco. Quanto più l'addestramento e l'istruzione dei comandanti a tutti i livelli progrediva verso la Auftragstaktik, tanto più la truppa si sentiva sicura nell'esecuzione rapida ed elastica dei suoi compiti di combattimento.
    I comandanti superiori potevano contare sul coraggio nell'esecuzione dei compiti e il vantaggio della posizione poteva essere sfruttato dai comandanti inferiori, cosa che si presenta spesso sui campi di battaglia ma che non viene adeguatamente riconosciuta e messa a profitto. E infine era possibile ridurre A nemico al proprio volere. In breve, oltre alle forze materiali ci si poteva assicurare molte premesse per un futuro successo.
    L'unità della condotta dei comandanti - che non conoscevano l'esistenza di Comandi speciali - e la libertà di decisione davano a essi la possibilità di agire di propria iniziativa nell'eseguire il compito loro assegnato.
    Anche se negli Alti Comandi questi concetti base della Auftragstaktik non venivano più applicati, per la mia esperienza posso dire che nell'esercito tali concetti restavano il pilastro della condotta dei combattimenti.
    Per generazioni si è lavorato per migliorare questi concetti e per addestrare gli uomni sul terreno - anche dopo il 1918 e dopo il 1935. Questo lavoro ha dato i suoi frutti nelle campagne del 1939, 1940 e 1941, nei Balcaní e nell'Africa del nord, e impostava la condotta della guerra contro l'Unione Sovietica, una campagna che ha pesato molto sul nostro destino ma che ha dimostrato anche le alte possibilità della Auftragstaktik a tutti i livelli in una misura non più raggiunta con capacità, esperienza e senso del dovere. Gli Alti Comandi scesero in campo con fiducia in sé stessi, anche se numericamente il nemico era molto superiore.
    Quali furono gli ammaestramenti o le conferme tattico-strategiche della campagna d'Italia? E generale von Senger ha esaminato profondamente questi aspetti sintetizzandoli magistralmente in osservazioni che la mia esperienza approva totalmente come base di addestramento alla Auftragstaktik dei tempi moderni - o almeno della 2a Guerra Mondiale, dato per assodato che nessuna guerra assomiglia alla precedente.
    La sua prima osservazione riguarda lo sfruttamento del successo:
    "La legge della guerra esige che l'inseguimento non abbia sosta, che esso continui fino «all'ultimo respiro dell'uomo e del cavallo». Ciò comporta attacchi notturni, marce forzate di giorno e di notte, senza soste, per mantenere il contatto con il nemico. Le distruzioni effettuate dall'avversario in ritirata rendono sempre più difficile l'afflusso dei rifornimenti. Infine, la crescente scarsità di carburante costringe l'inseguitore ad affidare l'inseguimento alla cavalleria, meno vincolata ai rifornimenti, che è bensì più mobile nel terreno vario, ma in compenso anche meno efficace in combattimento".
    Questa legge di guerra non è mai stata applicata dagli alleati durante la campagna d'Italia.
    Le divisioni corazzate, organizzate in origine solo come formazioni d'attacco, erano diventate le migliori formazioni di difesa. La difesa moderna viene sempre organizzata entro determinati spazi e zone, e non segue un andamento lineare- Ma la difesa mobile richiede la presenza di formazioni mobili, cioè motorizzate. Solo riserve motorizzate possono spostarsi rapidamente da un'ala a un'altra, o essere scagliate dal retroterra nella zona di combattimento. Solo le fanterie di queste divisioni sono abituate alla lotta a fianco dei carri che ne fanno organicamente parte. Solo retroguardie costituite da formazioni corazzate possono tenere fino all'ultimo momento posizioni molto avanzate perché hanno la facoltà di sganciarsi rapidamente e di sorpresa dall'avversario.
    Dal novembre '43 al giugno '44 combatterono in Italia 6 divisioni mobili (la 3 ª Panzer Grenadieren o Granatieri Corazzati, la 29ª Pz. Gren, la 15ª Pz. Gren., la 90ª Pz. Gren., la 26ª corazzata e la divisione di paracadutisti corazzati "Hermann Goering"). Poi rimasero soltanto 3 divisioni mobili, la 26ª, la 90ª e la 29ª a cui si aggiunse per il periodo dal giugno all'ottobre '44 la 16ª divisione SS di granatieri corazzati. Tutte le altre divisioni tedesche in Italia erano divisioni di fanteria il cui sistema di difesa mobile era affidato alla capacità dei rispettivi comandanti. Si veda l'esempio della 362ª divisione di fanteria, un'unità povera con un organico 6 battaglioni di 250 uomini ciascuno a cui era stato affidato il compito di logorare le divisioni americane davanti a Bologna. Il generale Greiner adottò il sistema della "Zentimeter Krieg" ("guerra del centimetro") all'insegna del "perdere il terreno ma non perdere le truppe", arroccandosi su successive linee di difesa (14 in tutto).
    Egli rese note alle truppe queste linee di difesa in modo di facilitare l'occupazione e organizzazione delle linee stesse; eseguì i movimenti di truppe necessari anche di giorno, sfidando l'aviazione alleata, approfittando del vantaggio del terreno montagnoso; poiché i contrattacchi portavano grandi perdite egli ordinò che l'occupazione delle posizioni di sbarramento era più importante dei contrattacchi; impiegò la Flak (Artiglieria contraerea) nei combattimenti terrestri, i cannoni da 88 mm. contro i carri armati, le mitragliere quadruple da 20 mm. contro le fanterie. Il successo difensivo della divisione venne facilitato dalla tattica degli americani che non fecero quasi mai attacchi notturni, dando così ai tedeschi la possibilità di riorganizzarsi durante la notte.
    Alla fine le perdite della divisione dal 19 settembre al 20 ottobre '44 furono alte, 420 caduti di cui 12 ufficiali, 1.614 i feriti, 603 i malati, 1.362 i dispersi, ma lo scopo era stato raggiunto.
    La scarsità di informazioni sul nemico fu un handicap notevole per i comandanti tedeschi ai vari livelli. Scrive von Senger:
    "Dell'avversario sapevamo poco. Il capo dell'ufficio informazioni veniva tenuto al corrente sulla situazione dal comando d'armata che, in genere, sapeva quali divisioni avevamo di fronte Direttamente non riuscivano a raccogliere praticamente alcuna informazione sull'avversario o quasi. Soltanto occasionalmente facevamo qualche prigioniero che veniva interrogato al comando del corpo prima di essere inoltrato al comando d'armata.
    L'avversario sapeva invece che non eravamo in grado di attaccare. Aveva la possibilità di sguarnire completamente determinati tratti del fronte per creare punti di forza (Schwerpunkt) e scaglionarsi in profondità nei punti in cui intendeva attaccare. Poteva dare il cambio ai suoi battaglioni e riportare al pieno organico nelle retrovie i reparti erano sempre ben riposati per il primo attacco.
    Oggi sappiamo, anche grazie alle fonti dell'avversario di allora, che gli errori tattici commessi da quest'ultimo ci facilitarono il compito, errori che noi avevamo imparato a evitare, seppure in altra maniera, dopo Stalingrado. Al lento ritmo del primo attacco scatenato dalla fanteria corrispose la titubanza nel far affluire rincalzi là dove sarebbero stati necessari per alimentare l'attacco".
    Il mancato sfruttamento del successo fu infatti una costante della tattica alleata, come ha rilevato anche Montemaggi citando l'incredibile lentezza dell'avanzata nemica, il rovinoso sbarco di Anzio/Nettuno, A monotono dissanguarsi a Cassino, il mancato accerchiamento di Valmontone, il mancato sfruttamento della vittoria nell'inseguimento nell'Italia centrale, A mancato sfondamento del fronte appenninico in Toscana. "Se avessi i loro mezzi conquisterei l'Italia in una settimana" - diceva Kesselring, educato alla Auftragstaktik.
    Concludo con alcune osservazioni sul morale delle truppe e l'importanza che il valore di un comandante ha su di esse. Von Senger elogia la mia divisione, la 29ª di granatieri corazzati, una delle nostre migliori divisioni, dice del nostro generale Fries (che ne tenne il comando fino al 31 agosto '44) "che aveva l'abitudine di valutare obiettivamente le situazioni, di restare aderente alla realtà, di esercitare la sua azione di comando in maniera pacata e di non ambire allori personali: voleva bene ai suoi soldati e poteva perciò contare su di essi in ogni occasione. Tutti avevano fiducia in lui".
    E' tutto esatto. Anche se veniva da noi chiamato familiarmente "Der letzte Preusse" ("L'ultimo Prussiano") egli ci dava sempre l'esempio di un soldato combattente; arrivava inaspettato in prima linea, al posto di comando di qualche comandante di compagnia aiutando così noi, comandanti a basso livello, a tener alto A morale dei nostri combattenti di prima linea.
    Von Senger ha fatto un'altra profonda osservazione sul morale dei soldati in Italia, parlando della 3 a divisione Granatieri Corazzati, la più esposta alla pressione del nemico nella prima metà del '44. Egli ricevette l'impressione che anche il morale delle truppe fosse scosso dai numerosi rovesci e dai continui ripiegamenti. Né la cosa poteva meravigliare perché per quanto i soldati credessero alla propaganda e fossero fedeli a Hitler, a un certo punto dovevano pur rendersi conto che i continui insuccessi non potevano portare alla vittoria.
    Certo, io sono stato sempre convinto che se noi abbiamo combattuto fino all'ultimo, lo abbiamo fatto perché abbiamo sempre combattuto per il compagno (Kamerad) di destra, a fianco di quello di sinistra, o forse per 2 nostro comandante diretto che stimavamo o forse perché abbiamo creduto di combattere per A nostro onore, compiendo il nostro dovere di soldati fino all'ultimo giorno. Nel 1944/45 era molto difficile convincere A soldato di prima linea a combattere ancora per Hitler o anche per la Germania. Abbiamo anche cantato canzoni satiriche contro Hitler, canzoni che rafforzavano il nostro spirito combattivo e che nessuno ci contestava perché non si contesta il soldato di prima linea, il cosiddetto front-soldat.


