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Discussione: I 228 giorni di assedio al Santuario di N.S. della Cabeza

  1. #1
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    I 228 giorni di assedio al Santuario di N.S. della Cabeza

    STORIA DEL SANTUARIO
    La Basilica e Santuario Reale della Santissima Vergine della Cabeza (in spagnolo: Basílica y Real Santuario de la Santísima Virgen de la Cabeza) sorge sulla sommità del Cerro del Cabezo, una collina 32 km a nord della città di Andújar, nella provincia di Jaén. Nella notte fra l’11 e il 12 agosto 1227 la Madonna apparve ad un pastore monco di nome Juan Alonso de Rivas Rodríguez mentre questi accudiva la sua mandria, ingiungendogli di annunziare l’evento al popolo di Andújar affinché le fosse dedicato un santuario sulla collina. Al principio la gente non diede credito all’uomo ma dopo la ricrescita miracolosa della mano amputata, popolo e autorità ben conoscendo l’infermità del pastore finalmente obbedirono alle sue parole. Fu subito istituita la Confraternita di Nostra Signora della Cabeza e iniziarono i preparativi per la costruzione della chiesa, iniziata nel 1287 e completata nel 1304 ma profondamente ristrutturata in stile gotico nel XVI secolo. Ancor oggi nel santuario si venera l’immagine della Virgen de la Cabeza, la cui festività cade l’ultima domenica di aprile. In tale occasione essa viene portata solennemente in processione per le vie della città. Si tratta di una tradizione risalente al tempo dei re cattolici, in quanto la processione (in spagnolo: romeria) è una delle più antiche di Spagna e certamente la più nota, essendo stata descritta a partire dal millecinquecento da Miguel Cervantes, Lope de Vega e Pedro Calderòn de la Barca, nonché da decine di altri scrittori, memorialisti e teologi iberici. Tradizione vuole che Muley Xeque, principe musulmano di Fez, dopo aver assistito nel 1593 alla romería della Madonna della Cabeza avesse chiesto e ottenuto di farsi cristiano in quanto l’immagine sacra era nera come lui. Egli fu effettivamente battezzato dall’arcivescovo di Toledo, avendo come padrini d’eccezione il re Filippo II e la principessa Isabella Clara Eugenia, prendendo il nome di Felipe in onore del sovrano spagnolo. In tempi più recenti, nel 1909 la Virgen de la Cabeza fu nominata patrona della città di Andújar da papa Pio X e nello stesso anno si celebrò la solenne cerimonia della sua incoronazione canonica, che vide la partecipazione delle più alte autorità religiose, militari e civili dell’epoca, nonché di una grande moltitudine di fedeli accorsi da tutta la Spagna. Nel 1930 il santuario venne affidato ai PP. Trinitari, che lo gestiscono ancor oggi. Nel 1939 al termine della Guerra Civile il luogo sacro era ridotto in macerie e lo storico patrimonio artistico in esso contenuto irrimediabilmente distrutto dai ripetuti bombardamenti rossi. Il santuario venne sollecitamente ricostruito dov’era e com’era dal nuovo governo franchista. Fu anche riaperto al pubblico affinché i fedeli potessero tornare a venerarvi la Madonna. L’immagine originale era purtroppo da considerarsi definitivamente perduta, in quanto nelle ultime fasi dell’assedio i difensori avevano sepolto la statua per evitare che cadesse in mano ai miliziani rossi. Ma la nascosero tanto accuratamente che i successivi scavi tra le macerie, intrapresi con finalità contrapposte prima dai repubblicani e poi dai nazionalisti, non riuscirono mai a ritrovarla. Nel 1950 il regime franchista attribuì alla Virgen de la Cabeza il titolo onorifico di Capitano Generale degli Eserciti di Spagna. Nel 1959 il papa Giovanni XXIII la nominò patrona della diocesi di Jaén. Nel 1960 la nuova statua fu traslata ad Andújar e solennemente incoronata con lo stesso rito adottato nel 1909 per quella originale. Nel 2008 il papa Benedetto XVI concesse al santuario l’indulgenza plenaria, nel 2009 lo insignì con l’alta decorazione pontificia della Rosa d’Oro e nel 2010 lo elevò alla dignità ecclesiastica di Basilica minore. Nel 2011 vi fu consacrato un nuovo altare dedicato ai difensori della fede.
