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Discussione: Testimonianze del passato in FVG!

  1. #41
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    Re: Testimonianze del passato in FVG!

    Ciao
    quello di piazza Puecher è un rifugio antiaereo, costruito durante la seconda guerra mondiale.
    Ce ne sono altri in città*, uno è nel giardino tra Via Franca e via Locchi (non mi ricordo come si chiama)...
    <Sleep, my friend, and you will see
    That dream is my reality
    They keep me locked up in this cage
    Can't they see it's why my brain says “rage”>

    Metallica - Welcome home (Sanitarium)




    Photobooks fortificazioni <----- NEW! : Fortezze nascoste


    THOR, ODIN'S SON, PROTECTOR OF MANKIND, RIDE TO MEET YOUR FATE, YOUR DESTINY AWAITS!
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  2. #42
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    Re: Testimonianze del passato in FVG!

    hai ragione si, in Piazza Carlo Alberto...se non mi sbaglio...
    rob

  3. #43
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    Re: Testimonianze del passato in FVG!

    una breve visita al cimitero austroungarico di Palmanova..molto ben tenuto..come tutti dovrebbero essere..
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    rob

  4. #44
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    Re: Testimonianze del passato in FVG!

    il "bunker" di piazza puecher è una presa d'aria di una galleria adibita a rifugio antiaereo. un'ingresso si trova in v.le d'annunzio, dietro a dove c'era il distributore, diversi anni fa ci sono entrato per un'intervento e dopo 20mt si trovavano 2 carrozze in legno, adibite altrasporto dei feretri,funerali insomma, e il telaio di un' automobile americana. credo che il tutto sia adesso nel museo "de enriquez". l'altra uscita si trova nella galleria s.vito.adesso e' murata dal rivestimento interno della galleria.
    idem per il "cono" di p.za carlo alberto, presa d'aria per il rifugio di v.reni,sede dello"speleovivarium" (zona sede del Piccolo)
    allego foto e rilievi tratti dal libro: sotterranei della citta di trieste, di paolo guglia,armando ed enrico halupca, edizioni lindt.
    libro stupendo!!!!!
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  5. #45
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    Re: Testimonianze del passato in FVG!

    Molto interessante il tuo contributo Vander, grazie..chissa' di chi erano quelle carrozze...

    Ritornando a qualche foto fa, un mio amico ha reso la scritta di Fossalon piu' leggibile

    Dovrebbe essere ENTE NAZIONALE PER LE TRE VENEZIE - TENUTA VITTORIA

    Putroppo, sotto pero' non riusciamo a capire nulla

    ciao
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    rob

  6. #46
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    Re: Testimonianze del passato in FVG!

    poca roba oggi...sigh...

    la nella foto allegata e' stata fatta a Sagrado e la pietra miliare (si chiamano cosi?) indica la provincia di Gorizia. Qunado l'ho vista ho riconosciuto un fascio e la stella sotto.
    Nella foto non c'e' piu' il fascio..mi sa che sto cominciando ad avere le allucinazioni..non e' un buon segno :-)

    In ogni caso una domanda la faccio sperando di non rompere. Perche' la stella?

    Su internet trovo "La stella è uno degli oggetti più antichi del nostro patrimonio iconografico ed è sempre stata associata alla personificazione dell'Italia, sul cui capo essa splende raggiante"

    E' questo il motivo?

    Grazie
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    rob

  7. #47
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    Re: Testimonianze del passato in FVG!

    Carissimo Rob ho scoperto quello che c'è scritto nella terza foto:FRA TUTTI I LAVORATORI I PIU NOBILI E I PIU DISCIPLINATI SONO I LAVORATORI DELLA TERRA. Ciao da MAX
    In riverente memoria di quanti, senza odio,combatterono con onore per la nostra libertà,io li ricordo.[center:2s8eq5rv][/center:2s8eq5rv]

  8. #48
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    Re: Testimonianze del passato in FVG!

    grazie massimiliano :-)

    nel weekeend con la famiglia ero un po' in giro..e i bambini sempre a chiedere ma cosa fotografi???

    :-)
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    rob

  9. #49
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    Re: Testimonianze del passato in FVG!

    Ora una delle cose che non sapevo..una delle tante..

    conoscevo i campi di internamento/lavoro di Gonars..ma non Sdraussina e Fossalon.