    DA VALMONTONE ALL'ARNO
    Nella campagna d'Italia Kesselring applicò magistralmente le prescrizioni della Auftragstaktik, scegliendo con oculatezza i "punti di forza" (Schwerpunkt) ove concentrare le sue forze in corrispondenza dei "punti di debolezza" del nemico, quei settori cioè quasi vuoti di truppe o con forze deboli impossibilitate a intervenire in tempo.
    Potrei esaminare due esempi classici di Schwerpunkt in Italia:
    a) la difesa e chiusura dello spazio vuoto fra la X e la XIV Armata tedesca nella ritirata da Roma fino al monte Amiata;
    b) la battaglia di Rimini con la concentrazione di 10 divisioni in un unico settore di Corpo d'Armata.
    Il mancato intrappolamento delle truppe tedesche a Valmontone, a sud di Roma è un argomento su cui non si finirà mai di discutere. Il punto di vista tedesco è quello di von Tippelskirch, che comandò la XIV Armata dal dicembre '44 al febbraio '45.
    La nostra situazione più pericolosa avvenne a fine maggio dopo la rottura del fronte fra Velletri e Cisterna in direzione di Valmontone. In questo momento decisivo lo stato maggiore americano commise un errore dalle notevoli conseguenze: invece di concentrare tutte le forze in un unico punto, ossia nella valle verso Artena/Valmontone, dove c'erano solo i resti delle divisioni di Anzio/Nettuno, esso insiste nel rafforzamento dei fianchi. Prima che lo sfondamento americano fosse portato a termine arrivarono sul luogo le nostre divisioni "Hermann Goering" e 29ª Granatieri Corazzati Con queste forze la XIV Armata fu in grado, anche con una serie di contrattacchi, di impedire sino al 30 maggio lo sfondamento decisivo verso Valmontone. Nella notte fra il 30 e il 31 maggio le truppe americane, con 4 divisioni contro la sola 29ª riuscirono finalmente a determinare la rottura del fronte e a prendere Valmontone il primo giugno.
    In tutti i libri finora scritti su questo argomento le cose non sono state raccontate così come si svolsero. Personalmente posso testimoniare che nessuno ha rilevato come la 29ª divisione di granatieri corazzati sia stata coinvolta pesantemente in questa battaglia e che fu proprio lei a difendere fino all'ultimo il settore di Valmontone dal 25 maggio al 2 giugno, nel settore da Velletri (esclusa) ad Anagni (inclusa).
    Nessuno di noi - e nemmeno, credo, i nostri comandanti di divisione - aveva un'idea esatta delle enormi forze alleate che ci stavano di fronteSolo molto tempo dopo la fine della guerra ci siamo resi conto che la 29ª aveva combattuto contro due interi Corpi d'Armata, il II° americano e il CEF francese (French Expeditionary Corps). Sulla linea Hitler dal 21 al 25 maggio il mio 15° reggimento combatté da solo contro 6 reggimenti americani delle divisioni 85ª e 88ª USA, mentre l'altro nostro reggimento, il 71°, combatteva contro le truppe coloniali francesi. Più tardi, sul fronte di Valmontone, dal 25 maggio al 2 giugno la nostra divisione combatté contro 3 divisioni americane, la 3ª, l'85ª e l'88ª e due divisioni francesi, la 2ª marocchina e la 3ª algerina. "Perché non avanzano? perché sono così lenti?" - ci chiedevamo.
    Sarebbe troppo lungo riepilogare in queste pagine il nostro coinvolgimento nella lotta in cui intervenimmo - oltre a tutto - troppo tardi quando la situazione era ormai divenuta irreversibile. Basti dire che noi, in riserva nella zona di Bracciano, fummo allertati troppo tardi e partimmo soltanto il 19 quando non era più possibile tamponare la falla aperta dai francesi e allargata dagli americani.
    Il 22 maggio la mia compagnia catturò il monte delle Fate a nord di Terracina, facendo prigionieri alcuni ufficiali e una trentina di soldati americani che vi avevano creato un posto di osservazione. Respinti alcuni contrattacchi dovemmo poi ritirarci sotto la minaccia di essere accerchiati. Filtrammo di notte fra le truppe nemiche ad Amaseno finché ci ricongiungemmo con i nostri camerati a Prossedi. Da qui fummo trasportati nella zona di Velletri, (dove erano sopraggiunti i primi reparti della divisione di paracadutisti corazzati "Hermann Goering") che il nostro battaglione I/15, sottoposto provvisoriamente alla "Goering", difendeva dagli attacchi dei nemici provenienti dalla testa di ponte di Anzio, mentre il resto della 29ª divisione difendeva il fronte meridionale contro i francesi e gli americani.
    La notte del 27 fummo trasferiti sul fronte di Artena-Valmontone, ritornando agli ordini della nostra divisione. La mia compagnia da sola difendeva un settore di 500 m. lungo la strada da Artena a Valmontone. Il fronte del solo battaglione I/15 era di 2,5 km. che dovevano essere difesi dagli attacchi di 3 reggimenti nemici. Perché gli americani non sfondarono? Forse perché attaccarono sempre frontalmente e sempre nella stessa direzione.
    Il 29 la lotta si spostò più a sud, attorno a Gorga, dove il Comando concentrò 3 battaglioni, il mio, il III/15 e il II/8 della 3ª divisione di granatieri corazzati. Così facendo, il fronte di Artena-Valmontone rimase quasi sgombro di difensori essendo stati fatti affluire in tutta fretta solo i resti di due battaglioni del reggimento 1060° della 362ª divisione di fanteria. Non ho mai capito perché il nostro Comando si fosse assunto questo rischio e perché gli americani non abbiano approfittato dell'occasione. A Gorga facemmo un contrattacco contro i marocchini poi ripiegammo su Colleferro-Valmontone, ove la lotta durò fino al 2 giugno, e infine ci ritirammo a Subiaco e a Tivoli.
    Per la battaglia di Roma/Valmontone gli alleati avevano concentrato forze enormi: 7 divisioni americane 2 divisioni inglesi, 4 divisioni coloniali francesi, un totale di 13 divisioni. Personalmente ritengo che sarebbero bastate solo 2 o 3 divisioni per occupare Roma. Le restanti 10 o 11 divisioni avrebbero potuto attaccare con tutte le loro forze la l0a Armata che si ritirava lentamente (essendo composta di divisioni di fanteria, di paracadutisti e di alpini) da Cassino verso nord. Il successo era quasi sicuro.
    Ma forse al Comando alleato, non abituato alla Auftragstaktik, mancò il coraggio di impostare una sì grande manovra di accerchiamento. Certamente lo Stato Maggiore americano non seppe sfruttare il successo di Valmontone. D'altra parte devo aggiungere che gli americani, anche ai livelli medio e bassi, non hanno mai saputo sfruttare le situazioni favorevoli nei settori di loro competenza. Dico ciò in base alla mia esperienza di difensore di Valmontone, Gorga e Colleferro.