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    STORIA DELL’ASSEDIO
    Il colpo di stato militare nelle intenzioni dei congiurati avrebbe dovuto rimuovere in maniera rapida e relativamente incruenta il governo di sinistra insediatosi a Madrid dopo le elezioni del febbraio 1936. Nonostante il rapido passaggio sul territorio metropolitano delle truppe coloniali del Generale Francisco Franco, per una serie di ragioni che sarebbe troppo lungo descrivere, il cosiddetto “alzamiento” si tramutò rapidamente in fallimento, dando il via ad una lunga e sanguinosa guerra civile tra repubblicani e nazionalisti. Questa si trascinò fino al 1939 nonostante le due parti in conflitto fossero sostenute neanche troppo nascostamente da altri stati ideologicamente affini (Francia e Unione Sovietica coi repubblicani, Italia e Germania coi nazionalisti). Alla fine del luglio 1936 la violenza rossa si scatenò in tutta la Spagna. Le milizie armate rapidamente formate dai partiti di sinistra prelevavano, torturavano e fucilavano come drastica misura preventiva i presunti nemici di classe e le loro famiglie. Non solo militari, proprietari terrieri, militanti dei partiti di destra, preti, frati e suore rimasero esposti alle indicibili crudeltà perpetrate dai miliziani, anche un gran numero di poveri contadini in nessun modo assimilabili ai ricchi capitalisti pagarono con la vita il solo fatto di credere in Dio. Dopo i primi spaventosi massacri il terrore sparso a piene mani dai boia rossi spinse militari e civili simpatizzanti con gli insorti a rifugiarsi con le famiglie in luoghi facilmente difendibili, per tentare di resistere con le armi ai governativi, sempre più egemonizzati dal comunismo di stretta osservanza sovietica. Nel nostro paese il lungo assedio dell’Alcazar di Toledo, sostenuto da istruttori e cadetti dell’Accademia Militare è certamente il più conosciuto di questi drammatici fatti d’arme, sia perché alla fine si risolse favorevolmente agli assediati, sia perché nel 1939 la nostra cinematografia di regime realizzò a Cinecittà una pellicola di propaganda ispirata a quella epica resistenza ed intitolata proprio L’assedio dell’Alcazar. Al film parteciparono alcuni tra i più noti divi del cinema italiani e spagnoli. Meno conosciuto almeno da noi è l’assedio al Santuario di Nostra Signora della Cabeza che durò quasi nove mesi, finché i pur valorosi difensori furono costretti alla resa. Anche l’Andalusia vide fucilazioni di massa e violenze anticlericali ma nonostante tutto, sparsi nei villaggi a garantire una parvenza di ordine pubblico a tutela della popolazione, restavano ancora i piccoli presidi della Guardia Civil. Analogamente ai nostri Carabinieri quel corpo armato aveva una tradizione di secolare fedeltà alla monarchia, ma dopo il mutamento istituzionale avvenuto in Spagna all’inizio degli anni trenta, si era mantenuta lealmente fedele alla nuova repubblica. Ad accomunare la Guardia Civil alla Benemerita c’era anche il doppio status giuridico di polizia giudiziaria e polizia militare. La diffidenza, l’odio e il rancore crescente dei miliziani, che li consideravano il braccio armato di monarchia, capitalisti e clericali, erano però evidenti e sanguinosi incidenti si moltiplicavano. Il timore che i prossimi a finire al muro potessero essere proprio i militi con le loro famiglie non era propriamente infondato. Bisogna dire che numerosi esponenti di vertice della Guardia Civil avevano avuto un ruolo non secondario nell’insurrezione nazionalista. Proprio le voci di un imminente pogrom ai danni dei suoi subordinati convinsero il Capitano Antonio Reparaz Araujo, comandante della Guardia Civil di Andújar, a giocare d’anticipo e schierarsi con i nazionalisti. Egli celando abilmente le proprie intenzioni alle autorità locali repubblicane, il 18 agosto 1936 ordinò agli oltre duecento militi di stanza in città e nella circostante provincia di Jaén di rifugiarsi con le loro famiglie all’interno del santuario, rimasto vuoto dopo che i Padri Trinitari che lo custodivano erano stati fucilati dai comunisti. Nel luogo sacro si trovava però ancora la preziosa e venerata immagine della Virgen de la Cabeza, alla cui protezione quei militari subito si affidarono. A questo primo nucleo presto si unirono elementi di destra e falangisti, nonché altri membri della Guardia Civil, Carabineros e Guardias de Asalto, costretti a ripiegare dalla vicina località di Palacio de Lugar Nuevo. La presenza di molti armati asserragliati sul Cerro del Cabezo passò rapidamente di bocca in bocca e quanti tra i civili si sentivano minacciati dalle fazioni più