    Su un' altro sito ho trovato questo, molto interessante..

    http://www.ilterritorio.ccm.it/lib/inde ... oto_id=814

    1941-43: divenuti retrovia del fronte balcanico, Isontino e Basso Friuli hanno la poco invidiabile funzione di luogo di raccolta e detenzione per migliaia di deportati. Quante persone, prelevate sia al di qua che al di là* del confine del 1924, dalla Slovenia e dalla Croazia, vi trascorrono periodi di prigionia, più o meno lunghi, ed in quanti e quali luoghi? La questione non è a tutt'oggi completamente chiarita. Noti e ricordati più volte sono i campi di internamento di Sdraussina / Poggio Terza Armata (Sagrado), Gonars, Visco e, in territorio ora jugoslavo, Tribussina e Tolmino. Le indagini possono però mettere ancora a capo di ulteriori "scoperte". E` quanto è accaduto con i1 campo di lavori forzati di Fossalon di Grado, mai ricordato prima d'ora e la cui esistenza è stata documentata di recente. Merito va senz'altro all'ANPI provinciale di Gorizia, che si è mosso in collegamento con la Zveza Borcev, la Associazione Combattenti di Nova Gorica.
    Sono stati reperiti documenti e soprattutto testimonianze; è stato compilato un primo elenco, sia pure parzialissimo, di internati.
    Al "meeting" partigiano svoltosi nel settembre dell'87 a Selz (Ronchi), alcuni di questi internati hanno avuto modo di ritrovarsi. Elenchi e documenti sono stati messi a mia disposizione dall'ANPI, e in particolare dal sig. Giuseppe Lorenzon, che ringrazio qui sentitamente. Senza la sua collaborazione, questo articolo sarebbe stato impossibile.
    1. Come ho ricordato, i campi di internamento italiani nelle province di Gorizia e Udine sorgono in funzione dell'invasione della Jugoslavia. Le operazioni militari, condotte congiuntamente dalla IIa Armata dell'Esercito italiano e dalle F.A. tedesche, scattano il 6 aprile '41, dopo un terribile bombardamento di Belgrado (la "operazione Castigo"). In pochi giorni il vecchio esercito jugoslavo si dissolve, il re ed i membri del governo fuggono dal paese stabilendosi a Londra.
    L'Italia annette gran parte della Slovenia, che viene a costituire la nuova provincia di Lubiana e della Dalmazia, eretta in governatorato. La Germania occupa tutta la parte settentrionale del paese, controllando anche la Croazia, costituita in stato indipendente alla guida del collaborazionista Ante PaveliÄ?. Rodolfo Graziani, allora capo di S.M., dirà* di seguito che l'operazione era nata come "guerra per le miniere" (1), per il possesso delle ricche dotazioni minerarie della Jugoslavia meridionale, e di alcune isole. In effetti, la "colonizzazione" dell'area balcanica pare uno degli obiettivi strategici dell'offensiva. Nei programmi dei principali centri di potere economico e politico, la Jugoslavia è già* pensata come riserva agricola e fornitrice di materie prime all'economia italiana, oltreché mercato di sbocco per alcune produzioni (2). A questi obiettivi sono in realtà* interessati tutti i maggiori gruppi industriali, sia privati - come la Sade, il cui presidente, conte Volpi, " ... saluta con esultanza lo stabilirsi di un nuovo ordine in questo mare che fu golfo di Venezia". (3) o la Fiat - che pubblici, come Iri e Finsider. L'espansionismo economico è spesso giustificato con argomentazioni di tipica impronta razzista. Per Temistocle Testa, prefetto di Fiume e responsabile dei rifornimenti per tutta la IIa Armata, il soggiogamento economico della Jugoslavia " ... è il più efficiente esempio di colonizzazione industriale dell'impero (... ) condotto (verso) un popolo che ogni giorno sta dimostrando di essere quello che è sempre stato, una razza inferiore che deve essere trattata come tale e non da pari a pari" (4). Va detto per inciso che l'apologia di Testa risulta fuori luogo. Come nei mesi precedenti in Mediterraneo, l'insidioso "alleato" nazista sta già* in questo periodo scalzando il più debole imperialismo italiano dai centri di maggiore influenza nell'area, lo sta riducendo ad un ruolo subordinato.