    Von Tippelskirch rileva come la X Armata si trovasse dopo Valmontone in una situazione di estremo pericolo, non essendo stata in grado di sfruttare i sei giorni guadagnati a Valmontone (25 maggio al 1° giugno 1944) per unire la sua ala destra all'ala sinistra della XIV Armata. Qui gli alleati non hanno saputo sfruttare l'errore commesso dal nostro Gruppo d'Armate.
    Effettivamente dopo la caduta di Roma si creò un enorme spazio vuoto fra la XIV Armata sul fronte tirrenico e la X Armata in ritirata al centro e sull'Adriatico. La XIV Armata con poche divisioni (la 3ª Granatieri Corazzati, la 4ª Paracadutisti, la 65ª di fanteria e parte della 362ª di fanteria), quasi tutte decimate, era minacciata di accerchiamento e annientamento dagli americani, che avanzavano a una media di 10 km. al giorno. La X Armata, in lenta ritirata sulle poche strade disponibili, le difendeva il fianco sinistro con la sola 15ª divisione di Granatieri Corazzati ed era anch'essa in grave pericolo di essere accerchiata e distrutta, tanto più che doveva raccogliere i resti delle divisioni che avevano combattuto nel settore sud di Anzio (715ª divisione di fanteria e parte della 362ª).
    Per evitare qualsiasi aggiramento e per portare le due Armate alla stessa altezza e per chiudere lo spazio vuoto, Kesselring creò un "punto di forza" nella Valle Tiberina, da Tivoli al lago Trasmeno, con sole 4 divisioni, la 26ª Corazzata, le 29ª e 90ª di Granatieri e la la Paracadutisti ("Schwerpunkt an Tiber" dal 4 al 16 giugno '44). Per fare questo egli spostò - con un'audace e magistrale conversione - il fronte dalla direzione sud alla direzione ovest contro le truppe americane avanzanti lungo la costa.
    I compiti stabiliti per questo "Schwerpunkt" erano di assicurare l'ala destra della X Armata, la sua ritirata e la difesa della "posizione di sbarramento fra Tivoli e Acquapendente Lago Trasimeno) con l'intero XIV Corpo Corazzato. Con una manovra perfetta, tanto difficile quanto poco conosciuta, le quattro divisioni si scavalcarono l'una con l'altra, costruendo un nuovo fronte che collegava le due Armate.
    La riuscita di questa manovra ritardatrice di contenimento dell'avanzata alleata nell'Italia centrale riscuote il plauso del generale Puddu, uno storico che dimostra di conoscere bene l'esercito tedesco, tanto che sembra che le sue annotazioni siano state scritte da un generale tedesco nelle sue "Memorie di guerra".
    Dopo aver rilevato la gravità della situazione tedesca egli aggiungeva:
    "Inoltre, la soluzione del problema operativo tedesco era complicata: dalla minima sicurezza delle predisposizioni di difesa costiera, per la mancanza di adeguati mezzi navali e aerei atti a impedire uno sbarco; dall'incapacità della propria ricognizione aerea a dare notizie tempestive sulle intenzioni e i movimenti del nemico, dalla difficoltà di assicurare i propri rifornimenti stante il dominio aereo tenuto dagli alleati; dall'insufficienza della rete stradale e ferroviaria e, infine, dalle difficoltà opposte dalla natura montuosa del terreno".
    Condivido le osservazioni del generale Puddu. Abbiamo sofferto molto per l'incapacità del nostro Servizio Informazioni. Per noi, in prima linea, era molto se si sapeva che di fronte avevamo i marocchini, o i polacchi, o gli inglesi, o i canadesi, o i gurkhas, ecc. Spesso abbiamo ricevuto l'ordine (e non il compito!) di catturare prigionieri per dare notizie sui nemici che avevamo di fronte ai nostri superiori Comandi reggimentali o divisionali!
    Per i rifornimenti non sono d'accordo con Puddu, però la mia esperienza non fa testo perché la 29a era una divisione speciale, mobile a cui non sono mai mancati viveri, vestiario, rimpiazzi di uomini e mezzi, panzerfaust anticarri, munizioni, carburante, ecc. fino al 18 aprile '45 (quando fui catturato).
    Puddu continua: "Tuttavia, gran parte di queste difficoltà poterono essere superate durante la prima e la seconda fase della battaglia mercè: la ferrea volontà dei capi; la capacità degli Stati Maggiori; il valore delle truppe; l'intenso addestramento, specie nei riguardi dell'azione corpo a corpo e del combattimento negli abitati; l'intima cooperazione tra fanteria e artiglieria; la graduale e oculata immissione dei nuovi reparti nel combattimento, per cui, pattuglie di anziani ben orientate furono impiegate per ambientare le truppe assegnate; l'intenso lavoro fatto nella zona di combattimento per migliorare le posizioni occupate".
    Per quanto riguarda la graduale e oculata immissione in combattimento dei nuovi reparti posso confermare integralmente le sue parole Il nostro sistema di immissione in prima linea dei nuovi reparti e dei singoli ci ha fatto risparmiare molto sangue e ha dato subito ai soldati una certa sicurezza nel combattimento. Nella mia compagnia dal 19 maggio al 26 ottobre ho ricevuto 285 rimpiazzi, a gruppi di 20, 40, 50, 70 per volta. Non li immettevo mai in prima fila tutti insieme ma a piccoli gruppi di 5. Solo a Lastra a Signa, avendo ricevuto un gruppo di 70 rimpiazzi dovetti metterli al fronte a gruppi di 10 perché l'urgenza del tempo non mi permetteva di diluire troppo il loro impiego.
    Puddu dice ancora:
    "L'azione ritardatríce dei tedeschi fu resa possibile anche per le continue interruzioni di ponti, per il minamento di estese zone di transito e per le distruzione di ogni genere, che essi effettuarono con la loro tradizionale meticolosità.
    Tuttavia, per quanto queste condizioni favorevoli abbiano potuto influire nel facilitare l'azione del Comando tedesco, si deve convenire che il superamento della crisi prima e l'ordinato ripiegamento poi, siano da attribuire, in grado preminente all'abilità di detto Comando, che freddamente valutò il pericolo e prontamente provvide a fronteggiarlo, e allo spirito delle truppe che, pur subendo gravi perdite, mantennero intatti la loro compagine e lo spirito aggressivo".
    L'abilità del Comando Supremo tedesco è riconosciuta anche dagli storici nemici che rilevano la capacità dei comandanti tedeschi nel valutare esattamente tutti i pericoli e di saper prendere le adeguate misure in breve tempo. In secondo luogo essi riuscirono a mantenere unite e ordinate le loro compagnie conservandone lo spirito combattivo malgrado le gravissúne perdite.
    Queste osservazioni sono esatte Noi obbedivamo a un ordine morale che non ci fu mai dato ma che abbiamo sempre seguito: Meglio perdere il terreno, piuttosto che disgregare la compagnia! E così abbiamo tenuto intatta la compagnia malgrado i durissimi combattimenti, che ci sono costati perdite forti e fortissime e che spesso hanno isolato una compagnia dalle altre.
    Per dare un'idea della gravità delle perdite nei 13 giorni dal 21.5 al 2.6.44 (battaglia di Roma) basta menzionare le perdite dei 6 battaglioni della 29ª:

