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Discussione: Uno stato in uniforme

  1. #21
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    Ahimè... ho dimenticato la mostra ad Aiello del Friuli, "1914-L'anno fatale", inaugurazione il 24 maggio...
    Comincio un sacco di cose e non ne finisco nes

  2. #22
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    E dimenticavo anche questa...

    Da “il Piccolo” di sabato 3 maggio 2014

    La guerra nel “nostro Friuli” del soldato Karl

    Karl Brosch era un soldato dell’esercito asburgico, inquadrato nell’i. e r. reggimento di fanteria n. 84, reclutato a Vienna. Nell’agosto del 1914, poco dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, era stato richiamato alle armi e inviato al fronte, con l’incarico di telefonista. Vi rimarrà per quattro anni e tre mesi, l’ultimo sul fronte italiano, fino al giorno dell’armistizio, e poi per un altro anno ancora come prigioniero di guerra in Italia. Con il senno di poi lo si dovrebbe considerare un fortunato. Lui almeno, anche se ferito due volte in combattimento, era sopravvissuto all’immane carneficina, pur avendovi preso parte fin dall’inizio. Milioni di altri soldati come lui non ce l’avevano fatta.

    In un certo senso possiamo considerarci fortunati anche noi. Se Karl Brosch non fosse riuscito a portare a casa la pelle non si sarebbe sposato, non avrebbe avuto figli e noi non avremmo conosciuto il nipote Franz Hlavac, che ce ne ha potuto raccontare la storia. Hlavac è un noto giornalista in pensione dell’ORF, la tv pubblica austriaca, e, come abbiamo riferito altre volte in questo blog, si è innamorato del Friuli, tanto da aver scelto di viverci per gran parte dell’anno assieme alla moglie Gisela Hopfmüller, anche lei giornalista a riposo dell’ORF, in una casa a nord-est, acquistata una dozzina di anni fa a Varmo.

    Ma, come ci aveva spiegato qualche tempo fa la moglie Gisela, siccome chi è giornalista lo è per tutta la vita, come il prete, i coniugi Hlavac hanno continuato a scrivere anche da pensionati, raccontando ai loro compatrioti il “nostro Friuli” (loro lo hanno chiamato affettuosamente così. “Unser Friaul”) in ben due libri. Il primo è andato presto esaurito e, nel darne alle stampe la seconda edizione proprio nell’anno in cui l’Austria ricorda il centenario dello scoppio della grande guerra, Franz Hlavac ha voluto aggiungervi un capitolo dedicato al nonno, che nel 1918 si era trovato a combattere proprio sul nostro fronte e che dopo la disfatta di Caporetto aveva attraversato il Friuli con il suo reggimento.

    Non è un racconto di guerra, ma un racconto di ricordi, di emozioni, di cartoline inviate dal fronte, di sofferenza e di speranza di poter tornare a casa. Per scrivere quel capitolo Hlavac ha potuto attingere ai documenti conservati in famiglia, agli scritti del nonno, alle foto. Tutto quel materiale – i documenti originali e le foto in gigantografia – lo possiamo rivedere anche noi in una mostra che per l’occasione è stata allestita all’azienda agricola di Alessio Komjanc, a Giasbana di San Floriano del Collio (Gorizia).

    L’idea di mettere a disposizione del pubblico quel materiale era venuta nel corso di una visita a Vienna dei Komjanc, Alessio e la moglie Raffaella, amici dei coniugi Hlavac. Per la realizzazione è stato chiesto l’aiuto dell’associazione culturale “Isonzo” di Gorizia, che ha dato un contributo scientifico e ha messo a disposizione ulteriori cimeli della grande guerra, a integrazione del materiale fornito da Franz Hlavac.

    La mostra è stata inaugurata la mattina del 1. maggio, alla presenza di un piccolo pubblico di amici e di appassionati di storia giunti da tutta la regione e dall’Austria. Il contesto storico della prima guerra mondiale in cui sera trovato il telefonista Karl Brosch è stato illustrato dal presidente dell’associazione “Isonzo” Bruno Pascoli e dal ricercatore Pierpaolo Cocianni.