    In appoggio alle operazioni militari, le Autorità* italiane prevedono misure di estrema durezza contro ogni resistenza che fosse venuta dalla popolazione. Come è noto, la resistenza jugoslava inizia ad operare già* nel '41. Alla fine di quest'anno si formano anche sul Carso i primi reparti, mentre si estende la rete dei comitati di villaggio. Nei primi mesi del '42 nella zona di Tolmino e Vipacco è operativo il Battaglione "Gregor?i?", mentre si è nel frattempo costituita la 1a compagnia istriana, la "Gortan". Nel medesimo tempo, però, anche la linea repressiva del Comando della IIa Armata (poi Comando Superiore Slovenia e Dalmazia - Supersloda) va meglio definendosi. In gennaio i militari assumono in zona pieni poteri; il generale Roatta emana disposizioni che prevedono, fra l'altro, la deportazione per i membri delle famiglie in cui risultassero assenti i maschi dai 16 ai 60 anni, l'esecuzione immediata dei "sospetti" in zona di presenza partigiana, la deportazione di ostaggi (5). Nel corso della (inutile) offensiva italiana della primavera del '42 queste disposizioni sono attuate: numerosi sono i villaggi sloveni e croati bruciati, con tragico corredo di abitanti fucilati o deportati in massa, in quelli che appaiono come veri crimini di guerra (6). I primi di agosto del '42 Mussolini si reca a Gorizia. Qui, dopo aver tacciato i popoli slavi di " ... ridicola superbia (... ) pretese di megalomania e quell'assoluta assenza di senso della storia che è difetto, oltreché di cultura, di vera e propria civiltà*", dopo essersi rammaricato che "costoro, piegati nella polvere sul proprio suolo, (non) avessero tratto qualche insegnamento dall'esperienza del passato", finisce per invocare " ... contro coloro che al di qua e al di là* del confine ancora accarezzano sogni malati (...) la inflessibile legge di Roma" (7).
    La ferocia di un fascismo imperialista che vede già* svanire molti dei suoi progetti si scatena con estrema determinazione. Un "appunto per il Duce" del sottosegretario agli Interni Buffarini - Guidi del novembre '42 fa riferimento a 50.000 deportati dalla sola Slovenia (.
    Non si tratta solo di manovre repressive, ma anche, analogamente a quelle messe in atto dal nazisti, di manovre tendenti alla snazionalizzazione dei territori acquisiti militarmente. In queste operazioni " ... generalmente vengono trasportati gli abitanti senza distinzione di interi villaggi, senza alcuna inchiesta o interrogatorio", scrive nel novembre 1942 la S.Sede all'Ambasciata italiana in Vaticano(9), basandosi certo sulle informazioni del clero locale.
    2. Contemporaneamente al progredire delle manovre militari e repressive, anche la retrovia viene "preparata" a nuove funzioni.
    Già* nel corso del '41, nei mesi che seguono immediatamente l'invasione, colonne di prigionieri provenienti dalla Slovenia, uomini, donne, bambini, vengono ammassati nei locali dello stabilimento tessile di Piedimonte di Gorizia(10). In seguito, sono adibiti a luogo d'internamento gli stanzoni dello stabilimento tessile in disuso di Sdraussina / Poggio Terza Armata, in comune di Sagrado.
