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Discussione: Piloti e kamikaze giapponesi

  1. #41
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    Nel terminare, ecco alcune delle domande poste dalla Bombardment Investigation Mission statunitense dopo la guerra e le risposte ricevute da ufficiali giapponesi superstiti della 205^ divisione aerea, la divisione kamikaze.
    Le domande mettono in rilievo la riluttanza degli alleati a credere che questi attacchi fossero stati effettuati volontariamente e non per costrizione, mentre ogni risposta giapponese riflette lo stupore dell`interrogato di fronte a questa incredulità*.

    D: Il credo dell`unità* kamikaze è in totale contrasto con le idee prevalenti negli Stati Uniti dove nulla è più prezioso della vita. Secondo voi come è stato possibile che le forze giapponesi abbiano potuto costringere un così grande numero di piloti in attacchi suicidi?
    R: La filosofia kamikaze risale ad un periodo molto antico della storia giapponese e nella lunga storia del nostro paese potete trovare molti esempi di questo tipo. La filosofia fondamentale del Giappone è quella del sacrificio individuale per il bene della patria e questa filosofia è profondamente radicata in noi. Durante la guerra nel Pacifico la situazione critica in cui ci venimmo a trovare ci costrinse ad adottare l`idea dell`attacco kamikaze. Questo tipo di attacco non venne quindi imposto, in alcun modo dall`esterno. Sono fermamente convinto che l`idea dell`attacco kamikaze si sviluppò in modo del tutto spontaneo nell`animo combattivo dei nostri più giovani piloti. Secondo me, il metodo migliore di combattere è quello di uccidere un migliaio di nemici con un solo soldato e di affondare una nave da guerra con un solo aereo.

    D: Che cosa pensate del reclutamento degli uomini destinati alle unità* kamikaze? Era forzato o volontario?
    R: Dall`inizio alla fine il reclutamento avvenne su base volontaria.

    D:Come avveniva il reclutamento di volontari per le unità* kamikaze in patria?
    R: Quando mi occupai del reclutamento di piloti kamikaze per l`addestramento in patria, potei constatare che praticamente ogni uomo dei gruppi aerei era desideroso di partecipare alle missioni. Alcuni di questi mi fecero addirittura pervenire il loro solenne impegno scritto col sangue altri mi svegliarono diverse volte durante la notte per arruolarsi.Qualche volta io stesso mi occupavo di selezionare i volontari, prendendo in considerazione la loro situazione sia personale sia familiare, un pilota che fosse figlio unico non veniva accettato. Una madre venuta a conoscenza della mia decisione attraverso una lettera scrittale dal suo unico figlio, mi scrisse supplicandomi di accettarlo. Da questi episodi potete facilmente dedurre come il carattere del reclutamento fosse esclusivamente volontario.

    D: Basandoci su quella che è la mentalità* comune dei giovani americani sui vent`anni, ci è impossibile prestar fede a queste affermazioni. Senza aver alcuna probabilità* di sopravvivere come potevate pensare di immolarvi in attacchi suicidi per la patria e l`imperatore? Non esisteva qualche scuola speciale per indottrinare i giovani destinati alle unità* kamikaze?
    R: Non esisteva alcuna scuola speciale di questo tipo.

    D: Nella vostra qualità* di volontari per le unità* kamikaze, qual era il vostro stato d`animo?
    R: Noi laureati avevamo soltanto un anno di istruzione militare, eravamo quindi più civili che non veri e propri militari. Tuttavia, in quanto civili, ci rendevamo conto che la situazione bellica era alquanto precaria ed eravamo convinti che in quelle circostanze il metodo dell`attacco speciale fosse il migliore. Ci arruolavamo quindi volontari decisi a sacrificarci affinché il Giappone potesse vincere.

    D: Non pensavate che i piloti kamikaze eseguissero le missioni affinché il loro spirito potesse riposare in pace e il loro nome venisse celebrato sull`altare nazionale di Yasakuni? (l`altare è dedicato alla memoria dei caduti in guerra)
    R: Non era necessario eseguire missioni kamikaze per essere celebrati sull`altare di Yasakumi, dato che ogni uomo caduto in combattimento, qualunque sia il suo grado e la sua provenienza, viene onorato sull`altare. Mai fummo spinti da un`idea di questo genere. La ragione vera che ci spingeva ad usare questo tipo di attacco consisteva nell`enorme divario esistente tra il potenziale produttivo dei due paesi e nella mancanza di metodi di combattimento alternativi.