estremiste dei repubblicani cominciarono in numero crescente a raggiungere alla spicciolata il santuario. Vi si rifugiarono individui isolati, interi gruppi familiari e almeno quattro sacerdoti. L’atteggiamento dei repubblicani fu inizialmente cauto e interlocutorio riuscendo a mantenere fino ad agosto inoltrato una sorta di neutralità, dato che essi si limitavano a sorvegliare gli insorti da lontano. Ciò non deve stupire, le milizie politiche erano feroci ma indisciplinate e spesso in contrasto ideologico tra loro, mentre l’esercito regolare composto da militari di carriera seppur epurato e sorvegliato da commissari politici era impegnato a contrastare l’avanzata delle truppe di Franco. Il 24 agosto 1936 il Capitano Reparaz insieme ai parigrado Rodríguez de Cueto e Garcia del Castíllo e 202 militi scelti tra i più giovani ed atti al combattimento passò la linea del fronte, riunendosi ai nazionalisti davanti a Cordoba. In conseguenza di ciò le milizie repubblicane strinsero d’assedio il santuario, intavolando però trattative tramite la Croce Rossa e promettendo lasciapassare se gli ultimi militi avessero pacificamente evacuato la posizione. Solo pochi civili accettarono la proposta, ma gran parte dei difensori scelsero di resistere a oltranza, diffidando della buona fede del nemico. Su quante persone si trovassero a quella data nel santuario le fonti sono discordi. Se per alcuni erano in totale 1200 di cui 165 guardie civili, altri parlano di 270 combattenti e circa 870 non combattenti, in gran parte donne e bambini. Il dato certo è che dopo la partenza di Reparaz l’onere della difesa del santuario e di quanti vi si erano rifugiati passò al Capitano Santiago Cortés Gonzales, coadiuvato dai Tenenti Porto, Ruano e Rueda. Iniziarono da parte dei governativi i bombardamenti aerei, mentre la propaganda repubblicana cercava di indurre i difensori alla resa. Si ebbero poi i primi assalti ed i primi caduti da entrambe le parti. Nel santuario vi era abbondanza d’acqua grazie alla presenza di un pozzo alimentato da una falda sotterranea, ma almeno i primi tempi i rifugiati soffrirono la fame. Vi furono anche alcune morti a causa delle erbe velenose incautamente raccolte per cibarsi. Il 9 ottobre il primo aviolancio di viveri e munizioni fu effettuato da un velivolo nazionale pilotato dal Capitano Carlos Haya Gonzáles (1). Nonostante gli fosse stato ordinato da Franco di limitarsi solo a organizzare i soccorsi aerei al santuario, l’esperto aviatore portò a termine di persona ben 70 missioni di volo notturno – spesso anche quattro per notte – su un totale di 170, violando col favore del buio lo spazio aereo repubblicano. Inizialmente furono utilizzati Douglas DC2 e Junkers JU52 partendo da varie basi in territorio nazionalista. Ma Haya si rese conto che l’area del santuario era piuttosto piccola e nei tradizionali aviolanci il vento trascinava il paracadute lontano dal bersaglio. Allora studiò due nuove tecniche: la picchiata e il tacchino. La picchiata consisteva nel puntare verso il suolo quasi sulla verticale del santuario e sganciato il paracadute riprendere rapidamente quota, così il peso del materiale e la ridotta distanza da terra permettevano lanci estremamente precisi. Per questo tipo di missioni Haya utilizzò un robusto e manovriero Savoia Marchetti SM81. Per far giungere agli assediati bende, farmaci ed altro materiale medico allo stesso tempo molto fragile e poco pesante, si usarono invece i tacchini. Le scatole erano legate alle zampe dei volatili e questi venivano poi scaraventati giù dal portello dell’aereo nel recinto del santuario. Gli animali terrorizzati sbattevano freneticamente le ali nel tentativo disperato di volare, rallentando seppur di poco la velocità di caduta. Così le medicine giungevano a terra quasi sempre intatte. I tacchini riportavano lesioni e fratture, spesso decedendo nell’impatto. Ma visto che comunque sarebbero finiti in pentola per nutrire gli assediati, ciò non preoccupava nessuno tranne i tacchini stessi. Il 31 settembre ingenti forze repubblicane si concentrarono intorno a quella che ormai era una ridotta assediata e il 1 novembre ebbe luogo un pesante bombardamento sia aereo che terrestre. Tra gennaio e febbraio 1937 non vi furono grossi cambiamenti della situazione e il Capitano Cortés comunicò ripetutamente a mezzo di piccioni viaggiatori col Generale Gonzalo Queipo de Llano, capo delle forze nazionali sul fronte di Cordoba, chiedendo disperatamente aiuto. In effetti l’alto ufficiale lanciò un’offensiva per liberare gli assediati ma alla fine di marzo fu bloccato a soli trenta chilometri dal