    Quello di Sdraussina è un campo "sui generis", considerato "carcere sussidiario" in un momento in cui i carceri ordinari erano evidentemente sovraffollati. Qui sono rinchiusi i giovani sospetti di attività* partigiana, i familiari di partigiani, i renitenti alla leva; esso è a modo suo attuazione locale delle direttive delle Autorità* militari contro i "ribelli" (11). Gli internati sono in massima parte sloveni residenti nella Venezia Giulia, al di qua dei confini del '24, i possibili attori del tanto temuto "secondo fronte". Costretti a parziale immobilità* nei grandi stanzoni dello stabilimento, molti di essi vengono anche periodicamente trasferiti a Trieste, per interrogatori e sevizie, presso il tristemente noto Ispettorato Speciale di P.S.; sono riportati al campo in condizioni pietose (12). Dopo periodi variamente lunghi di detenzione, gli internati vengono in ogni modo destinati ad altri campi, o al Tribunale Speciale ed al carcere vero e proprio, o ancora ai Battaglioni speciali militarizzati. Sino all'8 settembre del '43 gli stanzoni dell'edificio di Sdraussina arriveranno a contenere anche un migliaio di persone, su una capienza calcolata in circa trecento (13).
    Nello stesso periodo è allestito il grande campo di Gonars, nella bassa friulana, che arriverà* a contenere sino a 4.000 detenuti. Costituito da lunghe file di baracche di cartone, Gonars è un vero luogo d'internamento per sloveni e croati, comprese donne e bambini. Un terzo campo, di minori dimensioni, è allestito a Visco (14). Quelli isontini e friulani non sono in ogni modo gli unici campi destinati alle popolazioni deportate dal fronte jugoslavo e gestiti dalle F.A. italiane. In realtà*, nel 1942 il fascismo realizza una vera rete di luoghi d'internamento; i maggiori sono allestiti a Renicci (Arezzo - conterrà* sino a 8.000 internati), Fraschette (Frosinone - 4.000 internati), Grumello (Bergamo), Monigo (Treviso), Padova. Un grande campo di prigionia sotto autorità* militare italiana verrà* realizzato anche a Rab/Arbe, in Jugoslavia: qui verranno rinchiuse fino a 15.000 persone, comprese donne, bambini, anziani, costrette in precarie tende sotto la sferza di pioggia e bora.
    3. Il campo esistente a Fossalon, in comune di Grado, e di recente "scoperto" dall'ANPI provinciale, appare comunque legato a quello di Sdraussina, risultando anch'esso un "carcere sussidiario". Da un primo elenco di internati compilato dall'ANPI risulta che essi erano in massima parte cittadini italiani di nazionalità* slovena, residenti in località* poste al di qua del confine del '24 (Aidussina, Caporetto, Biglia, Vipacco, Circhina, N. Gorica, ecc.). Generalmente si trattava di "politici", ovvero collaboratori della resistenza, familiari di partigiani, antifascisti, che arrivavano a Fossalon dopo una detenzione più o meno lunga in carceri locali (Coroneo di Trieste, oppure Gorizia, Ranziano, Tolmino, S. Pietro) e poi nel campo di Sdraussina.
    Operativo dall'ottobre del '42, il campo di Fossalon si distingueva in ogni modo dagli altri per essere finalizzato al lavoro della campagna, nelle tenute di bonifica di proprietà* dell'Ente Nazionale Tre Venezie. Si trattava probabilmente di una iniziativa motivata dalla carenza di manodopera causata dalla mobilitazione bellica. A Fossalon si trovavano difatti rinchiusi solo uomini abili al lavoro; le donne arrestate con loro saranno invece trasferite a Fraschette, in provincia di Frosinone. Questi uomini erano "ospitati" in un complesso agricolo recintato, in località* Eraclea; al comando del campo era assegnato un reparto di carabinieri, ma anche due guardie dipendenti dall'Ente Tre Venezie cooperavano al trasporto degli internati al lavoro.
    In zona esisteva un altro piccolo campo, non recintato, in località* Luseo, dove si trovavano in massima parte detenuti provenienti dalla Dalmazia. Esso non pare in ogni modo collegato a quello di Fossalon.