    D: Si svolgeva qualche specie di cerimonia prima di una missione? Ricevevate istruzioni da parte dell`ammiraglio? Scrivevate a casa o facevate testamento?
    R: Nella zona delle Filippine, all`inizio, si svolgeva un ultimo brindisi con l`ammiraglio. Ma spesso era impossibile, data la difficile situazione bellica trovare il tempo per una qualsiasi tipo di cerimonia. Quasi tutti ricevevano brevi istruzioni da parte dell`ammiraglio. Alcuni di noi scrivevano a casa e facevano testamento, ma una volta sola, quando si chiedeva di essere arruolati e non prima di partire per una missione kamikaze.
    Fine
    Fonte cartaceo Luciano
    luciano

  2. #42
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    Ottima conclusione.. complimenti ancora una volta Luciano.. ciao
    Gigi "Viper 4"

    "...Non mi sento colpevole.. Ho fatto il mio lavoro senza fare del male a nessuno.. Non ho sparato un solo colpo durante tutta la guerra.. Non rimpiango niente.. Ho fatto il mio dovere di soldato come milioni di altri Tedeschi..." - Rochus Misch dal libro L'ultimo

  3. #43
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    E che finale,complimentisimi Luciano.

  4. #44
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    Grande Luciano!!!
    Ho letto, da qualche parte, l'ipotesi che anche in Germania nell'ultimo periodo della guerra, anche qui causa la disperazione di non poter contrastare i bombardamenti degli alleati, fosse stato attivato un reparto di piloti suicidi che andavano a schintarsi contro le formazioni di bombardieri.
    Ne sai qualche cosa?
    [ciao2][ciao2]

  5. #45
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    Grazie ancora ragazzi []
    Giuseppe ti dirò che qualcosa di simile molto tempo fa lo avevo letto ma sinceramente non ricordo se era una fonte attendibile.
    Già* allora però la cosa mi aveva lasciato perplesso.
    Ma questo mi incuriosisce proverò a cercare qualche scritto e se lo trovo lo posto.
    [ciao2]
    luciano

  6. #46
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    Tra i piloti della Regia ci fù almeno un episodio di pilota che si scagliò volutamente contro il nemico imolando così la sua giovane vita: Accadde il 22 luglio 1943 a Cagliari sede del 51° Stormo (quello con lo stemma del gatto nero che acchiappa i sorci).
    Il sergente pilota Ferruccio Serafini di Falcade (Belluno) era in servizio di allarme quella mattina con il suo Macchi 205 Veltro. Alle ore 9,20, 48 Curtiss P-40F del 325th Fighter Group giunsero da nord a bassa quota. Tutti i Macchi efficienti si levarono in volo. Il contatto balistico con i Curtiss americani avenne nei pressi dell'aereoporto di Decimomannu che si apprestavano ad attaccare a volo radente.
    Fu un calderone possente di aerei in duello tra loro.
    Il sergente Serafini sulla verticale delle saline Cagliaritane dopo aver abbattuto due Curtiss terminò le munizioni e preso dalla rabbia di non poter più combattere, diresse la prua del suo Veltro contro il Curtiss più vicino e lo centrò sulla fiancata precipitando poi unito al suo avversario.
    Un'inchiesta successiva stabilì che quel gesto fu del tutto volontario.
    Venne conferita a Ferruccio Serafini la medaglia d'oro alla memoria ed ora riposa nel piccolo cimitero di Falcade.

  7. #47
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    Ciao Michele leggendo il tuo intervento ho inevitabilmente letto il mio e mi sono accorto di aver fatto una cappella chiamandoti con un altro nome [] scusa l'errore.
    Ottimo molto interessante quanto hai raccontato.
    Credo che sia un episodio ai più sconosciuto.
    Leggendolo qualche mio vecchio neurone si è attivato fecendomi ricordare qualcosa di tutto quello che ho letto negli anni ma certamente non lo ricordavo con tutti questi particolari.
    Grazie per avercelo fatto ricordare.
    Questo è il 51° stormo che indicavi

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    [ciao2]
    luciano

  8. #48
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    Citazione Originariamente Scritto da cocis49

    Nel terminare, ecco alcune delle domande poste dalla Bombardment Investigation Mission statunitense dopo la guerra e le risposte ricevute da ufficiali giapponesi superstiti della 205^ divisione aerea, la divisione kamikaze.
    Le domande mettono in rilievo la riluttanza degli alleati a credere che questi attacchi fossero stati effettuati volontariamente e non per costrizione, mentre ogni risposta giapponese riflette lo stupore dell`interrogato di fronte a questa incredulità*.

