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Discussione: Medici Bulgari in Corea del Nord

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    Medici Bulgari in Corea del Nord

    La vicenda delle unità sanitarie inviate dal governo comunista bulgaro in soccorso della Corea del Nord durante il conflitto che tra il giugno 1950 e il luglio 1953 contrappose i due blocchi politici coagulatisi nell’immediato dopoguerra attorno a Stati Uniti ed Unione Sovietica, impegnandoli nel primo durissimo scontro militare ed ideologico dalla fine della seconda guerra mondiale è ben poco nota. Grazie a recenti ricerche effettuate negli archivi politici, militari e diplomatici bulgari dal professor Jordan Baev, docente di storia internazionale contemporanea a Sofia nonché coordinatore del gruppo di studio sulla storia della Bulgaria durante la Guerra Fredda, sono stati riportati alla luce moltissimi documenti inediti.
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    Bisogna tener conto che sebbene fosse la più piccola, povera e militarmente debole fra le cosiddette democrazie popolari, la Bulgaria ricopriva un ruolo niente affatto trascurabile nel campo socialista. Anzitutto esisteva un fattore storico. I bulgari condividevano lingua, cultura e religione con i russi, che tra la fine dell’ottocento e le guerre balcaniche del 1912/13, avevano fattivamente appoggiato la lotta per l’indipendenza del popolo bulgaro dall’Impero Ottomano. Nonostante ciò rientrasse nell’ottica di una ideologia panslavista, sostenuta strumentalmente dal governo zarista per destabilizzare i confinanti imperi multinazionali austro-ungarico e turco, espandendosi ai loro danni e portando nell’orbita russa le rispettive minoranze slave, la gratitudine e l’ammirazione popolare verso la Russia erano molto diffuse tra i bulgari. Persino durante la seconda guerra mondiale re Boris, pur schierandosi con l’Asse e occupando militarmente territori greci e jugoslavi, aveva evitato accuratamente di rivolgere le armi contro l’Unione Sovietica, consapevole che tale gesto sarebbe stato assai impopolare tra il suo popolo. Dopo la misteriosa morte del sovrano (forse avvelenato dai nazisti durante un viaggio in Germania) e il voltafaccia del 1944, che portò la Bulgaria a schierarsi accanto ai sovietici contro gli ex-alleati germanici senza sparare un colpo, a Sofia si stabilì una rigida dittatura guidata da Dimitrov, un leader comunista rifugiatosi in Urss già all’inizio degli anni trenta, che spazzò via la classe dirigente prebellica ed espulse dal paese il giovanissimo erede al trono Simeone. In secondo luogo il fattore geografico. La Bulgaria comunista, confinando sia con la Turchia che con la Grecia, era l’unica frontiera dell’impero staliniano a contatto diretto con il nemico capitalista, ma allo stesso tempo, un comodo santuario per i partigiani comunisti che durante la sanguinosa guerra civile greca del 1946/49 per sfuggire alle operazioni antiguerriglia dell’esercito regolare di Atene sostenuto da americani e britannici, attraversavano il confine bulgaro trascinandovi anche migliaia di bimbi greci sottratti con la forza alle famiglie, come accaduto dieci anni prima in Spagna. In terzo luogo il fattore politico. Fu Stalin che prescelse Sofia come sede ufficiale del Comintern, creato in sostituzione della disciolta Terza Internazionale come organismo comunista sovranazionale destinato all’organizzazione, propaganda e sovversione mondiale a vantaggio dell’Urss.