santuario. Era tempo per i vertici repubblicani di sferrare l’attacco finale. Pur non rappresentando davvero un obiettivo pagante dal punto di vista militare, per i repubblicani il santuario rivestiva ormai una enorme importanza politica e propagandistica, essendo una intollerabile enclave nazionalista a pochissima distanza dalla linea del fronte. Poi c’era la questione religiosa, argomento spinoso dato che la spietata persecuzione del clero attuata dai rossi mirava anche a imporre l’ateismo alle masse popolari. Ma in quel luogo sacro divenuto fortezza c’era ancora la veneratissima immagine della Madonna, difesa dai fucili della Guardia Civil. E c’erano sacerdoti che celebravano messa, impartivano sacramenti, pregavano per la vittoria dei franchisti. Molti spagnoli cominciarono a pensare che la prodigiosa resistenza dei pochi militi del Capitano Cortés contro forze soverchianti fosse dovuta alla protezione della Morenita, come affettuosamente i fedeli chiamano da sempre la Virgen de la Cabeza. Era essenziale per il governo anticlericale impadronirsi della statua e distruggerla per porre fine a tali voci. Nuovi contingenti di truppe regolari vennero spostati dal fronte per l’attacco definitivo. Il 1 maggio 1937, un ennesimo bombardamento semidistrusse il santuario, poi numerosi carri armati T-26 di fabbricazione sovietica irruppero nel cortile, aprendo la strada alla fanteria. Negli ultimi scontri il Capitano Cortés fu gravemente ferito dallo scoppio di una granata e non fu più in grado di guidare la difesa. Nel pomeriggio dello stesso giorno i sopravvissuti si arresero dopo 228 giorni di lotta, per salvare la vita dei non combattenti. Fotografati e filmati dalla propaganda rossa mentre uscivano in lacrime dal santuario, guardie civili, donne e bimbi furono depredati dei pochi averi e dispersi in varie carceri della repubblica. Non tutti sopravvissero per vedere la vittoria definitiva dei nazionalisti nel 1939. Il Capitano Santiago Cortés Gonzáles fu raccolto moribondo e trasportato in ospedale, ove cessò di vivere il giorno seguente, 2 maggio 1937, con ancora indosso l’uniforme della Guardia Civil. Gli ultimi difensori avevano nascosto accuratamente la statua della Vergine per sottrarla agli oltraggi dei senzadio, ma lo fecero fin troppo bene e nonostante gli scavi effettuati fra le macerie dai repubblicani prima e dai nazionalisti poi, essa non fu mai più ritrovata. La provincia di Jaén, nella maggior parte del suo territorio, non fu conquistata dai franchisti quasi fino al termine del conflitto. Appena cessato il fragore delle armi la vicenda dell’assedio passò direttamente dalla cronaca al mito. Il santuario venne restaurato, la statua sostituita con una copia fedele, la chiesa riaperta al culto e affidata nuovamente ai PP. Trinitari. Nel 1949 fu girato in Spagna un film dal titolo El santuario no se rinde ispirato alle vicende dell’assedio. Peraltro la pellicola, realizzata secondo i canoni tradizionali del cinema bellico dell’epoca ebbe un buon successo di pubblico in patria (2). Durante il regime franchista la Guardia Civil elesse il santuario a luogo simbolo del proprio valore militare, tanto che le nuove reclute vi erano regolarmente condotte in visita. Accanto al luogo sacro vennero sepolti tutti i caduti in difesa del Cerro del Cabezo. La violenta ondata di revisionismo antifranchista scatenata dal governo Zapatero alla fine del ventesimo secolo e portata avanti dai suoi successori di sinistra violando il “patto dell’oblio” stipulato alla morte del Caudillo tra socialisti e popolari per permettere una effettiva pacificazione tra spagnoli, è recentemente culminata nella rimozione della salma di Francisco Franco dal sacrario della Valle de Los Caidos e ancora oggi non accenna a placarsi. Tale situazione ha avuto riflessi anche sulla memoria condivisa dell’assedio al Santuario di Nostra Signora de la Cabeza e inevitabilmente sulla figura di Santiago Cortés Gonzales, che come molti altri protagonisti della Guerra Civile schieratisi contro i repubblicani ha subito una rinnovata “damnatio memoriae” da parte di istituzioni nazionali e amministrazioni locali. Ad esempio l’ospedale Capitán Cortés di Jaén ha assunto il nome di Hospital Clínico, mentre la calle Capitán Cortés di Albacete è divenuta avenida de la Circunvalación. La volontà politica di espungere l’assedio dalla storia secolare della Guardia Civil ha provocato non pochi malumori tra quanti oggi difendono le istituzioni democratiche e la monarchia iberica indossando la stessa uniforme da cui Santiago Cortés Gonzales non si separò neppure sul letto di morte.