    D: Il credo dell`unità* kamikaze è in totale contrasto con le idee prevalenti negli Stati Uniti dove nulla è più prezioso della vita. Secondo voi come è stato possibile che le forze giapponesi abbiano potuto costringere un così grande numero di piloti in attacchi suicidi?
    R: La filosofia kamikaze risale ad un periodo molto antico della storia giapponese e nella lunga storia del nostro paese potete trovare molti esempi di questo tipo. La filosofia fondamentale del Giappone è quella del sacrificio individuale per il bene della patria e questa filosofia è profondamente radicata in noi. Durante la guerra nel Pacifico la situazione critica in cui ci venimmo a trovare ci costrinse ad adottare l`idea dell`attacco kamikaze. Questo tipo di attacco non venne quindi imposto, in alcun modo dall`esterno. Sono fermamente convinto che l`idea dell`attacco kamikaze si sviluppò in modo del tutto spontaneo nell`animo combattivo dei nostri più giovani piloti. Secondo me, il metodo migliore di combattere è quello di uccidere un migliaio di nemici con un solo soldato e di affondare una nave da guerra con un solo aereo.

    D: Che cosa pensate del reclutamento degli uomini destinati alle unità* kamikaze? Era forzato o volontario?
    R: Dall`inizio alla fine il reclutamento avvenne su base volontaria.

    D:Come avveniva il reclutamento di volontari per le unità* kamikaze in patria?
    R: Quando mi occupai del reclutamento di piloti kamikaze per l`addestramento in patria, potei constatare che praticamente ogni uomo dei gruppi aerei era desideroso di partecipare alle missioni. Alcuni di questi mi fecero addirittura pervenire il loro solenne impegno scritto col sangue altri mi svegliarono diverse volte durante la notte per arruolarsi.Qualche volta io stesso mi occupavo di selezionare i volontari, prendendo in considerazione la loro situazione sia personale sia familiare, un pilota che fosse figlio unico non veniva accettato. Una madre venuta a conoscenza della mia decisione attraverso una lettera scrittale dal suo unico figlio, mi scrisse supplicandomi di accettarlo. Da questi episodi potete facilmente dedurre come il carattere del reclutamento fosse esclusivamente volontario.

    D: Basandoci su quella che è la mentalità* comune dei giovani americani sui vent`anni, ci è impossibile prestar fede a queste affermazioni. Senza aver alcuna probabilità* di sopravvivere come potevate pensare di immolarvi in attacchi suicidi per la patria e l`imperatore? Non esisteva qualche scuola speciale per indottrinare i giovani destinati alle unità* kamikaze?
    R: Non esisteva alcuna scuola speciale di questo tipo.

    D: Nella vostra qualità* di volontari per le unità* kamikaze, qual era il vostro stato d`animo?
    R: Noi laureati avevamo soltanto un anno di istruzione militare, eravamo quindi più civili che non veri e propri militari. Tuttavia, in quanto civili, ci rendevamo conto che la situazione bellica era alquanto precaria ed eravamo convinti che in quelle circostanze il metodo dell`attacco speciale fosse il migliore. Ci arruolavamo quindi volontari decisi a sacrificarci affinché il Giappone potesse vincere.

    D: Non pensavate che i piloti kamikaze eseguissero le missioni affinché il loro spirito potesse riposare in pace e il loro nome venisse celebrato sull`altare nazionale di Yasakuni? (l`altare è dedicato alla memoria dei caduti in guerra)
    R: Non era necessario eseguire missioni kamikaze per essere celebrati sull`altare di Yasakumi, dato che ogni uomo caduto in combattimento, qualunque sia il suo grado e la sua provenienza, viene onorato sull`altare. Mai fummo spinti da un`idea di questo genere. La ragione vera che ci spingeva ad usare questo tipo di attacco consisteva nell`enorme divario esistente tra il potenziale produttivo dei due paesi e nella mancanza di metodi di combattimento alternativi.