    battaglione I/15 n. 192 uomini(37%);
    battaglione II/15 n. 200 uomini (39%);
    battaglione III/15 n. 198 (38%);
    battaglione 1/71 n. 225 uomini (43%);
    battaglione II/71 n. 258 uomini (50%);
    battaglione III/71 n. 212 uomini (41%).

    In tutto la 29ª perse 2.066 uomini fra morti, feriti e dispersi (senza contare i malati) di cui 1.591 granatieri, 247 esploratori, 145 artiglieri, 41 genieri, 21 addetti alle trasmissioni, 21 addetti ai servizi logistíci. I caduti sono stati 268, i feriti 889, i dispersi 909.
    Che cosa fu per noi, combattenti di prima linea, la guerra in Italia? Non c'è che concordare con quanto scrisse Nardini, tenendo presente che le condizioni della lotta da lui descritte sono le stesse che il mio reggimento, reduce dalla dura battaglia di Rimini e dai continui combattimenti a sud di Cesena contro i canadesi e i gurkhas, ridotto a metà organico, affrontò nell'ultima decade di ottobre quando si oppose alla 34ª divisione di fanteria americana nella valle dello Zena, a 15 km. da Bologna: Ogni singola casa, ogni collina, ogni metro di terreno doveva essere tolto ai tedeschi con gravissime perdite e nessuno degli americani si aspettava una rapida fine di questa situazione. Appena avevano oltrepassato un fiume, ne veniva un altro, appena era conquistata una collina o montagna un'altra si ergeva davanti a loro, da cui venivano colpiti con bombe e granate. I carrarmati si fermavano nel fango, gli aerei non potevano partire per le condizioni del tempo. Quando poi si passò di colpo alla guerra di uomo contro uomo gli americani parvero essere senza vigore.
    I generali inglesi intendevano annientare le truppe tedesche a sud della linea Pisa-Rimini (la Linea Gotica, in senso lato) per poter poi avanzare oltre la strettoia di Lubiana fino a Vienna ma il fallimento dei loro piani nell'inseguimento dopo Roma pregiudicò sotto molti punti di vista i loro piani strategici riguardanti l'Europa centrale (von Senger).