    A Fossalon verranno rinchiusi un centinaio circa di uomini. Essi potevano avere contatti con l'esterno tramite i familiari, che avevano il permesso di visitarli, e potevano scrivere loro, anche se tutto veniva ovviamente prima controllato dal servizio censura. Il vestiario era quello personale e mancavano servizi sanitari. Alla mattina, in gruppi di 25-30, gli internati venivano accompagnati al lavoro sotto la sorveglianza dei carabinieri e delle guardie; chi rifiutava il lavoro era immediatamente trasferito alle carceri di Trieste. Le condizioni di vita nel campo, a detta delle testimonianze raccolte, risultavano mitigate dalla bonarietà* e da un certo spirito antifascista dei carabinieri di sorveglianza. Alcuni di essi, già* prima degli eventi armistiziali del settembre '43, avrebbero detto agli internati "Vi daremo le armi per combattere insieme contro il fascismo". Il vice-comandante del campo, il piemontese Alfredo Longo, risulterebbe in seguito caduto con le formazioni partigiane. Il fratello di una delle due guardie campestri risulta iscritto sin dal 1938 al PCI; l'altra guardia invece, di origine veronese, è stato descritto come un fascista accanito. Va ricordato come in alcuni campi d'internamento i detenuti riuscissero a costituire delle organizzazioni clandestine che curavano dei contatti con l'esterno, nonostante il rigido controllo. A Gonars, ad esempio, era stata costituita una sezione dell'Osvobodilna Fronta, il fronte di liberazione jugoslavo, che nel '42 riesce ad organizzare l'evasione di otto internati tramite una galleria lunga 60 metri (11).
    Anche a Fossalon esisteva una simile struttura clandestina, guidata dallo sloveno Milo Vizintin, che riusciva tramite la rete organizzativa del Soccorso Rosso ad avere o trasmettere materiale dall'esterno non vagliato dalla censura.
    La situazione di relativo vantaggio esistente a Fossalon non deve far dimenticare come ci si trovi in realtà* di fronte ad un vero campo di lavori forzati sotto direzione italiana. In realtà*, pare che le Autorità* italiane avessero programmato nel '42 numerosi campi di lavori forzati, poi però mai realizzati per difficoltà* di controllo e sorveglianza. Nel caso di Fossalon ci si trova pertanto di fronte ad uno dei pochi effettivamente operativi in territorio nazionale.
    4. Come è noto, la caduta del fascismo il 25 luglio del '43 non porta la liberazione per gli internati jugoslavi, considerati in ogni caso ancora "pericolosi". La liberazione avverrà* solo dopo l'8 settembre, e non per ordine dell'autorità* militare o politica, ma per la pratica dissoluzione dei reparti di sorveglianza, e per iniziativa degli stessi internati. Così è ad esempio a Gonars e Sdraussina. A Rab, i gruppi clandestini esistenti in collegamento con PCJ e OF prendono la situazione in mano ed arrestano lo stesso comandante del campo; verso la metà* di settembre risulta già* costituita la Brigata partigiana di Arbe, composta dagli ex-internati. Nello stesso periodo cessa praticamente di esistere anche il campo di Fossalon.
    I mesi che seguono, vedranno molti militari del dissolto esercito italiano presenti in Jugoslavia unirsi con entusiasmo e sincero spirito di fratellanza all'esercito di liberazione. Certamente, va ricordato, già* dal '42 piccoli e selezionati gruppi di antifascisti italiani operavano in Jugoslavia e nella Venezia Giulia con le organizzazioni partigiane slovene e croate(16). Dal settembre del '43 però, e qui sta la novità*, spirito di libertà*, rabbia, delusione di migliaia di persone si indirizza quasi spontaneamente alla collaborazione con quelli che erano i "nemici" di prima, alla comprensione per le regioni di una lotta che diveniva a questo punto comune. Giova pensare che i ventimila caduti italiani nella resistenza jugoslava hanno costituito il primo e più concreto ponte di riavvicinamento fra nazionalità* prima divise, consentendo di superare le contrapposizioni generate dagli orrori della "avventura" balcanica tentata nel '41 dal fascismo.