    D: Si svolgeva qualche specie di cerimonia prima di una missione? Ricevevate istruzioni da parte dell`ammiraglio? Scrivevate a casa o facevate testamento?
    R: Nella zona delle Filippine, all`inizio, si svolgeva un ultimo brindisi con l`ammiraglio. Ma spesso era impossibile, data la difficile situazione bellica trovare il tempo per una qualsiasi tipo di cerimonia. Quasi tutti ricevevano brevi istruzioni da parte dell`ammiraglio. Alcuni di noi scrivevano a casa e facevano testamento, ma una volta sola, quando si chiedeva di essere arruolati e non prima di partire per una missione kamikaze.
    Fine
    Fonte cartaceo Luciano

    Non mi stupisce l'approccio del tutto inadeguato dell'intervistatore, americano...
    Si badi.. non dico "errato", ma "inadeguato"...
    Avrebbe, secondo me, dovuto dire "ci è impossibile COMPRENDERE" e non "PRESTARE FEDE"...
    Quella giapponese tradizionale è una cultura, una filosofia, una morale antichissima ed altissima, molto distante dalla nostra e, per noi, poco comprensibile... Per loro... semplicemente ovvia.
    Consiglierei di leggere il libro "Samurai!", autobiografia di Saburo Sakai, uno dei maggiori assi della caccia giapponese, per avvicinarsi almeno un po' al tipo di pensiero del combattente giapponese.
    Non mi sento neppure un po' adeguato a cercare di capire cosa può significare combattere per un samurai, figuriamoci se mi sentirei di criticare...
    Un amico collezionista di militaria, giapponese, di Hiroshima, mi ha aiutato nell'approccio: i kamikaze, anche se criticati da più parti, già* all'epoca, in Giappone, non erano considerati qualcosa di straordinario o fuori dal consueto, se non nella loro grande fortuna di essere stati scelti e perchè avevano il fortunato destino di contribuire alla grandezza dell'imperatore.

    La famiglia imperiale giapponese, per tradizione, è la più antica dinastia del mondo: ovviamente è una leggenda, ma vanta discendenza divina e continuità* più che bimillenaria: l'imperatore è divinità* in terra, quale maggiore destino che morire per lui? e per la sua gloria?

    A prescindere dai piloti suicidi era pressochè impossibile
    convincere un pilota "ordinario" ad indossare il paracadute: quando costretti, per ordine superiore a portarne uno in volo, veniva usato sempre come cuscino, sotto il sedere. Mai nessun combattente serio e degno di questo nome avrebbe mai pensato al valore della propria vita prima di partire per una missione!! E non perchè sarebbe stato deriso, ma per sè stesso e per la sua propria coscienza, per l'onore proprio e della propria famiglia.
    Perdere l'onore, per un samurai, è moooolto peggio che perdere la vita...
    Mentre le famiglie americane esponevano alla finestra una stella per ogni familiare in guerra, i giapponesi esponevano una bandiera sacra per ogni familiare immolato.
    Non esistevano decorazioni particolari per il coraggio o il valore, ma solo per il merito...
    Moltissimi i riti sacri...
    Un tempo, erano sacerdoti a forgiare le lame delle diverse spade... secondo un rito che prevedeva digiuni, diete particolari ed astinenza sessuale per tutto il periodo della forgiatura, periodo particolare dell'anno.
    Solo il sacerdote conosceva il segreto della forgiatura e della tempera. si racconta che uno dei migliori tagliò la mano all'assistente che, credendo di non essere stato visto, la aveva infilata nella vasca dell'acqua di tempera... Pare che la cosa non bastò: anche l'assistente divette eccellene forgiatore...
    La lama, costosissima, si sarebbe tramandata di padre in figlio, per secoli e secoli.
    Per spezzare la tradizione, per volontà* degli americani, resisi ovviamente conto del peso di queste sacre tradizioni, la legge giapponese oggi proibisce di possedere una spada, non importa se e quanto antica...
    Prima della partenza per la guerra, la donna (madre o moglie) di ogni soldato si metteva sull'uscio di casa e chiedeva ad ogni donna di passaggio di cucire un punto, con filo rosso, su una fascia bianca. Fino al punto numero mille. Sarebbe stata la "cintura dai mille punti", unica difesa del soldato da cingere intorno al ventre. Unica difesa per il fante.
    A ricordo delle fasce che evitavano spanciamenti eccessivi da colpo di Katana al ventre. Morire si, ma senza imbrattare troppo....
    Tutti i soldati avevano la propria bandiera nazionale, in cotone o in seta, con le preghiere, il nome del soldato e gli auguri di amici e familiari: più che simbolo nazionale era un simbolo sacro. Su tutte quelle che ho visto c'è il timbro di un tempio e mai troverete scritto "possa tu tornare sano e salvo". Mai. Non si parla di ritorno a casa. Al massimo di ritorno vittorioso. Altissimo augurio: dare il massimo, con onore, per l'imperatore.
    Ne ho comprate una dal mio amico giapponese, che conservo, unico oggetto che ho incorniciato, con stima e rispetto...
    Emblematico e riassuntivo è il celeberrimo fiore di ciliegio, spesso raffigurato sulle coppette di sake che tutti i soldati (e non solo i Kamikaze) bevevano prima della battaglia, se e quando possibile.
    Il fiore di ciliegio, per antica tradizione, è il simbolo della morte del giovane, la bella morte.
    Il fiore di ciliego non dura molto, ma cade subito dopo la completa sbocciatura, quando è al culmine della sua bellezza... Quale miglior morte?
    Per noi occidentali è difficile comprendere...