    IL "PUNTO DI FORZA" DELLA LINEA GOTICA
    Lo Schwerpunkt della Linea Gotica potrebbe essere un classico esempio da insegnarsi nelle Scuole di Guerra. Non sapendo dove su un così lungo fronte di 320 km. gli Alleati avrebbero scatenato la loro offensiva, non sapendo se questa sarebbe avvenuta in un unico settore o in settori diversi, al Comando del Gruppo d'Armate non restava altro da fare che quello che fece: dislocare le truppe secondo una formula matematica, 2/3 della forza (13 divisioni) lungo il fronte 1/3 (7 divisioni) in riserva o difesa costiera.
    Dopo che fu chiaro che dal 25 agosto solo l'8a Armata britannica portava avanti l'offensiva, il Gruppo d'Armate spostava e trasferiva le 7 divisioni disponibili nel settore adriatico creando due settori di lotta molto differenti:
    a) un settore di 270 km. con 3 Corpi d'Armata e 10 divisioni con il vuoto alle spalle;
    b) un settore di soli 50 km. con un solo Corpo d'Armata, il XIV Corazzato, con 10 divisioni. Quest'ultimo settore divenne lo Schwerpunkt di Kesselring.
    19 trasferimento di 7 divisioni nel settore adriatico dovette superare grandi difficoltà. A causa del dominio aereo nemico le nostre divisioni potevano muoversi solo di notte (circa 8 ore su 24!) per cui il trasferimento durò venti giorni. Ma fu svolto in maniera eccellente e riuscì nel suo scopo di fermare gli Alleati al Rubicone.
    C'è da rilevare inoltre che al successo dello Schwerpunkt adriatico contribuì la mancata contemporaneità di un'offensiva nel settore di 270 km. Se gli Alleati avessero attaccato contemporaneamente la Linea Gotica sarebbe crollata perché i tedeschi non avevano altre riserve disporúbili. Nella seconda fase poi, gli attacchi a tempi scaglionati prima verso Cesena, poi sulla Firenze-Bologna, dettero al Comando del Gruppo d'Armate tedesco la possibilità di spostare con calma le divisini dall'Adriatico nei settori montani minacciati. Si crearono così nuovi Schwerpunkt che riuscirono a logorare le divisioni alleate, in questo caso le 4 divisioni americane, fermandole a 15 km. da Bologna.
    Da prendere in considerazione anche l'opinione di Puddu che l'attacco britannico in Romagna fu lanciato su un fronte troppo stretto, per quanto scaglionato in profondità il che rese possibile all'avversario di rafforzare al massimo le difese e non si pensò a un attacco laterale di fianco con base di partenza dalla Valle Tiberina. Così l'attacco iniziale, nonostante il valore dei canadesi e dei polacchi, si assolse in una tipica battaglia di logoramento.
    Un accenno particolare merita l'organizzazione difensiva tedesca sulla Linea Gotica, che illustra chiaramente i sistemi della difesa mobile. Per l'impossibilità di presidiare l'intera linea con una densità sufficiente di forze e visti per esperienza i limiti della continuità d'una linea difensiva, i tedeschi sostituirono alla rigidità delle posizioni l'elasticità di condotta, la flessibilità e la fluidità del dispositivo. Acquistò allora valore decisivo la reattività a tutti i livelli anche a scapito della densità degli schieramenti e si valorizzò lo sfruttamento degli ostacoli naturali, in particolare dei corsi d'acqua, come posizione di riferimento, di attestamento e di resistenza a oltranza. L'adozione dei procedimenti di difesa mobile che tendevano alla paralisi dell'attacco, più che all'annientamento delle forze che lo conducevano, permise alle truppe tedesche di ottenere successi difensivi anche sui terreni di pianura e collinari. Le unità germaniche ricorsero all'osservazione, condotta da elementi leggeri ed estremamente mobili, al frenaggio, con l'installazione di avamposti, e all'arresto dell'attacco alleato mediante un sistema di caposaldi o di posizioni di sbarramento (Riegelstellung), presidiati da plotoni o da compagnie disposte in profondità nel settore difensivo.
    I caposaldi o le posizioni di sbarramento, potenziati da campi minati, erano in genere installati nei pressi delle vie di comunicazione e sulle alture che le dominavano, dietro un ostacolo naturale o artificiale importante (argini, canali) che conveniva valorizzare o in una zona che consentiva la copertura o la possibilità di sottrarsi all'osservazione aerea avversaria.
    La condotta elastica della difesa, attraverso le posizioni organizzate in profondità, prevedeva l'esecuzione di immediati contrattacchi/contrassalti con riserve locali tenute nei pressi della linea avanzata. Se questi contrassalti/contrattacchi non avessero avuto successo, H Comando superiore avrebbe rinunciato alla riconquista della precedente linea di difesa per risparmiare le forze e, in tale caso, veniva costituita una linea di difesa principale più indietro (tattica delle linee). L'esigenza di formare una riserva per occupare la zona in profondità, portò i tedeschi a diluire ulteriormente la linea principale di combattimento anche a prezzo del suo indebolimento.
    La profondità del dispositivo di una divisione schierata a difesa era assicurata, a livello divisionale dai battaglioni esploranti o controcarro e a livello reggimentale da una compagnia d'assalto. Nelle divisioni di fanteria mancava il 3° battaglione di ogni reggimento, eliminato a seguito della ristrutturazione organica delle divisioni di fanteria, terminata nell'estate 1944.
    Il dispositivo divisionale poteva variare in caso di Schwerpunkt e in relazione al tipo di unità (fanteria, granatieri corazzati, ecc.)
    Inoltre, a seconda delle caratteristiche del terreno e della capacità dei Comandanti di prevedere o meno dove l'avversario potesse attaccare (anche in relazione ai metodi degli alleati) cambiava la disposizione delle unità disposte in profondità.
    Se dallo studio del terreno emergevano limitate direzioni di possibile penetrazione avversaria, le unità in riserva venivano schierate in posizioni di sbarramento pre-pianificate (Riegelstellung) (o in caposaldi nel settore montano); in caso contrario, queste erano dislocate a tergo in una zona più o meno baricentrica, idonea per intervenire rapidamente in più punti. Le prime erano posizioni preparate, occupate o predisposte, situate immediatamente a tergo della linea avanzata oppure a una certa distanza. Le Riegenstellngen consentivano alla truppa di ancorarsi a esse nell'eventualità di una penetrazione nemica, di non coinvolgere nel ripiegamento i settori di fronte contigui non investito dal nemico e di allacciarsi alla precedente linea di resistenza.
    Tali posizioni, inoltre, potevano essere costituite semplicemente da un allineamento sul quale un reparto avrebbe dovuto attestarsi per bloccare una penetrazione avversaria non prevista, oppure rappresentare una base dalla quale condurre i contrassalti/contrattacchi.
    La scelta del tipo di difesa in profondità era responsabilità dei Comandanti a tutti i livelli.
    I capisaldi, realizzati principalmente nel tratto montano della Linea Gotica, erano disposti in profondità sino a tre ordini successivi. Le loro posizioni avanzate, invece di essere costituite da linee fisse e continue erano tenute da gruppi di avamposti protetti da intricate linee di fuoco difensivo. A tergo, attendevano in zone di riserva, opportunamente protette, le forze di contrattacco. Frequenti erano le posizioni in contropendenza, anche se noi della 29ª non le abbiamo mai applicate.
    La carenza di forze in alcuni settori secondari montani, infine, costrinse i Comandi tedeschi a tenere sguarniti interi tratti di fronte. Si vedano per esempio, le posizioni della 305ª divisione di fanteria nel settore forlivese Portico-Galeata sulla Linea Verde (o Gotica) n. 2 ove il 576° reggimento doveva difendere un settore largo 20 km. con soli 3 battaglioni per cui a difese in profondità di 3 o 4 scaglioni, poste sulle strade, si alternavano ampi spazi vuoti, senza un soldato, larghi fino a 6 km. (Difesa a settore largo). Si condusse allora la cosiddetta difesa/offesa che consisteva in azioni aggressive effettuate da unità di circa 30 uomini, le quali, spostandosi in continuazione lungo tutto quel tratto di fronte non presidiato, attaccavano le posizioni dell'avversario per mantenerlo costantemente sotto pressione ingannandolo sulla reale consistenza della difesa.
    Le battaglie dell'offensiva della Linea Gotica sono, purtroppo, poco conosciute in Germania per il semplice motivo che l'attenzione degli storici è stata attratta dalle vicende belliche dei fronti a est e a ovest. Esse tuttavia costituiscono, a detta di Kesselring, una pagina famosa nella storia militare della Germania, una grande vittoria difensiva ammessa dallo stesso Churchill quando parla di fallimento dell'offensiva di Alexander, che ebbe per gli alleati le più gravi conseguenze sul futuro dell'Europa sud-orientale. In esse rifulse la genialità tattica di Kesselring il quale contro il volere di Hitler che non intendeva cedere al nemico un metro di terra seppe adottare una difesa elastica che, approfittando degli errori nemici, salverà l'esercito tedesco in Italia bloccando per ben sei mesi l'avanzata degli strapotenti eserciti alleati.
    Le fasi principali dell'Operazione Olive (o battaglia di Rimini), prima fase dell'Offensiva di Alexander, si possono identificare nella prima battaglia di Coriano, quando l'avanzata dell'8a Armata britannica fu arrestata bruscamente davanti al crinale corianese fra Riccione e Rimini, e nello sfondamento della Linea Gialla (o Linea Rimini), quando gli attaccanti non seppero sfruttare il successo dello sfondamento.