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    Ufficialmente la Bulgaria, diversamente da altre nazioni comuniste, non venne direttamente coinvolta in azioni militari durante la guerra in Corea. Pur non avendo abbastanza risorse per inviare materiale bellico, consiglieri militari o truppe combattenti, la leadership comunista avviò comunque una vasta campagna politica e propagandistica a favore della Corea del Nord, diretta a mobilitare ideologicamente la popolazione del paese balcanico. Ciò ebbe profonde conseguenze in tutte le fasce della società, concretizzandosi in una vasta gamma di iniziative di sostegno politico, assistenziale e umanitario. In tutti gli organi di partito, gli enti pubblici, ed i luoghi di lavoro vennero accuratamente organizzate manifestazioni “spontanee” di sdegno contro l’imperialismo americano e raccolte “volontarie” di fondi tra la popolazione. Oltre 500 orfani di guerra e 250 studenti universitari nordcoreani vennero ospitati nel paese durante e dopo il conflitto. Ma la massima espressione di “sostegno internazionalista” da parte bulgara fu l’invio di ben tre unità mediche, che si avvicendarono gestendo tra il 1952 e il 1957 un totale di sei ospedali militari sul territorio nordcoreano. Tutto iniziò il 22 febbraio 1951, quando il governo bulgaro annunciò che avrebbe fatto dono alla Corea del Nord di materiali e medicine bastanti a costituire un ospedale chirurgico da 250 posti letto. Nel settembre 1951 la Repubblica Democratica Popolare di Corea (D.P.R.K.) richiese ufficialmente a Sofia l’invio di personale sanitario per costituire un ospedale da campo da duemila posti letto. Venne così costituita la prima brigata medica bulgara, che con a capo il Dr. Konstantin Michev partì da Sofia il 1 marzo 1952. L’organico del reparto ammontava a 47 persone, 27 dei quali erano medici militari o civili. Attraversando la Romania, l’Unione Sovietica e la Cina, il 21 marzo 1952 essi giunsero con automezzi e materiali in Corea del Nord, venendo immediatamente subordinati alla amministrazione generale della sanità militare e divenendo parte integrante dell’esercito nordcoreano (Korean People’s Army – K.P.A.) che tra aprile e maggio dello stesso anno li assegnò a tre ospedali militari in grado di gestire un totale di cinquemila posti letto. Se l’Ospedale Militare 51 di Pakcheon ne aveva mille, l’Ospedale Militare 55 di Sukcheon ne aveva duemila, ma il più grande dei tre era l’Ospedale Militare 53 di Jeongju (duemilacinquecento posti suddivisi in undici reparti, cinque dei quali di chirurgia). A causa dei crescenti bombardamenti aerei americani e del progressivo spostamento del fronte verso nord, nel giugno 1952 l’Ospedale Militare 55 fu trasferito alla periferia di Guseong. Nel gennaio 1953 l’Ospedale Militare 53 fu trasferito a Daegwan e l’Ospedale Militare 51 a Sinuiju, nei pressi della frontiera cino-coreana. In tali occasioni bulgari e nordcoreani collaborarono alla costruzione di alloggi temporanei e rifugi sotterranei improvvisati, dove stabilirono anche i reparti chirurgici. Il personale della brigata medica avrebbe dovuto prestare servizio in Corea per meno di un anno, ma alla fine vi restò sino al mese di aprile del 1954. Nel corso del conflitto i medici bulgari curarono oltre venticinquemila soldati nordcoreani e migliaia di “volontari” cinesi, cui dopo la firma dell’armistizio si aggiunsero anche tremila ex-prigionieri di guerra rimpatriati dagli americani. Inoltre tra luglio 1953 e aprile 1954 all’Ospedale Militare 51 di Sinuiju vennero ricoverati oltre novantamila civili nordcoreani. I bulgari tennero anche corsi di aggiornamento professionale per medici e infermiere locali. Nell’aprile 1954 giunse a dare il cambio una seconda brigata medica, avente lo stesso organico della prima. Sotto la direzione del Prof. Dr. Gerasim Mitrov, essa prese in carico l’Ospedale Militare 31 di Sinuiju e l’Ospedale Militare 32 di Ganggye, ciascuno con una capacità di duemila posti. Quando in seguito le autorità nordcoreane istituirono un nuovo ospedale civile a Sinuiju, i bulgari collaborarono organizzando corsi per farmacisti, infermiere e personale ausiliario, nonché offrendo suggerimenti sull’organizzazione e l’amministrazione della struttura. La seconda brigata medica rimpatriò definitivamente nel marzo 1956. Tra maggio 1956 e maggio 1957 un piccolo nucleo chirurgico bulgaro capeggiato dal Dr. Dimitar Marinov continuò a prestare servizio all’Ospedale Militare 31 di Sinuiju.
