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Discussione: Attori e personaggi pubblici... in uniforme

  1. #251
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    Pietro Barilla
    __________

    Pietro Barilla (1913-1993). Rampollo della nota famiglia di imprenditori, allo scoppio della 2^g.m. viene chiamato alle armi e ottiene di prestare servizio come Autiere, specialità ritenuta relativamente sicura. Col suo autoreparto viene mobilitato per le campagne di Jugoslavia e Russia tra il 1941 e il 1943.
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  2. #252
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    Sergio Endrigo (1933-2005). Cantautore, musicista, paroliere, scrittore e attore nato a Pola. Nel 1947 in seguito alla cessione delle regioni orientali alla Jugoslavia si trasferisce come profugo insieme alla madre prima a Brindisi e poi a Venezia. Nel 1954 presta servizio militare alla Scuola Autoblindo di Caserta.
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  3. #253
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    Árpád Weisz (Solt, 16 aprile 1896 – Auschwitz, 31 gennaio 1944), è stato un calciatore e allenatore di calcio ungherese. Dopo una breve esperienza calcistica nel campionato italiano degli anni venti, iniziò una brillante carriera di allenatore vincendo uno scudetto con l’Ambrosiana, ad appena trentaquattro anni, e altri due con il Bologna. In quanto ebreo fu vittima delle leggi razziali in Italia. Traferitosi nei Paesi Bassi, con l’occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale fu arrestato e deportato, dapprima nel campo di transito di Westerbork, successivamente ai campi di lavoro e infine ad Auschwitz, dove trovò la morte per mano nazista. Nacque a Solt, in Ungheria, figlio di Lazzaro e Sofia Weisz, entrambi ebrei. Dopo il diploma liceale iniziò a frequentare l’Università di Budapest, dove si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza. Dovette però lasciare prematuramente gli studi a causa della prima guerra mondiale. Combattendo col grado di Gefreiter (caporale) nell’esercito austro-ungarico, venne fatto prigioniero sul fronte italiano nel 1915 ed internato come prigioniero di guerra a Trapani fino al 1918. (Purtroppo non restano sue foto in uniforme e solo un modulo stampato ne attesta il servizio prestato come caporale nel 92° I.R./5° Ungherese). Durante la sua carriera da calciatore tra il 1919 e il 1926 militò nelle squadre del Törekvés, del Maccabi Brno, dell’Alessandria e dell’Inter. Ritiratosi in seguito a un grave infortunio al ginocchio, dal 1926 al 1938 allenò in Italia l’Alessandria, l’Inter (rinominata Ambrosiana su pressione del governo fascista), il Bari, il Novara e il Bologna. Vinse un campionato con l’Ambrosiana e altri due col Bologna. Durante il suo soggiorno italiano in ossequio alle leggi autarchiche fasciste italianizzò il suo nome in Arpad Veisz. In seguito alla proclamazione delle leggi razziali, nonostante l’amicizia col gerarca bolognese Leandro Arpinati, nel 1938 venne rimosso dall’incarico e costretto a lasciare l’Italia con la moglie Ilona (Elena) Rechnitzer e i due figli Roberto e Clara, nati a Milano rispettivamente nel 1930 e nel 1934. Dopo un breve soggiorno a Parigi trovò un ingaggio