    ”Il giudizio dei comandanti tedeschi sulla conduzione alleata della la battaglia di Coriano”, - scrive Montemaggi – “è improntato allo stupore per una simile condotta tattica. Invece di puntare direttamente su Rimini con tutto il peso delle loro forze corazzate, Alexander e Leese, il comandante dell'8a Armata britannica, avevano disperso i loro mezzi sulle colline di Coriano, indebolendo la forza d'attacco”.
    Non sarà inopportuno rilevare che questo giudizio dei comandanti tedeschi sull'Adriatico contrasta con quello di von Senger, allora sul Tirreno, il quale attribuisce il fallimento dell'attacco alleato non tanto all'errore tattico di Leese quanto al fatto che i mezzi corazzati non erano più all'altezza delle mutate condizioni tattiche della guerra.
    Un giudizio sull'efficacia dei carri armati nella battaglia di Rimini è difficile. Il terreno lungo la costa e più all'interno si prestava al loro uso e noi adoperammo i pochi nostri a regola d'arte. La nostra divisione era meno che dimezzata e a 5 km. da Rimini sulla Montescudo-Rimini la via era sbarrata solo dalla mia compagnia e dai 4 carri armati del sottotenente Hecht. Un battaglione corazzato nemico avrebbe potuto sfondare agevolmente. Noi ci chiedevamo perché non lo facessero.
    E colonnello Horst Pretzell, Capo Ufficio Operazioni della XIV Armata, nell’estate 1945 scrisse per il Comando Supremo alleato le sue osservazioni:
    ”Fino a oggi non è completamente chiaro, dal punto di vista tedesco, perché gli Alleati non sfruttassero subito il successo dello sfondamento della Linea Gotica, puntando direttamente su Rimini, senza curarsi dei fianchi. Allora i tedeschi non avevano più riserve capaci di offrire una resistenza degna di questo nome a uno sfondamento tanto inaspettato ... Durante il successivo cono della battaglia (la battaglia di Coriano, n.d.r.) sarebbe stato forse di maggior vantaggio per il potere dirompente dell'offensiva se ci fosse stata una più marcata concentrazione delle forze sulle ali interne dei Corpi d'Armata
    attaccanti e se queste forze fossero state impiegate in un attacco concentrico nel settore costiero (il settore canadese) più idoneo alle operazioni dei tanks. L'ostinazione con cui le truppe del V Corpo d'Armata britannico furono sprecate negli attacchi contro le alture di Germano e di Coriano causò la dispersione di considerevoli forze dall'attacco principale. Ne risultò che il cono dell'offensiva fu notevolmente ritardato".
    Lo sfondamento della Linea Gialla riminese e il mancato sfruttamento del successo da parte degli alleati sono il momento culminante della battaglia di Rimini, in cui la 29ª divisione ebbe una parte da protagonista contro il I Corpo d'Armata canadese che era divenuto la punta di diamante dell'offensiva stessa. L'attacco alleato fu preceduto da un "mostruoso" bombardamento terrestre, aereo e navale. Scrivono i cronisti della 29ª: Il nemico ha impiegato una massa di uomini e mezzi finora sconosciuta nella guerra in Italia. Mentre i bombardieri attaccavano le postazioni di artiglieria, i cacciabombardieri erano permanentemente in cielo per attaccare qualsiasi obiettivo, sia pure un singolo camion e talvolta un singolo soldato.
    Ricordo quei bombardamenti come un incubo. La mia compagnia era appostata in un campo presso il fiume Ausa sotto quel fuoco tambureggiante (Trommelfeuer) nella notte fra il 16 e il 17. Furono tre ore di fuoco che sembrava non finissero mai. Con questo sistema l'artiglieria nemica bloccava spesso i nostri rifornimenti notturni. E non vorrei dimenticare che i caccia-bombardieri quasi regolarmente attaccavano i nostri portaordini motociclisti come se sapessero che tutto il nostro sistema di comunicazioni si basava su di loro.
    Riprendono i cronisti della 29ª: “L'artiglieria nemica era molto superiore alla nostra. Le munizioni a loro disposizione erano molte volte di più delle nostre. L'artiglieria navale intervenne pure nelle battaglie terrestri con grande successo”.
    Effettivamente l'artiglieria nemica aveva a disposizione tutto quello che voleva e come gli pareva. Quando fui fatto prigioniero, passando fra le loro batterie, vidi il loro sistema. Arrivavano con i camion fino alle postazioni delle batterie, i camion si affiancavano a ogni singolo pezzo d'artiglieria e le granate passavano direttamente dal veicolo al cannone.
    Dalle nostre posizioni parte un rabbioso, devastante fuoco di difesa. I nostri mortai - che nella notte dal 19 al 20 settembre sono stati riforniti con grande difficoltà con una scorta di l.000 granate - oppongono davanti alle nostre posizioni un tale sbarramento di fuoco che il nemico attaccante perde la vista e l'udito.
    I mortai, sia quelli da 80mm. che quelli da 120mm., erano la nostra salvezza. Durante il giorno la nostra artiglieria pesante da campagna non poteva intervenire con tiri di controbatteria e di sbarramento per non esporsi ai caccia-bombardieri nemici sempre in agguato dall'alto. I canadesi, nostri diretti avversari nella battaglia di Rimini, asseriscono di aver molto sofferto per i tiri della nostra artiglieria. Io ritengo che essi abbiano molto sofferto per i nostri mortai e la nostra artiglieria di fanteria.
    I mortai e l'artiglieria di fanteria erano diventati la nostra artiglieria con il motto “Hilf dir selbst, dann hilf Gott” (“Aiutati che il Ciel t'aíuta"). Per questo, sulla base della mia esperienza, io insegno alla scuola di Guerra canadese che la fanteria per difendersi bene ha bisogno di mortai efficienti, di cannoni da fanteria e di armi controcarro di qualsiasi tipo. La campagna d'Italia insegna.
    Adoperando un sistema messo a punto nella la guerra mondiale proprio sul fronte italiano gli inglesi a cominciare dalla notte del 18 settembre, e illuminano il campo di battaglia con potenti proiettori. La prima volta verso le ore 22 gli abbaglianti del nemico illuminano tutto il cielo puntando sia contro la prima linea sia contro le nubi - annotano i cronisti della 29ª: - “Questi abbaglianti cercano di ostacolare l'osservazione verso il nemico, ma d'altra parte sono d'aiuto per i nostri autisti dei servizi che si possono orientare più rapidamente e non vengono più ostacolati dai crateri delle granate”. Ricordo bene che quell'illuminazione non era di nessun ostacolo all'osservazione. Anzi ci permetteva di vedere meglio il nemico e ciò è anche dimostrato dal fatto che quando gli abbaglianti erano in funzione il nemico non attaccava né noi, né i nostri movimenti notturni.
    Piuttosto era da incubo la presenza della nebbia. E qui sottoscrivo interamente le parole di Nardini che, pur riferendosi a Cassino, descrivono l'aspetto del campo di battaglia riminese sotto gli incessanti bombardamenti aerei e i cannoneggiamenti di terra e dal mare: Nebbia davanti agli avamposti, nebbia davanti al nemico, nebbia davanti agli hotels, nebbia per prendere i feriti, nebbia per portare le munizioni, nebbia, nebbia ... Il giorno non esisteva più; c'erano solo due specie di notti, una giallognola, piena di nubi, che non permetteva di vedere e prendeva alla gola, l'altra piena di lampi, di sprazzi di luci, di raffiche di mitragliatrice, di rumori paurosi. Era questo l'ambiente del nostro attacco sull'Ausa il 17 settembre e quello, più tardi, dell'attraversamento dell'Uso, nei pressi di Sant’arcangelo.
    Nella seconda battaglia di Coriano, dove la 29ª distrusse 46 carri nemici, i nostri fortilizi erano le case su cui si basava la nostra difesa mobile. Usavamo le case o le loro rovine per difenderci il più a lungo possibile: esse ci riparavano dal fuoco di qualsiasi arma.
    L'errore alleato di aver diretto la carica decisiva della la divisione corazzata britannica contro il crinale di Coriano invece che contro la piana dell'aeroporto riminese di Miramare è rilevato anche dai cronisti della 29 a quando scrivono che il pericolo maggiore era lungo la costa ove il terreno offriva al difensore poche possibilità. Il nemico avrebbe potuto impiegare l'suoi carri in massa e appoggiare la sua avanzata con l'urto dell'aviazione e delle artiglierie terrestri e navali.
    Un attacco di sfondamento avrebbe aggirato le ultime postazioni difensive di Coriano e del colle di Covignano e avrebbe permesso al nemico di attaccare le nostre difese sul fianco evitandogli di autodistruggersi con i soliti attacchi frontali.
    Questo commento è stato evidentemente ispirato dal generale Pollack, che comandò la divisione dal primo settembre, o dal generale Herr, che comandava il LXXVI Corpo Corazzato, ma era anche il commento che facevamo noi sulla linea del fronte. Infatti i soliti attacchi frontali, a Cassino e in altre zone permettevano a noi di difenderci meglio e a loro di avanzare molto lentamente.
    Il 19 settembre si scatenò su tutto il fronte, da Rimini a S. Marino, l'attacco alleato preparato da uno spaventoso bombardamento terrestre aereo e navale. Il punto centrale della lotta fu l'ameno colle di Covignano, attaccato da due brigate canadesi e difeso dai due reggimenti della 29ª che nel centro del loro schieramento a S. Fortunato avevano dovuto mettere i turcomanni della 162ª divisione di fanteria. Terrorizzati dai bombardamenti i turcomanni si arresero, permettendo ai canadesi di sfondare l'ultima difesa tedesca prima della pianura padana.