    Nell’occasione ha preso la parola anche Franz Halvac, per ricordare la figura del nonno. “Quando nel 1956 – ha detto con un nodo alla gola che quasi gli impediva di parlare – venni in vacanza per la prima volta in Italia con i miei genitori, il nonno era amareggiato, perché andavamo nel paese che aveva combattuto contro l’Austria e lo aveva tenuto prigioniero. Non poteva immaginare come nel tempo sarebbero cambiate le cose e oggi avrebbe cambiato opinione”.

    La piccola cerimonia si è chiusa con un momento musicale offerto dalla soprano Daniela Donaggio e dal violinista Giovanni Di Lena, che hanno eseguito l’inno imperiale asburgico “Serbi Dio l’austriaco regno” in lingua tedesca e nella versione italiana.
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  3. #23
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  4. #24
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    Dovrei avere qualche giorno di ferie tra fine maggio e giugno e spero di poterli ben impiegare per fare una visitina a queste belle mostre (sto facendo i debiti scongiuri perchè i primi giorni di ferie dell'anno li ho passati ad assistere un amico e la sua famiglia all'ospedale di Reggio Emilia).
    sven hassel
    duri a morire

  5. #25
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    Anche senza pubblicità, visitatori su visitatori... fa bene al morale.
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  6. #26
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    Articolo da "Il Piccolo".
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  7. #27
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    Citazione Originariamente Scritto da kleiner pal Visualizza Messaggio
    Articolo da "Il Piccolo".
    Complimenti, anche con i 5 euro da pagare valeva assolutamente la pena!!!
    Bravissimi, spero di potervi conoscere di persona....
    Doriano

  8. #28
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    Grazie, grazie, appuntamento venerdi 9 alle 18/30 al Museo della Guerra di Borgo Castello a Gorizia per la seconda puntata della saga....
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  9. #29
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    Dall'articolo de "Il Piccolo " di ieri.