come allenatore della squadra olandese del Dordrecht dove rimase fino al 1941. Dopo l’invasione nazista dei Paesi Bassi fu costretto a lasciare il lavoro e a subire le sempre più stringenti misure repressive attuate dagli occupanti. Lui e la famiglia inizialmente riuscirono a sopravvivere nella piccola città olandese, grazie all’aiuto economico dei dirigenti della sua ex-squadra, ma il 2 agosto 1942 i Weisz vennero arrestati dalla Gestapo. Pochi giorni dopo arrivarono nel campo di transito di Westerbork. Il successivo 2 ottobre furono imbarcati su un treno diretto ad Auschwitz. Arrivati nel campo il 7 ottobre, Elena, Roberto e Clara vennero subito condotti alle camere a gas. Arpad, insieme ad altri 300 uomini, venne fatto scendere dal convoglio a Cosel, in Polonia, per essere poi mandato in campi di lavoro dell’Alta Slesia. Dopo quindici mesi di lavori forzati, Weisz venne definitivamente ricondotto ad Auschwitz e gasato il 31 gennaio 1944, a 47 anni. Di fatto dimenticato e caduto nell’oblio in Italia per quasi sessant’anni, nel 2007 il suo nome è stato riscoperto grazie al giornalista Matteo Marani, il quale ne ha ricostruito la storia. Solamente nel 2009, su iniziativa del Comune di Bologna, è arrivata la prima commemorazione ufficiale a Weisz, con l’apposizione di una targa a lui dedicata sotto la torre di Maratona dello stadio Renato Dall'Ara. Nel 2018 gli è stata ulteriormente intitolata la curva San Luca dell’impianto. Nel 2012, in occasione del Giorno della Memoria, fu posta una targa allo stadio Giuseppe Meazza di Milano, per ricordare il tecnico del terzo scudetto nerazzurro. Nel 2013 gli è stato dedicato il quarto di finale di Coppa Italia tra Inter e Bologna, coi giocatori delle due squadre entrati in campo con una maglia commemorativa. Nello stesso anno è stata apposta una targa commemorativa allo stadio Silvio Piola di Novara. Nel 2014 anche la città di Bari gli ha reso omaggio, intitolandogli una via nei pressi dello stadio San Nicola.
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  4. #254
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    Karl Holter (1885-1963). Attore cinematografico e teatrale, scrittore e giornalista norvegese popolarissimo nel suo paese tra gli anni venti e gli anni trenta, nel 1941 aderì al partito filonazista Nasjonal Samling, fondato da Vidkun Quisling. Nel 1942 come molti suoi compatrioti si offrì volontario nelle SS e nonostante la non giovane età (57 anni) dopo un breve addestramento fu inviato come corrispondente di guerra sul fronte di Leningrado da ottobre 42 al marzo 43. Processato per alto tradimento dal governo monarchico rimesso al potere dagli alleati nel 1945, fu condannato a 3 anni e 3 mesi di lavori forzati e alla temporanea revoca dei diritti civili. Dopo aver scontrato la pena fo rimesso in libertà e continuò la carriera di scrittore sino alla morte a 77 anni.
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  5. #255
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    Pieve di Cento (BO ) Emilia Romagna
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    Io che sono in provincia di Bologna questo personaggio ( arpad)lo conoscevo discretamente,mentre assolutamente sconosciuto quello successivo
    sven hassel
    duri a morire