    La mattina del 20 la divisione resiste ancora in due isole a villa Battaglia (il nome Battaglia è un errore del cartografo italiano: in realtà si tratta della villa Battaglini/Bianchini) e a S. Lorenzo a Monte Tutto il settore attorno era aperto all'attacco nemico. La divisione era alla fine delle sue forze - scrivono i cronisti.
    “Ed ecco la novità, che per altro non è una novità. Gli alleati vittoriosi non sfruttano il successo. Per motivi inconcepibili il nemico si ferma e non sfrutta con vigore questa sua opportunità. Forse gli fece impressione la inaspettata e decisa resistenza di quei due piccoli centri isolati. Ed è per merito di questi due gruppi di combattenti che la giornata non finisce in una catastrofe. A un attacco di sfondamento, lanciato dal nemico con tutte le sue forze, la divisione non avrebbe avuto più nulla da opporgli”.
    La battaglia del Covignano, nota nelle cronache alleate come la battaglia di S. Fortunato, è un classico esempio di mancato sfruttamento del successo. Come tante altre volte durante la campagna d'Italia il nemico ci ha dato il tempo di riorganizzarci e di occupare nuove posizioni difensive e di prepararci a resistere a un nuovo attacco. Un ufficiale tedesco, anche a livello di comandante di compagnia, sapendo che il compito del reggimento era quello di raggiungere il Marecchia non si sarebbe fermato davanti all'isolata resistenza di S. Lorenzo a Monte ma avrebbe proseguito verso il fiume, per arrivarvi prima del nemico in ritirata! Noi ci ritirammo in buon ordine, indisturbati, occupando posizioni difensive intermedie, scavalcando un caposaldo dietro l'altro, con un metodo provato durante i nostri addestramenti, che ci diede sicurezza e calma, mentre il nemico rimaneva sufficientemente lontano alle nostre spalle.
    Per la divisione questa pausa del 20 e 21 settembre fu un regalo inaspettato. Ci diede la possibilità di organizzare tutti i reparti e di riordinarli per il prossimo impiego a nord del Marecchia.
    I generali alleati addussero a causale di questo mancato sfruttamento del successo le piogge che effettivamente provocheranno una forte inondazione ... ma qualche giorno più tardi! La loro giustificazione non convince - scrivono i cronisti della 29ª. - Sulla riva meridionale del Marecchia erano rimasti pochi avamposti. Il fiume nel nostro settore con le sue sponde basse, con il letto duro di ghiaia e quasi senz'acqua non rappresentava certo un ostacolo (lo prova anche il fatto che per questi motivi di praticabilità del letto del fiume fu giudicata naturalmente inutile la distruzione del
    famoso ponte romano di Tiberio, che venne lasciato intatto dai genieri tedeschi).
    Personalmente non ricordo alcuna pioggia, il 20 e il 21 settembre. Ricordo che ritirandoci nei pressi di S. Vito, la campagna era illuminata dai pagliai incendiati dalle opposte artiglierie, cosa che non sarebbe successa se i pagliai fossero stati bagnati.
    La battaglia di Rimini fu la più grande battaglia di mezzi in Italia. Il nemico, in tutti i campi largamente superiore, possedeva la piena padronanza dell'aria. Poteva cambiare spesso le sue truppe e attaccare dopo pochi giorni con forze fresche. Una gran parte del suo successo era dovuta all'artiglieria, che poteva contare su un enorme numero di pezzi di tutti i calibri e su un'enorme quantità di munizioni. Spesso la loro artiglieria distrusse le nostre postazioni difensive prima ancora dell'attacco delle fanterie, spezzando il morale delle nostre truppe.
    Se egli, nonostante questo, non ebbe successo fu per la sistematica rigidità dei suoi attacchi che volevano evitare qualsiasi rischio, e per la fermezza delle nostre fanterie e delle loro armi d'appoggio. Tutti i reparti combattenti diedero prova di forze sovrumane.
    Questa è la storia della battaglia di Rimini vista dalla 29a divisione di Granatieri Corazzati che ne fu una delle protagoniste. Per parte mia vorrei aggiungere tre cose:
    1) gli alleati cambiavano spesso le loro truppe mentre noi tenevamo in prima linea gli stessi uomini e ciò ci ha logorati profondamente;
    2) dall'inizio della 2a battaglia di Coriano, 13 settembre, abbiamo combattuto di continuo, giorno e notte, passando da una situazione di emergenza e crisi a un'altra, con le compagnie quasi sempre isolate. Il nostro morale ne ha risentito fortemente tanto che alla fine è dovuta intervenire la Feldgendarmerie per fermare i singoli soldati sbandati;
    3) l'appoggio alle fanterie fu dato dai mortai di compagnia (80 mm.), dai mortai di battaglione (120 mm) e dall'artigheria di fanteria reggimentale. La nostra artiglieria pesante da campagna nel mio settore di prima linea non si vide mai di giorno né si senti mai di notte.
    Ma l'offensiva della Linea Gotica non finì con la fine della battaglia, di Rimini e lo stop imposto alle truppe alleate il 29 settembre sul fiume Rubícone. E nuovo comandante dell'VIIIArmata britannica spostò la lotta sulle colline a sud di Cesena per cui il mio reggimento fu mandato a Montecodruzzo e a Monteleone a combattere contro i mongolo nepalesi Gurkhas, terribili nei combattimenti notturni. Poi fummo trasferiti a sud di Bologna per opporci agli americani.
    Le nostre perdite erano state pesanti. Al Rubicone la mia compagnia era ridotta a 30 uomini. In tre giorni fu riportata a 110 combattenti, più della metà dei quali li perdemmo nei 12 giorni di combattimento contro i Gurkhas. Quando giungemmo sul nuovo fronte bolognese eravamo appena una cinquantina.
    La 29ª divisione aveva ricevuto il compito di inserirsi fra la 65ª divisione a destra e la 362ª divisione a sinistra, fra la statale 65 Firenze-Bologna e la valle del fiume Zena. Il nostro reggimento combatteva a sud di Cesena quando il 71° difendeva il settore a sud di Zula e Castel di Zena. Il battaglione II/15 arrivò il 20 ottobre nel settore di Gorgognano, il I/15 si posizionò il giorno dopo nel settore di Casa Casetta al centro della valle poi giunse anche il III/15 nel settore del Poggio. Sui monti alla nostra sinistra si posizionò un reparto esplorante.
    Il fiume era in piena a causa delle piogge ininterrotte. La valle molto stretta non permetteva a un battaglione di spiegarsi adeguatamente, le sovrastanti posizioni dominanti erano in mano agli americani della 34ª divisione USA. Sul fondovalle c'era solo una strada, con poche mulattiere e qualche sparso gruppo di case. Ogni tanto si vedeva qualche rara casa isolata: la terra grigia e fangosa ricopriva un fondo roccioso nel quale era impossibile scavare qualsiasi apprestamento difensivo.
    I combattimenti iniziano subito, il 71° reggimento contro la 91a divisione americana, il 15° contro la 34ª divisione. Il modo di combattere degli americani è ben diverso dal nostro. Essi ci hanno dato l'impressione di essere ancora immaturi per la lotta. Un po’ di pioggia, un pò di fiume sopra gli argini e i combattimento venivano sospesi. Beati loro! Sembra che non volessero più combattere. Si davano prigionieri con grande leggerezza. Solo cosi si possono comprendere le numerose catture di 100, 80, 70 o 50 prigionieri alla volta! Lasciavano rapidamente le loro posizioni per ritirarsi mentre i nostri Comandi Superiori non parevano avere alcuna comprensione per noi. Si attraversava, se necessario, il fiume Zena in piena tre o quattro volte ... e noi bagnati fradici, dalla testa ai piedi, non avevamo alcuna possibilità di asciugarci in breve tempo. Bisognava combattere sotto la pioggia violenta, sul terreno scivoloso, nel freddo della notte. Credo che siamo sopravvissuti solamente perché abbiamo acceso dei fuochi nei camini di qualche casa, per riscaldarci a turno, squadra dopo squadra, ingurgitando forti liquori, vodka ...
    Come ho detto il mio battaglione difendeva la valle dello Zena cambiando spesso posizioni e articolazioni difensive da tre compagnie in linea a tre scaglioni in profondità. Fra il 20 e il 31 ottobre il diario della mia compagnia descrive il susseguirsi degli scontri, fra cui l'attacco americano del 24 che ci costrinse ad abbandonare il Poggio, l'arretramento in 2° e 3° scaglione quando il battaglione III/15 ci rimpiazza in prima linea il 25, il contrattacco della mia compagnia e della 9ª compagnia del III° battaglione per la riconquista del Poggio e la cattura d'una cinquantina di nemici il 26, il posizionamento del mio comando a Casa Casetta e gli attacchi americani nelle notti del 28, 29 e 30 ottobre respinti tutti con successo, i rimpiazzi che mi creano nuovi problemi - una trentina di ragazzi diciassettenni che devo frenare e una quindicina di ex-avieri della Luftwaffe, che sono stati per sei anni di stanza in Germania e non hanno né esperienza né voglia di combattere.
    Poi il 31 ottobre mi ammalo e vengo trasportato all'ospedale da campo n. 29 a Montagnana. Durante la mia assenza gli americani prendono finalmente Casa Casetta ma ne vengono ricacciati qualche giorno dopo.
    Fu così che la spinta di Clark si fermò alla fine di ottobre, a 15 km. da Bologna.
    Passo il tempo cercando gocce di storia, fili di verità e tracce di me stesso.