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    L’esperienza dei medici bulgari nel conflitto coreano è spesso contestata se non apertamente deprecata nella odierna Bulgaria postcomunista, alleata degli Stati Uniti, ormai a pieno titolo parte della N.A.T.O. e dell’Europa. Oggetto del contendere è lo status a dir poco ambiguo delle brigate mediche organizzate dal regime comunista bulgaro e si dibatte se esse fossero missioni a carattere prevalentemente militare oppure umanitario. I documenti ufficiali indicano chiaramente che sin dall’inizio le brigate mediche inviate a sostegno della sanità militare nordcoreana furono costituite sotto gli auspici della Croce Rossa Bulgara ed annunciate all’opinione pubblica nazionale ed internazionale come missioni umanitarie. Nonostante ciò molti elementi di esse erano medici militari in servizio attivo nell’Esercito Popolare Bulgaro, appositamente selezionati tramite il Ministero della Difesa Nazionale. D’altro canto anche i medici civili erano tutti affidabili militanti comunisti iscritti al partito, spesso con pregresse esperienze di combattimento in movimenti sovversivi o insurrezionali di stampo comunista in patria o all’estero. Tanto per fare un esempio il Dr. Konstantin Michev, posto a capo della prima brigata medica bulgara nel 1952, durante la guerra civile spagnola aveva servito come capo chirurgo nelle Brigate Internazionali (inizialmente direttore di un ospedale da campo in Murcia nel 1937, poi capo divisione della Asistencia Medica Extranjera a Barcellona fino a febbraio 1939). Due medici militari avevano partecipato alla guerra civile greca, il resto del personale medico aveva in gran parte militato tra i partigiani comunisti bulgari nella seconda guerra mondiale. In definitiva il coinvolgimento della Croce Rossa Bulgara ed il rilascio di documenti di identità da parte della stessa ai membri delle brigate mediche fu una mascherata tesa a garantire una copertura “umanitaria” ad una iniziativa prettamente ideologica, ideata e realizzata dal Comintern egemonizzato dall’Urss staliniana per garantire il massimo sostegno militare al traballante regime di Kim. E’innegabile che i medici bulgari (militari e civili) vestirono uniformi nordcoreane, furono inseriti organicamente nel corpo della sanità militare del K.P.A. e lavorarono in ospedali militari assistendo (almeno fino all’armistizio del luglio 1953) quasi esclusivamente soldati nordcoreani e cinesi feriti in combattimento. Nel maggio 1955 tennero alla Accademia Militare di Sofia una grande conferenza medica a cui parteciparono colleghi di tutti i paesi del Patto di Varsavia, illustrando dettagliatamente 27 diversi casi chirurgici riguardanti la cura delle ustioni da napalm e la protezione delle truppe da tali attacchi. I due medici deceduti in Corea (*) vennero considerati caduti per causa di guerra, con ciò implicitamente ammettendo il carattere militare della loro missione. Ciò è anche confermato dal fatto che a 35 anni dai fatti, quando nel 1986 i membri superstiti della prima brigata medica presentarono una richiesta ufficiale per ottenere dal governo comunista bulgaro un riconoscimento per il servizio prestato in Corea, insistettero per essere riconosciuti come veterani di guerra, avendo compiuto il loro servizio come medici in uniforme, sotto continui bombardamenti aerei ed in prossimità del fronte di combattimento. L’aver partecipato attivamente alla lotta internazionalista contro l’imperialismo americano propugnata dal Comintern, fu comunque visto dal regime come un grande merito e nei decenni successivi influenzò positivamente la carriera professionale e politica di gran parte dei medici. Tra i membri della prima brigata medica bulgara, quattordici divennero professori e sette professori associati, due medici militari (il Dr. Ivan Kopchev e il Dr. Stoyan Filipov) andarono in congedo col grado di Maggior Generale ed altri dodici con quello di Colonnello. A vent’anni di distanza dalla missione in Corea almeno dieci medici erano diventati decani e capi dipartimento, almeno due erano stati nominati rettori nelle facoltà di medicina delle università bulgare. Cinque di loro erano stati dichiarati consulenti nazionali in chirurgia, ortopedia, neurologia ed oftalmologia. Il Prof. Dr. Gerasim Mitrov, già capo della seconda brigata medica bulgara, nel corso degli anni divenne membro corrispondente dell’Accademia delle Scienze bulgara, direttore dell’Istituto per la ricerca sul cancro dell’Accademia di Medicina bulgara, viceministro della Salute e membro del comitato esecutivo dell’UNICEF. La partecipazione sia pure indiretta alla guerra di Corea ebbe conseguenze anche sull’atteggiamento del regime bulgaro. Infatti, ritenendo l’O.N.U. corresponsabile dell’aggressione imperialista alla Corea del Nord avendo il Consiglio di Sicurezza concesso piena legittimazione all’intervento militare a guida americana in soccorso della Corea del Sud, la Bulgaria pure essendo membro a pieno titolo delle Nazioni Unite, per decenni rifiutò di partecipare alle missioni di pace dell’O.N.U. fino al crollo del regime comunista. D’altronde l’esperienza coreana portò la classe dirigente bulgara – in perfetto accordo col “grande fratello” sovietico – a supportare indirettamente le guerre di liberazione anticolonialiste ed antimperialiste suscitate in Africa e in Asia dal comunismo internazionale, assicurando assistenza sanitaria di livello europeo a regimi e movimenti di liberazione del Terzo Mondo. Nel 1956 il Dr. Dimitar Arnaudov ripartì per il Vietnam del Nord con la prima brigata medica bulgara, restandovi alcuni anni. Nel 1962/63 il Colonnello Dr. Ivan Kopchev, già vicecomandante nella missione in Corea, guidò in Algeria il primo nucleo chirurgico, totalmente composto da medici militari bulgari.