  6. #256
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    Wolfgang Dohnberg (Riga, 1898 - Monaco di Baviera, 1959)

    Attore cinematografico e teatrale attivo in Germania fin dagli anni '20 allo scoppio della 2^g.m. fu arruolato come agente ausiliario di polizia continuando però a esibirsi nei teatri di Berlino in spettacoli al fronte per la Wehrmacht. La pubblicazione di una sua foto in uniforme in un numero speciale della rivista illustrata SIGNAL dette una svolta impensata alla sua carriera. Sopravvissuto al conflitto e trasferitosi nella Germania Ovest nel 1946 fu il protagonista del primo film girato dopo la caduta del nazismo (Gli assassini sono fra noi) e continuò a recitare in teatro, televisione e alla radio sino alla morte per ictus. Ma per via della foto suddetta divenne il simbolo del poliziotto tedesco, recitando per tutti gli anni '50 in piccole parti da caratterista in numerosi film tedeschi ambientati nel periodo bellico, sempre come bonario e attempato agente di formazione guglielmina, buon padre di famiglia apolitico se non antinazista, sempre contrapposto alle cattive SS. Ciò era funzionale alla narrazione che il governo della RFT faceva all'epoca, impegnato a costruire una nuova Polizei, facendo dimenticare le origini naziste del corpo e le responsabilità dei Btg. mobilitati all'Est nello sterminio degli ebrei polacchi e sovietici.
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  7. #257
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    ROBERT MARSHALL COWELL a.k.a ROBERTA ELIZABETH COWELL
    Negli anni cinquanta la sensibilità dell’opinione pubblica era ben diversa da quella odierna riguardo ad argomenti come disforia di genere e transessualità, dunque si può comprendere come i primi casi di cambiamento di sesso avvenuti per via chirurgica in nord Europa e nei paesi anglosassoni provocassero un interesse talvolta malsano nella popolazione italiana, stupita ancor più dal fatto che autorevoli tribunali statali avessero certificato legalmente la variazione dei dati anagrafici, cosa ancora inconcepibile alle nostre latitudini. Nella putibonda italietta postbellica, egemonizzata dallo strapotere vaticano e stretta tra il moralismo veterostalinista del PCI e l’ipocrisia cattolica della DC (esistevano ancora le case chiuse, il reato di stupro si estingueva a seguito di opportuno matrimonio riparatore e il delitto d’onore era eletto dal codice penale a baluardo della fedeltà coniugale). Si verificò però un fenomeno particolare degno di venire analizzato. L’occhiuta censura governativa da sempre attenta a proteggere le menti dei cittadini da idee pericolose e notizie scabrose – e fra queste ultime si annoverava inderogabilmente qualsiasi cosa che avesse pur lontanamente a che fare con la sessualità – iniziò improvvisamente a dare grande risalto a tali casi, sbattendoli come fenomeni da baraccone con grande evidenza sulle pagine dei rotocalchi popolari a grande tiratura, solitamente accompagnati da articoli oscillanti tra il compatimento e l’irrisione per quelli che erano ipocritamente definiti “dolorosi casi clinici”. Dato che a quel tempo per motivi meramente anagrafici gran parte delle persone che si sottoponevano al cambiamento di sesso affrontando grandi sofferenze sia dal punto di vista fisico oltre che psicologico (chirurgia plastica e terapie ormonali dell’epoca possono essere definite nel migliore dei casi rudimentali) avevano partecipato all’ultimo conflitto mondiale o almeno prestato il servizio militare obbligatorio nel loro paese, a corredo degli articoli non mancava mai una loro foto in uniforme. Si ricordano tra i primi l’ex-Marine statunitense George W. Jorgensen, l’ex-sergente dell’esercito elvetico Arnold André Leber, l’ex- tenente pilota della R.A.F. Robert Marshall Cowell. In realtà così facendo i censori democristiani di solito molto attenti a far sparire dall’orizzonte degli italiani qualsiasi notizia minimamente sovversiva o peccaminosa, intendevano quasi certamente risollevare l’autostima nazionale dei nostri poco acculturati se non semianalfabeti connazionali, nei confronti dello straniero. Trattando un tema delicato come quello in oggetto evidenziandone il lato scandalistico e pruriginoso, davano fiato al mai sopito italico gallismo, rinfocolando inoltre dubbi atavici sulla presunta poca virilità dei popoli nordici rispetto a quelli mediterranei. Assai meno nascosta era la soddisfazione di un popolo povero ormai definitivamente sconfitto e sottomesso, quando protagonista della notizia era un militare angloamericano. In tal modo – quasi potesse essere una forma di risarcimento postumo per la guerra disastrosamente perduta e la definitiva scomparsa del sentimento di unità nazionale – i lettori potevano darsi di gomito e consolarsi pensando che “quelli avranno pure vinto, ma da noi per fortuna certe cose non succedono”.
    ___
    Seguono foto e bio di Robert Cowell apparse sulla stampa italiana nel 1954.
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  8. #258
    Moderatore L'avatar di maxtsn
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    Chiedilo ad Alan Turing come era avanti il Regno Unito in quegli stessi anni...
    Max

    Frangar non flectar

  9. #259
    Utente registrato L'avatar di storiaememoriagrigioverde
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    Lo so bene, ma quella di Alan Turing che pur dovette subire un umiliante processo per sodomia sulla base del codice vignte in GB e fu costretto a terapie sperimentali di stampo nazista che lo spinsero al suicidio è ben altra situazione. Avendo lavorato ad una importante impresa scientifica per lo sforzo bellico (ULTRA) secretata per decenni anche nel dopoguerra, egli fu decorato con motivazioni generiche e vaghe e non partecipò attivamente al conflitto. Mentre per i militari transessuali menzionati nel mio post che non avevano compiuto alcun reato l'aver indossato in maniera non disonorevole l'uniforme del proprio paese fu considerata una aggravante nella campagna stampa operante nei maggiori rotocalchi italiani, alla quale la censura DC a quell'epoca non poteva essere estranea. Tutto qui.
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  10. #260
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    Adriano Celentano!
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    Le imbecillità in Italia fanno sempre rumore. (Indro Montanelli)

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