  2. #2
    Collaboratore L'avatar di milit73
    Data Registrazione
    Jan 2010
    Località
    Verona,Italia
    Messaggi
    1,422

    Re: La tattica tedesca nella Campagna d'Italia...

    Ciao a tutti,

    interessantissimo anche questo lavoro.
    Letto tutto d'un fiato.

    Ciao
    Michele

  3. #3
    Utente registrato
    Data Registrazione
    Nov 2008
    Località
    Rapallo [Ge]
    Messaggi
    666

    Re: La tattica tedesca nella Campagna d'Italia...

    Davvero molto interessante; sono arrivato a leggere sino alla battaglia di Rimini (Olive) ma inutile dire che dopo questo mio post terminerò la lettura.


  4. #4
    Utente registrato L'avatar di Franz56
    Data Registrazione
    Jul 2011
    Località
    Trieste ("Uciolandia")
    Messaggi
    2,976

    Re: La tattica tedesca nella Campagna d'Italia...


    Complimenti...!!!
    Meglio di "History Channel"...
    La vita è un temporale... prenderlo nel .... è un lampo...!!!
    El vento, el ... e i siori i gà sempre fato quel che i gà voludo lori...

    "Se un bischero dice 'azzate vorti'osamente può apri' un varco spazio temporale, in cui può incontrassi po'i se'ondi prima, generando 'osì un'infinita e crescente marea di 'azzate"... Margherita Hack

  5. #5
    Moderatore L'avatar di Italien
    Data Registrazione
    Jul 2006
    Località
    Genova e Massa Carrara
    Messaggi
    4,855

    Re: La tattica tedesca nella Campagna d'Italia...

    Tutto estremamente interessante (specialmente le dottrine "strategiche").
    LA MIA PAGINA "FORTIFICATA" SU FACEBOOK©: http://www.facebook.com/pages/Italien/323925510817

    Nel mezzo del cammin di questa vita, mostrassi alfin la truce metà oscura...
    ché la pazienza mia era finita, e lo baston calassi su ogne testa dura.


    Fatti non fummo, a viver come inermi... bensì pello inimico, far divorar dai vermi.


  6. #6
    Utente registrato
    Data Registrazione
    Sep 2005
    Località
    Rimini
    Messaggi
    2,599

    Re: La tattica tedesca nella Campagna d'Italia...

    .. ho avuto la fortuna di conoscere Muhm una decina di anni fa durante una commemorazione a Rimini col compianto Prof. Montemaggi Amedeo scomparso questo Luglio. Muhm e' stato l'ispiratore (e consigliere visto che è stato anche professore di strategia è ha tenuto diversi corsi per esempio ai "vecchi nemici" dell'accademia militare canadese) di tanti suoi libri in particolare a lui è "dedicato" uno dei suoi ultimi lavori "Klausewitz sulla linea Gotica"...........
    cerco e scambio wehrpass linea Gotica adriatica

  7. #7
    Utente registrato
    Data Registrazione
    Feb 2009
    Messaggi
    73

    Re: La tattica tedesca nella Campagna d'Italia...

    Complimenti per il thread, molto interessante.

    Frank

  8. #8
    Utente registrato
    Data Registrazione
    Nov 2011
    Località
    Europa
    Messaggi
    52

    Re: La tattica tedesca nella Campagna d'Italia...

    allora praticamente nell'esercito tedesco l'unico che utilizzava la Befehlstaktik era Hitler? Sicuri?

Permessi di scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
  • Il codice BB è Attivato
  • Le faccine sono Attivato
  • Il codice [IMG] è Attivato
  • Il codice [VIDEO] è Disattivato
  • Il codice HTML è Disattivato