    (*)

    • Dr. Zahari Donchev, prima brigata medica bulgara, capo chirurgo dell’Ospedale Militare 55, caduto il 27 marzo 1953 a Kusong per bombardamento aereo americano.
    • Dr. Yordan Karmakov, seconda brigata medica bulgara, medico dell’Ospedale Militare 31, deceduto nel 1955 a Sinuiju per incidente automobilistico.


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    I documenti d’archivio esaminati dal gruppo di studio del prof. Jordan Baev hanno portato alla luce anche le condizioni di lavoro e la vita quotidiana dei membri delle brigate mediche bulgare nella D.P.R.K. nonché i loro contatti con la popolazione locale. Bisogna tener conto che medici e sanitari provenivano da una società non libera, in quanto la Bulgaria era una dittatura comunista di rigida osservanza stalinista, dunque profondamente impregnata di sospetto reciproco, delazioni e spionaggio. Erano in qualche modo abituati ai controlli del famigerato e invasivo servizio segreto bulgaro in tutti gli ambiti della loro vita. Durante il loro servizio in Corea del Nord si trovarono però sottoposti a controlli incrociati da parte di una pluralità di enti. Anzitutto il capomissione era tenuto ad inviare ogni mese un rapporto dettagliato sui propri sottoposti al Dipartimento Internazionale del Comitato Centrale del Partito comunista bulgaro. Poi c’era la vigilanza da parte del Comintern, interessato ad assicurarsi la fedeltà e l’ortodossia ideologica del personale. In quanto inseriti nella catena di comando della sanità militare nordcoreana, i bulgari venivano accuratamente osservati anche dal controspionaggio militare di Pyongyang. Ma la questione più spinosa era quella dei rapporti quotidiani con i cittadini nordcoreani, che dovevano mantenersi entro limiti rigidamente definiti, fossero essi personale medico, pazienti o civili. Nonostante le dichiarazioni ufficiali esaltanti la fratellanza internazionalista, il regime di Kim diffidava di qualsiasi contatto tra nordcoreani e stranieri, in particolare europei. Oltre allo stress causato dalla guerra e dalle condizioni lavorative, il combinato disposto di queste crescenti pressioni inquisitorie portò inevitabilmente al sorgere di diffidenza, invidie, rivalità, frizioni e dispute interne tra i medici bulgari, nonché inevitabili delazioni alle superiori autorità. Ne resta traccia nei numerosi carteggi intercorsi tra il Comintern, le autorità politiche, militari e di sicurezza bulgari e le relative controparti nordcoreane. Il caso più clamoroso fu quello del Dr. Georgi Balchev, che inviò una lettera al Comitato Centrale e al Ministero della Difesa di Sofia, per denunciare il capo della brigata, Dr. Konstantin Michev, che si sarebbe reso colpevole di liberalismo e mancanza di capacità dirigenziale, in complicità con altri colleghi. Una delle accuse più gravi fu di “attentato alla morale socialista e depravazione” per aver tollerato la relazione tra uno dei vicecomandanti della brigata, il Col. Yordan Kosashki, ed una infermiera militare nordcoreana, il Ten. Zhi Un Gun. In seguito alla lettera di Balchev, questo particolare caso destò parecchio scandalo e venne discusso persino davanti al Politburo del Comitato Centrale del Partito dei Lavoratori Coreano (K.W.P.) che sollecitò un rapido e deciso intervento da parte delle autorità bulgare. Di conseguenza, Valko Cervenkov in qualità di Primo Ministro e Segretario Generale del Partito Comunista Bulgaro, emise una risoluzione ufficiale nella quale richiese una accurata indagine. L’ambasciatore a Pechino e Pyongyang, Yanko Petrov, si recò presso la brigata medica insieme a personale dei servizi segreti bulgari e interrogò separatamente e approfonditamente tutti i suoi membri. Al termine dell’inchiesta l’ambasciatore respinse le accuse, che furono inoltre categoricamente confutate con molti dettagliati argomenti dal capo della brigata, Dr. Konstantin Michev. Finalmente nel settembre 1953 il governo nordcoreano concesse al Ten. Zhi Un Gun di sposare il Col. Kosashki e partire per la Bulgaria. Nei decenni successivi la donna lavorò come infermiera nel miglior ospedale di Sofia, mentre il marito divenne professore associato, nonché capo dipartimento all’Accademia Militare “Rakovski”. Fino alla morte di Zhi Un Gun, avvenuta nel 2012, il regime di Pyongyang non le permise mai di tornare a visitare la Corea del Nord o di avere notizie della sua famiglia di origine.
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    CHISSA' A QUALE DI QUESTI ALBERI CI IMPICCHERANNO?

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