  9. #49
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    Si Klaus giusto quanto da te detto che condivido, infatti ho voluto aprire il topic sperando di far conoscere un pò di più la figura del kamikaze, perchè spesso noi occidentali non riusciamo a comprendere sino in fondo ciò che li animava e spero nel mio piccolo ad aver contribuito un pò.
    Ho inserito anche quell'interrogatorio per dimostrare e confermare che il tutto fu solo su richiesta dei volontari e che fu impossibile per gli occidentali comprendere le motivazioni che spinsero giovani ad immolarsi per la propria terra.
    Ovviamente in quell'americano traspare l'incredulità*.
    La civiltà* giapponese è vecchia di millenni e non è una cosa da poco io stesso ne sò poco e per sommi capi.
    Hai accennato alla "Senninbari" la cintura dei mille punti che il soldato indossava in battaglia avvolta alla cintola sotto l'uniforme.
    Le si attribuiva il potere di conferire fortuna , coraggio e invulnerabilità* alle pallottole nemiche.
    La posto.
    [ciao2]
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    luciano

  10. #50
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    Citazione Originariamente Scritto da cocis49

    Si Klaus giusto quanto da te detto che condivido, infatti ho voluto aprire il topic sperando di far conoscere un pò di più la figura del kamikaze, perchè spesso noi occidentali non riusciamo a comprendere sino in fondo ciò che li animava e spero nel mio piccolo ad aver contribuito un pò.
    Ho inserito anche quell'interrogatorio per dimostrare e confermare che il tutto fu solo su richiesta dei volontari e che fu impossibile per gli occidentali comprendere le motivazioni che spinsero giovani ad immolarsi per la propria terra.
    Ovviamente in quell'americano traspare l'incredulità*.
    La civiltà* giapponese è vecchia di millenni e non è una cosa da poco io stesso ne sò poco e per sommi capi.
    Hai accennato alla "Senninbari" la cintura dei mille punti che il soldato indossava in battaglia avvolta alla cintola sotto l'uniforme.
    Le si attribuiva il potere di conferire fortuna , coraggio e invulnerabilità* alle pallottole nemiche.
    La posto.
    [ciao2]
    Bellissima davvero!
    Raffigura, come spesso succede, la tigre, altra figura carica di simbolismo.
    Quel che volevo dire è che le uniche protezioni accettate dal samurai erano solo simboliche, magiche e sacre e non avevano ad oggetto la vita o l'incolumità* del guerriero, ma la sua purezza, la sua forza e il coraggio.
    Anche le antiche armature samurai conferivano un ruolo ed un immagine a chi le indossava, ben più che una reale protezione.
    Si figuri che la lama della Katana veniva provata su salme umane e spesso, le migliori, riuscivano a superare la prova più difficile: il taglio del tronco umano all'altezza del bacino, con un sol colpo ben assestato... altro che coperture e protezioni...

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