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    1. Il Capitano Carlos Haya Gonzáles (1902-193 fu una singolare figura di militare, pilota, scenziato e tecnico, considerato da entrambi gli schieramenti della Guerra Civile il miglior aviatore spagnolo di tutti i tempi. Ufficiale dell’Intendenza brevettatosi pilota militare nel 1925 e specializzato nel pilotaggio di plurimotori, dalla fine degli anni venti fu autore di numerose imprese aviatorie sportive. Trasferito al Servizio materiali e istruzione dell’aeronautica, nei primi anni trenta tenne corsi di volo senza visibilità. Comandante per alcuni anni di una squadriglia da bombardamento, ideò e realizzò un giroscopio integrale per l’orizzonte artificiale protetto da brevetto internazionale e riprodotto oltre che in Spagna in altri sei paesi europei. Nel 1934 ricoprì il prestigioso incarico di segretario tecnico della Direzione Generale dell’Aviazione Militare. Nel luglio 1936 fu colto dallo scoppio della guerra a Malaga e abbandonando la famiglia in territorio repubblicano raggiunse fortunosamente i nazionalisti per riunirsi a suo cognato, il pilota da caccia Joaquín Garcia Morato. Sua moglie Josefina Gálvez fu arrestata dai repubblicani a Valencia e rimase agli arresti domiciliari per un anno, venendo poi scambiata col giornalista e scrittore ungherese naturalizzato britannico Arthur Koestler, allora militante comunista e spia del Komintern. Frattanto Haya effettuò missioni diurne e notturne di bombardamento, trasporto, contrasto antinave, ricognizione, lancio di volantini, recupero di aviatori caduti in territorio nemico e trasporto feriti, volando su plurimotori Fokker FVII, Breguet XIX, Douglas DC2, Junkers JU52 e Savoia Marchetti SM81. Per qualche tempo fu responsabile dell’Ufficio Informazioni dell’aeronautica nazionalista e ufficiale di collegamento con la nostra Aviazione Legionaria. Operò a stretto contatto con i volontari italiani comandati da Ruggero Bonomi, alias Colonnello Federici. Realizzò e sperimentò innovativi armamenti di caduta e spolette per bombe di sua invenzione. Nominato pilota personale e aiutante di campo di Francisco Franco, effettuò dal campo di Salamanca voli trasporto VIP per notabili nazionalisti e diplomatici italiani, ai comandi del DC2 “Vara del Rey” n/c 1521, già n° 25 della LAPE e militarizzato dai nazionalisti con la sigla 42-1. Contemporaneamente a tale incarico, tra il 9 ottobre 1936 e il 1 maggio 1937 effettuò oltre 70 voli notturni di rifornimento al santuario assediato, decollando con l’SM81 “Virgen de la Cabeza” prima da Siviglia-Tablada e poi da Cordoba. Nonostante avesse meritato ben quattro encomi solenni per il suo eroismo, l’estrema vicinanza al Generalissimo costò però al Capitano Haya l’invidia e l’ostilità dei supremi vertici dell’aviazione nazionalista. Rimosso dal suo incarico e formalmente trasferito ad una squadriglia notturna di JU52, fu rapidamente emarginato e con pretesti speciosi gli fu proibito di volare. Sdegnato, il miglior aviatore di Spagna diede le dimissioni e su consiglio dello stesso Francisco Franco offrì i suoi servigi all’Aviazione Legionaria. Arruolatosi come volontario, dal dicembre 1937 entrò a far parte della 19^ Sq. / XXIII° Gr. “Asso di Bastoni” effettuando a fianco dei camerati italiani 23 voli di guerra come pilota da caccia sul Fiat CR32 codice 3-7. Perse la vita il 21 febbraio 1938 nel corso di un combattimento aereo, precipitando in seguito a una collisione accidentale col caccia repubblicano I-15 codice CC-030 del Sergente pilota Francisco Viñals