    I soldati pavoni erano inadatti alla guerra
    Da venerdì ai Musei provinciali di Borgo Castello a Gorizia la mostra delle divise degli eserciti europei nella Belle Époque
    di Arianna Boria
    La vigilia della guerra fa moda. Con i suoi soldati-pavoni, dalle uniformi cromaticamente ardite, gli alamari e i bottoni scintillanti, i decori preziosi che testimoniano il grado del militare e accarezzano la vanità dell’uomo. La Belle Èpoque in divisa è preziosa quanto quella delle signore, adatta al passeggio domenicale con la propria dama al braccio. Sono gli eserciti colorati, raffinati e vanesi, che sfilano nel crepuscolo di un’epoca e nell’illusione di guerre cavalleresche e di breve durata, sull’orlo di un abisso dentro il quale ci saranno soltanto morti, trincee e il grigio impenetrabile del fumo e delle mimetiche. Non più soldati a tinte forti come i soldatini di legno, non più divise haute couture per scontri frontali, dove gli abbinamenti shock - color block diremmo oggi - servono per riconoscersi e per intimidirsi a vicenda, ma uomini equipaggiati per confondersi nel fango, nel fumo e nelle trincee, per non diventare bersagli dei nuovi e più precisi armamenti.
    La mostra allestita ai Musei provinciali di Gorizia racconta l’ultimo sogno di eleganza e raffinatezza maschile, l’ora prima del conflitto che lascerà sul campo distese di morti. Trenta uniformi, di cui ventinove relative ai diversi eserciti europei destinati a fronteggiarsi nel conflitto mondiale e una, che chiude il percorso espositivo, della Marina statunitense. Quattro sale che rappresentano il trait d’union tra due musei permanenti, quello della Moda e quello della Grande guerra, sigillando un arco cronologico approfondito in tutti i dettagli, in ogni piega della società e del suo guardaroba: gli abiti ricchi delle signore e le uniformi altrettanto elaborate dei loro cavalieri, come al varo della Viribus Unitis o in un’ideale passeggiata domenicale sul corso di una grande città mitteleuropea, poi lo sbriciolarsi di tutto un mondo di “ornamenti scintillanti” tra altre pietre, quelle opache e fredde delle trincee. L’arte della guerra stava cambiando, ma i segnali già visibili rimandavano a scenari lontani, al conflitto anglo-boero o a quello russo-giapponese, e parevano ancora dilazionabili, esorcizzabili.
    «Le uniformi in mostra - racconta la sovrintendente dei musei goriziani, Raffaella Sgubin - vengono tutte dal mercato antiquariale, fuorchè una, di proprietà del conte goriziano Ferdinando Prandi de Ulmhort, l’unica di un personaggio di cui abbiamo notizie certe. L’uniforme era di suo nonno, il conte Gino Prandi del V dragoni, che si rifiutò di prestare giuramento di fedeltà all’Italia, perchè - così disse - un ufficiale e un gentiluomo lo fa una sola volta nella vita». Il conte Gino, inviato sul fronte russo, in Galizia, nel 1915 venne ricoverato a causa della nefrite, ma ottenne vari riconoscimenti per il suo comportamento valoroso di fronte al nemico. Con l’arrivo dell’Italia leale verso la casa d’Asburgo, rifiutò di aderire all’esercito italiano e per le sue idee liberali fu poi processato, condannato dal Tribunale speciale per la sicurezza dello Stato e inviato al confino in Sardegna, dove conobbe De Gasperi e Bugatto, entrambi iscritti al Partito Popolare, con cui intrattenne rapporti per anni.
    Il concetto di uniforme, come cominciò a delinearsi nella seconda metà del Seicento, si basava sulla necessità dei comandanti di distinguere le proprie truppe da quelle avversarie. I militari dovevano portare abiti, contrassegni e copricapi che li rendessero immediatamente riconoscibili sul campo, senza impedirne i movimenti. Nell’età napoleonica i colori sgargianti erano indispensabili per essere visti nello spesso fumo prodotto dalle esplosioni conseguenti alla combustione della polvere da sparo e solo quando quest’inconveniente bellico venne eliminato anche la “palette” militare cominciò a scolorire.
    «Il cromatismo era importante, basti pensare ai calzoni rossi della Fanteria francese o della Cavalleria austro-ungarica, al blu con gli alamari bordeaux degli Ussari ungheresi», racconta Sgubin. «In queste uniformi colpiscono molto i tagli sartoriali e la varietà dei dettagli. E le curiosità della mostra, non solo per gli appassionati, sono molte. Una per tutte: il generale dell’esercito austro-ungarico, con la giubba bianca, le piume verdi e i calzoni rossi. Questa era anche l’uniforme di gala di Francesco Giuseppe, con gli stessi colori della bandiera italiana».
    Realpolitik da guardaroba è quella per le forze armate tedesche di fine secolo. La fusione di tanti antichi stati in un solo Reich, operata da Bismarck in forma di consenso e riconoscimento della superiorità territoriale e militare prussiana, era stata una sottomissione realisticamente accettata dai rispettivi principi. Ma la “prussianizzazione” forzata sarebbe stata un grave errore e avrebbe acuito, per esempio, l’insofferenza di un grande stato ex-sovrano come la Baviera. La struttura federale dell’Impero fu così saggiamente rispettata, proprio a partire dall’«esteriorità» di insegne, divise e distintivi, che ricordavano a ciascuno la propria identità regionale, nel rispetto dei colori. Una macchina bellica, dunque, decisamente patchwork: i generali, gli ufficiali e i soldati bavaresi indossavano una tunica celeste anzichè azzurro scuro come tutti gli altri, salvo i generali del Braunschweig che la portavano nera, a ricordo della tinta preferita dal loro duca al tempo delle guerre napoleoniche. I bavaresi, inoltre, enfatizzavano l’identità negli accessori: per dieci anni portarono l’elmo a cimiero in tutte le armi, rifiutando il Pickelhaube, l’elmo chiodato.
    La Belle Èpoque in divisa è l’ultimo giro di ballo prima di un cambiamento epocale. Per la moda, una ricorrente fonte di ispirazione. Così alamari, bottoni e cordoni ci restano nell’armadio, dalla parte delle donne.
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  10. #30
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    Dunque, in un palazzo ci sono otto austro-ungarici, sette francesi, sei tedeschi, cinque italiani, due inglesi, un americano e un russo...

    no, non è l'inizio di una barzelletta, ma il menù della mostra...
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