    Note:
    (1) E` dichiarazione fatta al processo che Graziani subì nel dopoguerra. In: MARIO PACOR, Italia e Balcani, dal risorgimento alla resistenza, Milano 1968, p. 170.
    (2) ENZO COLLOTTI - TEODORO SALA, Le potenze dell'Asse e la Jugoslavia. Saggi e documenti 1941-1943, Milano 1974. Dedicato ai problemi della penetrazione economica fascista nei Balcani è il saggio di T. Sala.
    (3) IBIDEM, p. 67.
    (4) IBIDEM, p. 69.
    (5) La bibliografia sull'argomento è discreta, soprattutto da parte jugoslava. Fra i testi in italiano, oltre a quello già* ricordato di E. Collotti e T. Sala, si veda: GIACOMO SCOTTI, I disertori, TEODORO SALA, 1939-1943, Yugoslavia neutrale, Yugoslavia occupata, in "Italia contemporanea", marzo 1980 n. 138. Per la continuità* con l'area del Territorio: TEODORO SALA, La provincia di Gorizia dall'aggressione alla Yugoslavia ai prodromi della guerra partigiana, 1941, "Movimento di Liberazione in Italia", gennaio-marzo 1971. Per un quadro generale: GALLIANO FOGAR, Venezia Giulia 1941-1943, Il quadro politico-militare, in "Qualestoria" n° 3/1984, atti del convegno "Dai campi di internamento alla risiera di S. Sabba", svoltosi a Trieste il 30/6/1984.
    (6) Così ad esempio nel giugno '42 cinque villaggi sono distrutti nella zona di Ilirska Bistrica: Prem (con fucilazione di una sessantina di civili), Dolnje Bitinje, Ratecevo, Brdo, Merecce. Il 17 luglio è raso al suolo il villaggio di Pothum, fucilati oltre cento civili.
    (7) Cronaca su "I1 Piccolo" 4/8/1942.
    ( Documento giacente presso l'ANPI provinciale, a Monfalcone.
    (9) Ricordato in: LILIANA FERRARI, L'attività* della Santa Sede per i prigionieri nei campi di internamento italiani, in "Qualestoria" n° 3/84.
    (10) Testimonianza di SILVINO POLETTO, in "Qualestoria" n° 3/84.
    (11) A dimostrazione la lettera del Prefetto di Gorizia al Ministero dell'Interno n° 04539 del 29/9/42 con oggetto "Provvedimenti a carico dei familiari dei ribelli" conservata presso l'ANPI. Qui il Prefetto ricorda come "sono stati iniziati provvedimenti restrittivi della libertà* a carico di familiari di giovani recentemente allontanatisi per passare con i ribelli" proprio internando questi familiari a Sdraussina.
    (12) Le condizioni di vita nel campo di Sdraussina sono state oggetto di un ampio servizio curato da E. BAREZZA - PLAVJAVEC e comparso sul "Primorskj Dnevnik" dell'11 - 12 - 13 - 14/6/1974.
    Si può anche vedere la testimonianza del dirigente comunista Lino Marega, internato anche a Sdraussina, conservata presso l'Istituto Regionale di Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, a Trieste.
    (13) Lettera del Prefetto di Gorizia n° 04539 del 29/9/42. cit.
    (14) BOZIDAR JEZERNIK, La vita quotidiana nei campi d'internamento, in "Qualestoria" n° 3/1984. L'intervento di Jezernik contiene notizie interessanti anche sulla vita quotidiana nel campo di Gonars.
    (15) Idem
    (16) G. SCOTTI, I disertori, cit. per un primo approccio generale. Per la situazione locale: GALLIANO FOGAR, L'antifascismo operaio monfalconese fra le due guerre, Milano 1982, capitolo IV; MARIO LIZZERO, Origini e peculiarità* della resistenza in Friuli, in "Rassegna di Storia contemporanea", a cura dell'Istituto Friulano di Storia del Movimento di Liberazione, n. 2 - 3, 1972; TONE FERENC, Il Movimento di liberazione nazionale sloveno e il Friuli 1942-1943, in Resistenza e questione nazionale, atti del convegno sui problemi della resistenza in Friuli tenuto ad Udine il 5/6/7 novembre 1981, Udine 1984; GIOVANNI PADOVAN (Vanni), Un'epopea partigiana alla frontiera fra due mondi, Udine 1984, pp. 61-76.
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    rob

  10. #50
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    Re: Testimonianze del passato in FVG!

    anche qua sono fuori FVG..ma sempre vicino al confine e cmq in quel periodo era parte della provincia di Gorizia :-)

    Siamo a San Daniele del Carso attuale Stanjel. Il paese dell'archietto Max Fabiani e distrutto duarante la seconda guerra mondiale. (anche nella prima e' stato bombardato)

    Su wikipedia ho trovato questa notizia

    Durante la seconda guerra mondiale nel suo ruolo di podestà* (Max Fabiani) cercò di salvare il borgo di San Daniele del Carso sfruttando un lontano episodio viennese durante il quale aveva fatto lavorare presso il suo studio Adolf Hitler come disegnatore. L'espediente funzionò fino a che ebbe a che fare con le truppe tedesche, ma i suoi sforzi si risolsero vani con l'arrivo dell' Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia che mise a ferro e fuoco l'intero villaggio reo di collaborazionismo.

    Si vedono ancora i segni della distruzione e un fascio littorio a destra dell'entrata del borgo medioevale
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