Guarro. Sepolti frettolosamente insieme ad alcuni caduti repubblicani, nel dopoguerra i resti di Haya furono solennemente traslati dal regime franchista nel cimitero del Santuario di Santa Maria de la Cabeza, accanto ai caduti nel corso del lungo assedio. Il Capitano Carlos Haya Gonzáles fu insignito di M.O.V.M. alla memoria dal governo italiano nonché di Medalla Militar Individual e Cruz Laureada de San Fernando da quello spagnolo. Alla fine del 1939 a tutti i bimotori Douglas ex-FARE catturati ai repubblicani e rimessi in servizio (almeno tre DC2 e l’unico prototipo di DC1 venduto dalla TWA al milionario americano Howard Hughes) vennero imposti i nomi di aviatori nazionalisti caduti in combattimento. Il DC2 “Carlos Haya” era l’esemplare c/n 1330, già n° 21 della LAPE e militare 42-3, che volò con l’immatricolazione civile EC-AAD prima per la SAETA e poi per la Iberia fino al 1946. Messo a terra per mancanza di pezzi di ricambio fu radiato nel 1947 e demolito nel 1950.
    2. La mia recensione del film di propaganda franchista del 1949 intitolato El santuario no se rinde è disponibile nella sezione del forum dedicata ai film di guerra realizzati dopo la seconda guerra mondiale.

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    LAPE – Líneas Aéreas Postales Españolas
    Compagnia aerea spagnola attiva sia sul territorio nazionale che nei possedimenti africani, nella prima metà degli anni trenta standardizzò la propria linea di volo sui modernissimi bimotori americani Douglas che per la struttura completamente metallica, i potenti motori Wright Cyclone ed il confortevole allestimento degli interni erano considerati lo stato dell’arte nel campo del trasporto passeggeri. Cessò virtualmente le proprie attività nel luglio 1936 quando repubblicani e nazionalisti si impadronirono degli aerei passeggeri presenti nelle zone sotto il loro controllo, utilizzandoli per trasportare truppe e rifornimenti, paracadutare spie in territorio nemico ed effettuare bombardamenti in mancanza di velivoli più adatti.


    FARE – Fuerzas Aéreas de la Republica Española
    Denominazione utilizzata tra il 1936 ed il 1939 dall’aeronautica militare spagnola fedele al governo di Madrid per connotarsi politicamente rispetto alla controparte nazionalista.


    SAETA – Sociedad Anonima Española de Tráfico Aéreo
    Compagnia aerea creata nel 1939 dal governo franchista, ricevette tutti i bimotori Douglas ex-repubblicani ed ex-nazionalisti sopravvissuti alla guerra per gestire rotte commerciali tra varie località della penisola iberica. Dopo pochi mesi cambiò nome in TAE – Tráfico Aéreo Español. Nel 1940 cedette personale e velivoli alla Iberia e questa assunse il ruolo di compagnia di bandiera spagnola grazie al sostegno tecnico ed economico della tedesca Lufthansa che ne deteneva il 25% del capitale sociale.
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    CHISSA' A QUALE DI QUESTI ALBERI CI IMPICCHERANNO?

  2. #2
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    Topic molto interessante pre la sua tematica, ma per un miope come me di difficoltosa lettura essendo le righe estremamente vicine le un'unica alle altre����
    sven hassel
    duri a morire

  3. #3
    Utente registrato L'avatar di storiaememoriagrigioverde
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    Grazie Sven, purtroppo da un po il mio PC è un poco ribelle su font e formati Cercherò di rimediare coi prossimi argomenti.
    CHISSA' A QUALE DI QUESTI ALBERI CI IMPICCHERANNO?

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